UN’ALTRA EUROPA, PER LA DIFESA E LO SVILUPPO

Ondate di migranti, mutazioni civili e culturali nel continente, terrorismo, squilibri globali impongono la creazione di un’altra Europa, capace di raccogliere il testimone di una UE ormai priva di ruolo. Tre le priorità comuni che i Paesi europei possono condividere : Mercato Comune, Difesa Comune, Intervento Comune per la Vita e lo Sviluppo nei paesi del Sud del mondo. Così come i Padri dell’Europa diedero vita al sogno europeo attraverso la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (che garanti’ l’uso pacifico di risorse non più disponibili ne’ destinabili alla guerra) allo stesso modo oggi l’Europa può giocare un ruolo cruciale per se’ stessa ed il mondo con una Comunità Europea per la Difesa e lo Sviluppo che garantisca al continente la Sicurezza dei propri confini esterni/interni e una forte politica di interventi Europei per la Vita e lo Sviluppo nei paesi del Sud del mondo altrimenti destinati ad essere focolai permanenti di tensioni, povertà endemiche, Migrazioni di massa , sottosviluppo.

Sfiduciata la Grande Coalizione a Berlino ed eletta a Bruxelles una Commissaria tedesca per il rotto della cuffia, solo grazie a un manipolo di voti di Grillo, Angela Merkel ha deciso di darsi da fare. Ieri lo ha detto così, senza pudore né alcun rispetto per la politica italiana o per inchieste giudiziarie peraltro non ancora approdate ad alcun esito: “Sui fondi russi un chiarimento tocca all’Italia. Penso che il Parlamento italiano o altri chiederanno chiarezza sulla vicenda”. Insomma: la Procura di Milano annuncia che non convocherà Salvini? La Merkel non ci sta e lo fa sapere. Quanto ai rapporti Mosca-Berlino il silenzio è d'oro. Trump ormai minaccia sanzioni contro il gasdotto NordStream2, per la Polonia quel progetto firmato Gazprom è "un nuovo patto Ribbentrop-Molotov" ma Angela se ne sta muta come un pesce, anche perché ieri il suo ministro degli Esteri Maas ha incontrato il ministro degli Esteri russo Lavrov proprio per rinsaldare il Grande Patto del Gas, con buona pace di Estonia, Lettonia, Lituania, Romania e Slovacchia, che da sempre hanno denunciato i rischi geopolitici ed energetici del progetto, liquidati dall'allora leader SPD e ministro degli Esteri Sigmund Gabriel in una visita a Mosca: "Il Nord Stream 2 è nell’interesse del nostro paese e sulle procedure per la realizzazione non devono esserci interferenze politiche”. Insomma: la vera questione Russa per Berlino è quella delle società del finanziere delle banane Savoini in gita a Mosca per vendere olio di oliva. Non altro. E anche sulla questione migranti Angela leva, con analogo piglio, la propria nobile voce di paladina dei diritti umani: “Salvare i migranti in mare è un imperativo e un dovere umanitario”, dice la Cancelliera di Carola. La cancelliera che naturalmente si coccola Orban nel PPE, utilizza il Muro di Budapest per blindare la frontiera tedesca a Est, oppone un secco Nein a qualsiasi revisione del trattato di Dublino 3 e commenta con un eloquente silenzio le inchieste giornalistiche che documentano come gli immigrati illegali e in surplus sorpresi in Germania possano, debitamente sedati, ritrovarsi come d'incanto su un aereo per Malpensa o su un treno per Praga. E poco importa che Angela non abbia più una maggioranza a Berlino e che a Bruxelles governi soltanto grazie ai voti dei 5 Stelle. Il Metodo Merkel è sempre lo stesso: la Germania vestita da Unione Europea fa il Poliziotto Buono, la Germania vera fa il Poliziotto Cattivo. E tutela solo e soltanto i propri interessi, con la delicatezza e l'antico adagio del Passo dell'Oca. ...

Quel che sta avvenendo in queste ore al Parlamento europeo, in occasione del dibattito e del voto su Ursula von der Leyen quale presidente della Commissione Ue, è la rappresentazione plastica di un non Parlamento, con gruppi parlamentari che non sono espressione di una visione politica comune ma semplici sommatorie di partiti nazionali, portatori di propri interessi, pronti a dividersi alla prima votazione importante. A favore si sono dichiarati i popolari e i liberal-macroniani di Renew Europe, contro i Verdi. I socialisti vanno in ordine sparso, con i partiti tedesco, francese, austriaco e olandese orientati per il voto contrario, mentre il Pd, che solo una settimana fa aveva giudicato “deludente” l’incontro con von der Leyen, darà voto favorevole con spagnoli e portoghesi. Favorevole anche il M5S, che non ha trovato ospitalità in alcun gruppo e che nonostante ciò, a sorpresa, ha ottenuto una vicepresidenza del Parlamento europeo: a cortesia si risponde con cortesia. La Lega, a differenza dei francesi della Le Pen, fino ieri sera era per il “sì” mentre oggi è per il “forse no”, ma ancora non si sa. In ballo c’è il portafoglio del commissario italiano, che sarà scelto dalla Lega. In questo quadro di tira e molla, in cui ogni partito nazionale tratta per conto suo la contropartita per un voto favorevole, più che trattative politiche si assiste a mercanteggiamenti. È chiaro, quindi, perché in questo quadro ha suscitato scandalo l’intervento dell’inglese Nigel Farage, leader del Brexit Party, che è andato dritto al cuore del discorso programmatico di Ursula von der Leyen: “Quello che avete visto oggi è il tentativo dell’Ue di assumere il controllo di ogni aspetto della nostra vita. Lei vuole costruire una forma centralizzata, antidemocratica e aggiornata di comunismo, dove i parlamenti degli Stati nazionali cesseranno di avere alcuna rilevanza. Dalla nostra prospettiva, dobbiamo ringraziarla, perché ha appena reso la Brexit molto più popolare nel Regno Unito. Grazie a Dio ce ne stiamo andando!”. “A dei discorsi come il suo, onorevole Farage, possiamo rinunciare tranquillamente”, è stata la risposta di Ursula von der Leyen, confermando la continuità con coloro che hanno creato e alimentano la Brexit e il rifiuto di questa Unione europea opprimente e senza democrazia, e che alle critiche radicali sono capaci solo di rispondere con una supponente alzata di spalle, indicando l’uscita. ...

In Asia sono cominciati i primi dei 18.000 licenziamenti decisi da Deutsche Bank, che vedranno mandati a casa, entro il 2022, seimila dipendenti in Germania e gli altri due terzi tra Londra, New York e Asia. Ma il management che ha guidato la grande banca tedesca verso questo disastro, fatto di 74 miliardi di euro di titoli spazzatura, è stato e sarà lautamente premiato. Il calcolo delle ricche liquidazioni riservate ai manager di Deutsche Bank che hanno lasciato o lasceranno la banca, più o meno volontariamente, è stato fatto dal Financial Times. I paracaduti d’oro per i massimi dirigenti nel 2018 sono ammontati ad oltre 52 milioni di euro, pari ad oltre un quinto dei 227 milioni del dividendo dello scorso anno, che Deutsche Bank ha deciso di non distribuire agli azionisti per sostenere i costi di ristrutturazione. L’ex amministratore delegato John Cryan, allontanato nell’aprile 2018, ha ricevuto una buonuscita di 10,9 milioni di euro. Successivamente se ne sono andati altri sei consiglieri di amministrazione, che hanno incassato complessivamente 41 milioni di euro. Garth Ritchie, ex capo della banca d'investimento di Deutsche Bank, la cui partenza è stata annunciata venerdì, ha supervisionato tre anni di entrate in calo nella sua divisione, che sarà drasticamente ridimensionata dopo la sua partenza, e per questo pessimo risultato riceverà almeno 11 milioni di euro. Eppure, osserva il quotidiano finanziario britannico, Ritchie avrebbe potuto andarsene senza neppure una stretta di mano, visti i risultati ottenuti, se il consiglio di sorveglianza non gli avesse rinnovato il contratto per cinque anni lo scorso settembre. Sylvie Matherat, direttrice dell’ufficio regolamentazione, da anni sotto pressione per la serie di scandali per riciclaggio che ha colpito Deutsche Bank, riceverà almeno 9 milioni di euro di indennità di fine rapporto. Frank Strauss, ex capo delle attività bancarie al dettaglio di Deutsche Bank, ha diritto ad almeno 6 milioni di euro. E così via. Dipendenti licenziati in massa, azionisti fregati, manager coperti d’oro e 74 miliardi di titoli spazzatura in una bad bank. È questo, per ora, il bilancio provvisorio di una vicenda che fa tremare il sistema tedesco e ne rimette in discussione le teutoniche certezze sul rigore di bilancio. Forse per i tedeschi è finito il tempo delle copertine dei settimanali piene di luoghi comuni su greci e italiani, ed è arrivato quello di fare anche loro i compiti a casa. Glielo chiederà l’Europa?...

Ieri c’è stato il primo duello televisivo tra Boris Johnson e Jeremy Hunt e il 23 luglio si saprà chi i conservatori britannici avranno scelto come loro leader e quindi come nuovo premier. Sono tre anni che in Gran Bretagna la politica discute della Brexit, dopo il referendum del giugno 2016. Tre anni di trattative con l’Ue e di accesi dibattiti parlamentari, di elezioni nazionali ed europee, con tre premier succedutisi l’uno all’altro, con un partito come il Brexit Party che in poche settimane ha superato il 30% rivoluzionando il quadro politico britannico. Tre anni in cui la Brexit è stata sviscerata in tutti i suoi aspetti e difficoltà. Sul fronte dell’Unione europea, invece, tutto è rimasto opaco, poco conosciuto, lasciato in mano ai burocrati di Bruxelles e al capo negoziatore Michel Barnier, che rimane per i cittadini degli altri 27 paesi Ue un illustre sconosciuto. In assenza di informazioni e di dibattito, si è diffusa una vulgata che dice: Basta con questi inglesi che vogliono uscire ma non sanno come e non si decidono. Hanno voluto la Brexit? Tanti saluti e peggio per loro. Come se la Brexit, soprattutto se senza alcun accordo tra Regno Unito e Ue, impattasse solo sui britannici. Secondo le stime pubblicate dall'istituto tedesco Bertelsmann, un’uscita senza accordo costerebbe alla Gran Bretagna 57 miliardi di euro l'anno, ma il costo sarebbe salato anche per i cittadini dell’Ue, che perderebbero complessivamente 40,4 miliardi. Gli italiani perderebbero 4 miliardi di euro l’anno. La differenza è che i britannici ne discutono, perché pur essendo consapevoli di dover pagare un prezzo nell’immediato vedono la possibilità di aprire anche nuove opportunità commerciali sullo scenario geopolitico globale. Nell’Ue dei 27, invece, non si discute di nulla, si sottacciono gli impatti economici di breve termine e non si affrontano quelli geopolitici di medio-lungo periodo. Soprattutto non si apre una riflessione su cosa abbia significato costruire un’Unione europea tutta centrata sull’asse Parigi-Berlino. Qual è stato il prezzo di questa scelta? È stata un’idea intelligente? I cittadini britannici, nonostante i costi immediati della Brexit, confermano quella scelta perché ormai sono consapevoli che il loro destino è altrove, non in quella gabbia di burocrati europei senza bussola, dove possono solo morire. E noi? La nostra, quella degli altri 27 paesi dell’Ue, è una non scelta, di cui pagheremo un prezzo salato in caso di Brexit senza accordo, senza esserci neppure interrogati su quale sarà il costo geopolitico di non avere più Londra con noi. ...

Chi ha fatto sparire la notizia (e che notizia) data ieri dal Financial Times, uno dei più autorevoli giornali economici internazionali? Da settimane i maggiori Media italiani dilatano la tensione: è in arrivo la Procedura di Infrazione contro l'Italia, la Troika incombe, ampi schemi e grafici sulle conseguenze per le tasche di ciascuno. Ma ieri il Financial Times rivelava che invece No. Qualsiasi decisione è spostata a Luglio, in realtà ad Agosto, poi ancora un lasso di mesi che spingerebbe la decisione sino all'autunno, quando però si insedierà la nuova Commissione. Insomma: eccome che la notizia c'è. Ma non per i giornaloni italiani: se i fatti non corrispondono ai propri desideri vanno tenuti nascosti. Se non corrisponde al racconto nazionale dominante, la mannaia della censura cade anche su ciò che scrive il FT . Ma c'è altro. Dopo la notizia data dal quotidiano della City, oggi sono stati resi pubblici i verbali della riunione del 5 giugno della Commissione Ue, in cui si decise che la procedura di infrazione contro l’Italia era “giustificata”. Dal verbale emerge molta prudenza, per “evitare che la posizione della Commissione venga sfruttata a fini politici da qualche parte in Italia”. Usare un “linguaggio sfumato ma chiaro, rigido ma senza essere eccessivamente severo”, ha raccomandato a tutti i commissari il presidente Jean-Claude Juncker. E soprattutto, niente fretta. Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici, ha proposto di dare all’Italia sei mesi di tempo per iniziare a correggere al ribasso la traiettoria del debito, contenendo il deficit, “per permettere al governo italiano di adottare misure efficaci” nella legge di Bilancio per il 2020. Il suo collega Valdis Dombrovskis, che si è ritagliato il ruolo del poliziotto cattivo, ha proposto invece dai “tre ai sei mesi”. Insomma, ottobre o dicembre. Solo che a fine ottobre questa Commissione termina il suo mandato e quindi, senza dirlo forte, si sta passando la palla alla futura Commissione, riconoscendo la propria mancanza di legittimazione per una procedura del genere. Basta? Macchè. Dal verbale della riunione emerge pure che per la Commissione europea ”la decisione di lanciare la procedura è responsabilità del Consiglio e che sarà presa, nel caso, dagli Stati membri il 9 luglio”. Osservazione formalmente corretta, e quindi superflua, non fosse che alla riunione del Consiglio di pochi giorni fa, come riporta l’HuffingtonPost, molti interlocutori hanno detto a Conte che la responsabilità di un’eventuale procedura di infrazione sarebbe della Commissione. Insomma, è iniziato il gioco del cerino. Quindi niente di più facile che alla riunione dell’Ecofin del 9 luglio i rappresentanti degli Stati facciano come la Commissione: rinvio. La verità è che nessuno pare volersi scottare le mani con questa patata bollente. Eppure non c’è un solo giornalone che faccia un ragionamento, che racconti un retroscena. E dire che i fatti, uno dopo l'altro, rappresentano altrettante prove. A Bruxelles non c’è alcun accordo sui nuovi vertici UE. È saltato il metodo istituzionale, secondo cui il presidente della Commissione avrebbe dovuto essere il leader del partito più votato e quindi il popolare tedesco Weber. E' tutto rimesso agli Stati dove, però, con la crisi della Grande coalizione tedesca che sopravvive ma non esiste più, i problemi di Macron in patria, i rapporti franco-tedeschi ridotti al lumicino, non si sa più chi comanda. Intanto a novembre Draghi se ne va dalla Bce. In questo quadro l’Ue si trova a dover gestire una Gran Bretagna che si dichiara pronta a uscire dall’Unione a fine ottobre senza alcun accordo e quindi senza pagare nulla, con un costo per l’UE che potrebbe rivelarsi ben più rilevante di quanto sin qui immaginato. Aggiungere anche una rottura con l’Italia, che di fronte a una procedura di infrazione potrebbe ritrovarsi con elezioni anticipate, sarebbe davvero un azzardo. Meglio quindi rinviare, adottare linee morbide, in attesa di passare la patata bollente alla nuova Commissione che si insedierà a novembre. Ma la UE in piena tempesta ai giornaloni non interessa. Né interessa la doverosa presa d'atto che un qualsiasi Conte è riuscito a produrre rinvio e flessibilità né più né meno che un Monti, un Letta o un Renzi. Meglio continuare con lo schema dell’Italia populista, fatta di ladri e lazzaroni, che sta per essere condannata a una miliardaria procedura di infrazione da parte dell’inflessibile, equa, civile e giusta Europa. Anche a costo di censurare il Financial Times....

Si mangiava abbastanza male ma erano pittoresche. Un anno fa...

Secondo il Financial Times la Commissione Ue ha deciso di prendersi una pausa prima di avviare la procedura di infrazione contro l’Italia. Ogni decisione è rinviata ad agosto. Se confermata la notizia rischia di far dilagare il panico: un qualsiasi avvocaticchio Conte riesce ad ottenere ciò che già ottennero il fu salvatore della patria Monti e i coltissimi Letta e Renzi? Il quotidiano finanziario londinese riferisce che domani la Commissione Ue non deciderà, come invece previsto, l’avvio formale della procedura contro l’Italia, nella speranza di poter arrivare ad un accordo. Ma soprattutto, scrive il Financial Times, “i funzionari dell’Ue e i governi dell’Eurozona temono che un aumento delle tensioni con l’Italia incoraggi Salvini e spinga il Paese verso nuove elezioni, in cui la Lega potrebbe trionfare”. Al di là dell’interpretazione del Financial Times, c’è il problema di capire se una Commissione in scadenza abbia la legittimazione o meno per compiere passi di questa rilevanza. E c’è chi maliziosamente, in queste ore, tira fuori una dichiarazione di Pierre Moscovici al New York Times nel 2013, quando era ministro delle Finanze francese, durante la presidenza Hollande. Diceva Moscovici: “La visione generale nella Commissione europea è neoliberista o ortodossa. Io sono un socialista, un socialdemocratico! In Francia abbiamo libere elezioni, siamo noi a determinare le nostre politiche e stiamo difendendo la nostra strada. Il problema dell'Europa è che è percepita come punizione e non come aiuto per gli Stati”. ...