UN’ALTRA EUROPA, PER LA DIFESA E LO SVILUPPO

Ondate di migranti, mutazioni civili e culturali nel continente, terrorismo, squilibri globali impongono la creazione di un’altra Europa, capace di raccogliere il testimone di una UE ormai priva di ruolo. Tre le priorità comuni che i Paesi europei possono condividere : Mercato Comune, Difesa Comune, Intervento Comune per la Vita e lo Sviluppo nei paesi del Sud del mondo. Così come i Padri dell’Europa diedero vita al sogno europeo attraverso la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (che garanti’ l’uso pacifico di risorse non più disponibili ne’ destinabili alla guerra) allo stesso modo oggi l’Europa può giocare un ruolo cruciale per se’ stessa ed il mondo con una Comunità Europea per la Difesa e lo Sviluppo che garantisca al continente la Sicurezza dei propri confini esterni/interni e una forte politica di interventi Europei per la Vita e lo Sviluppo nei paesi del Sud del mondo altrimenti destinati ad essere focolai permanenti di tensioni, povertà endemiche, Migrazioni di massa , sottosviluppo.

E’ il Cigno Nero il terzo incubo italiano del 2020. Se non bastavano le paure di un nuovo conflitto mondiale a gennaio e la peste del Coronavirus a febbraio, ecco le più che verosimili prospettive di una catastrofe economica tricolore: un impasto di recessione e pauperismo da far impallidire le crisi del 2001 e del 2007. Non è un caso che si parli sempre più fittamente di Governo di Unità Nazionale. Conte è al tramonto per inadeguatezza e manifesta debolezza politica. Non sarà lui a poter guidare la formula molto nota e italianissima che all’ombra della solennità emergenziale cela un’unica domanda seria: Unità Nazionale sì, ma per fare cosa? Che quella economica sia più di un’emergenza è evidente. Già prima del Coronavirus i più bene informati parlavano di un Pd ormai deciso a preferire le elezioni anticipate a Settembre piuttosto che un tirare a campare del tutto improbabile: il -0,3% del Pil nel quarto trimestre 2019 non segnalava solo il peggiore dato degli ultimi 7 anni ma anche l’esigenza di una manovra lacrime e sangue che il Conte bis non avrebbe la forza di varare e il Pd non potrebbe mettersi sulle sue già fragili spalle. Poi l’epidemia ha fatto il resto: nella primavera/estate 2020 l’Italia con appiccicata addosso l’immagine di Paese Appestato non potrà neanche consolarsi con i salvagenti di sempre: il turismo, l’export, l’agroalimentare, il Paese Museo del mondo sono semplicemente in ginocchio. Le disdette fioccano ad oltre il 40%, i nostri cieli sono vuoti, nessuna famiglia americana o europea vuole portare i bambini in Italia, la nostra immagine è già condannata ad almeno un biennio di lista d’attesa prima di tornare a proporsi sugli scaffali del turismo globale come il Belpaese dal magnifico appeal. Niente da fare: se si vuole ricostruire, e intanto sopravvivere, bisogna inventarsi altro. Ma cosa? Ecco: l’unico politico che paradossalmente ha cominciato ad affrontare il tema – probabilmente in modo del tutto involontario – è il grillino Di Battista. Gli altri lo eludono: discutere di quale formula di governo dopo Conte (con o senza Meloni, con o senza Giorgetti, con o senza Renzi) serve solo a fischiettare, a eludere la vera domanda. Lo stupido Dibba invece l’ha posta: sopprimere il vincolo costituzionale che suggellò l’egemonia politica UE dell’ultimo decennio, l’obbligo del Pareggio di Bilancio. Eccolo, il punto. Dibba lo dice perché sogna un Paese dove si stampano trilioni di euro da donare in reddito di cittadinanza, manate di spaghetti regalati da sud a nord, assunzioni pubbliche per chiamata diretta allo stadio. Ma il nodo non è quello. Il nodo si chiama – e questo sì meriterebbe un “governo di unità nazionale” – ridiscussione dei vincoli europei. E drastica rifondazione di un’altra Europa. Parliamoci chiaro: o l’Italia prevede una cura da cavallo – due anni senza tasse, esercito del lavoro, appello ai capitali esteri per investire, legislazione e fisco di vantaggio per chiunque voglia portare qui dei soldi – o il Cigno Nero ci traghetta nell’abisso. E questa cura, se s’ha da fare, non può essere fatta con gli attuali Dogmi, le attuali Regole e regolette dell’Italietta europea e macroniana di Conte e Mattarella. Ci vogliono poche idee ma chiare. E forse un paio di biglietti aerei per Washington e per Londra. Dove, ne siamo convinti, ci aspettano e saremo i benvenuti. E’ questa la cruna d’ago dell’Italia del 2020, con dietro (speriamo) il Coronavirus e davanti il Cigno Nero. Lo potrebbe, lo vorrebbe fare questo passo un Governo di Unità Nazionale? Se sì, allora ben venga. Se no, rischiamo Mussolini. I Coronavirus, nella storia, hanno sempre lasciato il segno. E i Cigni Neri, di segni, ne hanno sempre lasciati due....

Dopo il pentimento dell’ex-direttore del Corriere Ferruccio De Bortoli, oggi è il turno di Romano Prodi a prendere atto del vicolo cieco in cui è finita l’Ue. In un editoriale sul Messaggero intitolato “Ricatto degli ‘austeri? – Il naufragio sul bilancio toglie futuro all’Europa”, Prodi afferma che il fallito accordo tra i 27 Stati costituisce per l’Unione europea “un messaggio forse peggiore della Brexit”. Sinora il Bilancio Ue è stato pari all’1% del Pil europeo, “una percentuale non solo incompatibile, ma ridicolmente inadeguata per gli obiettivi che l’Europa stessa si è posta al fine di esercitare un ruolo significativo nella futura politica e nella futura economia mondiale. È infatti evidente che con disponibilità così limitate non si può nemmeno pensare alle sfide dell’ambiente, della politica sociale, della sicurezza, della tecnologia e dell’intelligenza artificiale che ogni giorno diciamo di voler affrontare. Tanto più che i 1.000 miliardi di euro del bilancio europeo sono destinati per circa i due terzi all’agricoltura e all’aiuto delle regioni più arretrate mentre, con il restante terzo, si deve fare fronte a tutte le altre spese: dalla cultura alla ricerca, fino al costo del funzionamento delle istituzioni comunitarie”, scrive Prodi. Il Parlamento europeo ha chiesto di elevare il Bilancio all’1,3% del Pil, una proposta irreale, dato che non c’è stato accordo neppure per aumentarlo all’1,074% come proposto dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel, visto il veto dei paesi autodefinitisi “frugali” e cioè Austria, Olanda, Danimarca e Svezia, con il tacito appoggio della Germania. A favore dell’aumento sono invece i tanti paesi che ricevono più di quel che danno grazie ai fondi della politica di coesione. In mezzo Francia e Italia, preoccupate di non veder diminuire i contributi che ricevono dalla politica agricola. Coesione più agricoltura assorbono i due terzi del Bilancio. Col restante terzo l’Ue dovrebbe fare tutto il resto, compresa la nuova politica industriale sulla base del grande Piano Verde annunciato dalla Commissione Ue. Ma i soldi non ci sono. Chi li ha non li vuol dare, gli altri – paesi dell’Est, Spagna, Grecia e Portogallo - vogliono continuare a ricevere. In aggiunta, con la Brexit sono venuti meno i fondi del Regno Unito, che con Germania e Francia era tra i maggiori contributori netti del Bilancio Ue. Di fronte a questa situazione, Prodi vede come sola via d’uscita una “congiunta ribellione” del Parlamento e della Commissione nei confronti del Consiglio europeo, cioè dei governi degli Stati nazionali. Una proposta ancor più impraticabile e velleitaria del Bilancio Ue. La verità è che questa Governance europea è fallita. È necessario sciogliere questa impalcatura, con i suoi dogmi, e disegnare nuovi accordi e trattati. La realtà è che la vecchia Europa fa solo accordi d’affari circoscritti tra i membri del club. Non si capisce, in questo contesto, a cosa servano l’elefantiaca struttura tecno-burocratica della Commissione Ue e il Parlamento europeo, che Prodi ancora difende. Non prenderne atto significa restare in un labirinto specchi, da cui non si sa come uscire....

Il problema non è la destra, la sinistra, Salvini, i Sardini; il problema è un sistema economico-politico-sociale che è bollito. Il problema è che mancano totalmente libertà, autorevolezza, rapporti internazionali e soldi. Sì, a forza di limiti, di “no”, di cose che non si possono dire e fare, ci troviamo ormai, stati nazionali e organismi sovranazionali, ad avere un’Europa continentale che non conta più, che non riparte più, che non pesa più. E la discussione, tra una scampanellata e un erasmus a Napoli perché il napoletano non è meno importante dell’inglese, è risibile, mai vera, mai pragmatica. In realtà pare che l’inglese sia più importante non solo del napoletano (ca va sans dire), ma anche del Tedesco, del Francese, dell’Italiano e dell’esperanto mai nato. Lo dicono i dati. Il 13 febbraio la Commissione europea ha pubblicato le previsioni economiche intermedie per l’inverno 2020, riguardanti i livelli annuali e trimestrali del prodotto interno lordo (PIL) per l’anno in corso e per il 2021 per tutti gli Stati membri, nonché i dati aggregati a livello della zona euro e dell’UE. Dall’analisi è emerso che il bilancio complessivo continua a puntare verso il basso: l’economia europea seguirà una crescita modesta, trainata dalla domanda interna. In particolare nella zona euro si prevede che la crescita, di poco sopra l’1%, scenderà nel 2020 e nel 2021, rispetto all’1,5% del 2019. Insomma, brodini neanche tanto caldi. Altre pietanze vengono invece servite oltremanica dove, dopo un periodo di minor crescita legata all’incertezza di Brexit (non a Brexit, all’incertezza che non avvenisse), i dati dell’Office for National Statistics (ONS), l’agenzia governativa britannica che analizza le informazioni statistiche sull’economia, la popolazione e la società nel Regno Unito, rivelano che sono in crescita i più importanti settori dell’economia. Le attività immobiliari, quelle che tutto trainano,  sono cresciute dello 0,3% nel quarto trimestre, così come si registra un aumento dello 0,7% nella produzione dei servizi di istruzione, la cosa più importante. Anche la Pubblica Amministrazione ha contribuito alla crescita, altro che austerità. Gli investimenti pubblici sono aumentati del 2,1% nel quarto trimestre del 2019 e sono stati convogliati nelle cose più importanti: pubblica amministrazione per migliorarne l’efficienza (che già è a livelli che un continentale, non diciamo un italiano, si può sognare), servizi di difesa (per contare ed incidere), spese sanitarie (non c’è bisogno di commento) e dell’istruzione (la vera base di una Nazione, ciò su cui tutto si fonda). E a chi dice che tutto ciò prelude ad un’Inghilterra che diventerà un paradiso fiscale, chiuso, dimentico dei più bisognosi ed antisociale sia sufficiente ricordare i dati dell’occupazione, che non si confrontano con quelli continentali per amor di “patria”. Nel quarto trimestre il livello di disoccupazione si è abbassato notevolmente ed il numero di persone ritenute economicamente inattive si è ridotto. Udite udite, le politiche del sessista BoJo hanno fatto sì che l’aumento dell’occupazione nell’ultimo trimestre sia stato determinato dal sempre maggior numero di donne lavoratrici a tempo pieno; in particolare, la percentuale di esse che lavorano in proprio ha raggiunto nell’ultimo trimestre un livello record, con un aumento di 150.000. E laggiù la “partita IVA” non è il refugium dei licenziati o la maschera di assunzioni sottopagate, laggiù è una cosa seria. Intanto, sul fronte della tecnologia, il pragmatismo raggiunge le più alte vette. La grande sfida è quella di affidarsi, quanto al cd. 5G, al cinese Huawei. Problema: il cinese è bravo, ma potrebbe essere anche un po’ spione. L’America ha le idee chiare: non entrano. I paesi UE, ovviamente, non sanno cosa dire: decisione rimandata dopo la riunione di marzo e poi ognuno farà come vorrà, come con aerei, gasdotti, guerre e migranti. UK invece applica il buon senso e decide di affidarsi all’azienda cinese limitandone l’accesso al 35% della rete nazionale centrale, escludendo le aree sensibili, quelle militari ed i siti nucleari. Quindi apertura al mercato e relazione, ma anche protezione della sicurezza nazionale. E per farsi “perdonare” di questo accesso parziale si sta trattando per affidare ad altre imprese cinesi la costruzione di una linea ferroviaria di alta velocità che collegherà Londra, Birmingham, Manchester e Leeds da ultimarsi in anni 5 dalla partenza dei cantieri. Altra grande lezione di efficienza e democrazia, non come qui che la TAV, progetto molto meno ambizioso, non si è fatta in oltre vent’anni per colpa di pochi e nonostante la volesse tutta l’Europa. Ma forse tutti questi dati non servono a capire. Forse è il caso di affidarsi alla letteratura e mi piacerebbe essere il Thomas Mann dei Buddenbrook per descrivere questa scena finale, per poterla far vivere a tal punto, nei suoi significanti, da non doverla commentare. Parlamento Europeo, Nigel Farage, quello che ha rinunciato a 137 seggi ed alla poltrona per una battaglia politica, fa il suo ultimo discorso, un momento storico di commiato. Egli racconta di come ha cambiato idea sull’Unione Europea quando ha visto che nel 2005 i Francesi e gli Olandesi hanno respinto la Costituzione con un referendum e nonostante questo la Costituzione è stata fatta rientrare nel Trattato di Lisbona. Quando ha visto far votare gli Irlandesi fino a quando il voto è diventato “giusto”. Quando si è reso conto che il progetto è antidemocratico perché nessuno di quelli che decidono rende conto agli elettori. Poi prende una bandierina inglese e promette che vi sarà sempre vicinanza e collaborazione perché “noi amiamo l’Europa, ma detestiamo questa Unione Europea”. Il suo discorso continua con apertura e spirito conciliativo, ma non si sente più. La PresidentA gli ha staccato il microfono perché il regolamentino non permette la bandierina. E mentre Nigel e i suoi se ne vanno ricorda che la parola “detestare” non andrebbe usata. Sipario. Fabio Ghiberti e Giuliana Cristauro Fabio Ghiberti – Avvocato, membro dell’Osservatorio Corte Costituzionale dell’Unione delle Camere Penali, membro del consiglio direttivo dell’associazione politica La Marianna, membro del consiglio direttivo dell’associazione scientifica BUSINESSJUS, consigliere di amministrazione della Incontro Società Editrice. Giuliana Cristauro – Laureanda in Giurisprudenza presso l’Università di Torino. Vice direttrice di MSOI thePost, la rivista online di affari internazionali di MSOI Torino.  ...

“Avete passato 5 anni a mentire su quello che succedeva in questi incontri dell’Eurogruppo. Ora state costruendo su queste distorsioni una nuova legislazione di austerity e di fallimenti. Per questo motivo, prima che i membri del Parlamento possano esprimere un voto informato su questi progetti di legge, hanno il diritto e il dovere di sapere esattamente cosa è stato detto in quelle riunioni dell’Eurogruppo”. Dopo aver pronunciato queste parole, Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze del governo greco presieduto da Alexis Tsipras nella prima metà del 2015, una settimana fa ha consegnato al presidente del parlamento greco una chiavetta con le registrazioni delle riunioni dell’Eurogruppo in cui venne decisa la politica di austerità della troika, che ha messo al tappeto il popolo greco. Salvo poi vedere i tardivi mea culpa dei suoi protagonisti, come Junker e Lagarde, allora rispettivamente presidente della Commissione europea e direttore del Fmi. Il presidente del parlamento di Atene ha rifiutato la chiavetta di Varoufakis e allora l’ex ministro ha deciso di rendere pubbliche le registrazioni, con la trascrizione in varie lingue, a partire all’incirca dal 10 marzo, come riferisce Scenari Economici. L’ex ministro greco racconta che decise di registrare con lo smartphone le riunioni dell’Eurogruppo, annunciandolo attraverso il New York Times, perché “Dopo i primi tre incontri dell’Eurogruppo mi resi conto, con mio grande orrore, che non veniva redatto alcun verbale. Inoltre, l’assenza di qualsiasi registrazione di quanto detto consentiva agli apparatchiks della troika di indulgere in un’orgia di fughe di notizie e di allusioni che si diffusero molto rapidamente in tutto il mondo”. Sarà interessantissimo ascoltare quelle registrazioni, anche solo dal punto di vista storico, visto che non esiste alcun verbale ufficiale. Si capirà se Varoufakis mente quando dice che si trattò di uno spietato atto di forza e di prepotenza, o se invece porta materiale documentale che potrebbe farci capire molto della crisi della Ue, della tragedia greca, ma anche della Brexit. Fateci ascoltare quei nastri e ognuno potrà valutare cosa accadde in quel frangente drammatico del 2015, a cominciare dai grandi organi di informazione, che fecero proprie le tesi uniche di Bruxelles, dispensate nelle conferenze stampa di fine riunione, anziché scavare più in profondità su cosa accadeva realmente dietro quelle porte sbarrate, senza registrazioni e senza verbali.  ...

Bene ha fatto Beniamino Bonardi su La Marianna di ieri a rilanciare il clamoroso e pubblico pentimento di quel signore un po' snob e tanto arrogante, celebre fra le redazioni per il soprannome di Fessuccio De Bortoli: “Un pezzo della classe dirigente italiana, me compreso, quando ero alla guida del Corriere, ha sbagliato" - ha confessato il nostro per poi sfociare nel mea culpa: "Le opinioni contrarie a questo milieu europeista sono state marginalizzate, considerate culturalmente non proponibili, indegne di far parte del dibattito politico. Involontariamente, questo tipo di europeismo è stato troppo esclusivo, aristocratico, lontano dal sentire popolare". Che dire, per ora l'Oscar del Pentito della UEF (Unione Europea Francotedesca) va senz’altro a lui. Ma preparatevi a vederne presto un'orda: i Pentiti della UEF sono destinati a trasformarsi in esercito. Già due altri casi hanno del clamoroso. Massimo Cacciari, confinati nei lontani ricordi i volantini operaisti di Porto Marghera e lanciate alle ortiche le accorate orazioni per le ampie alleanze da Macron a Tsipras in difesa di Bruxelles, oggi rompe gli indugi: "Uno come il sottoscritto versa il 60% del suo reddito in tasse. Non si possono considerare superflui i problemi del ceto medio e medioalto. A me sta venendo voglia di prendere baracca e burattini e di trasferirmi a Vienna”. Sarebbe, in effetti un'ottima idea: meglio di Vienna potrebbe esserci forse solo il Lussemburgo del suo amico Juncker, dove meditare sulle sorti della UEF nella serenità di un paradiso fiscale adatto al "ceto medioalto", che Cacciari ha abbracciato con l'ardore del neofita. Ma non basta. Oltre Fessuccio & il Filosofo, va iscritto al club anche Federico Fubini, la penna arguta che per un decennio ha cantato le progressive sorti di Berlino e Parigi, uniche sponde della salvezza di un'Italia sommamente guidata dai Monti, dai Napolitano, dai Letta. Ieri, invece, il lucido Fubini ha scoperto che nella UEF qualcosa non va: perchè è un posto dove non si può dire la verità. Lui lo ha capito grazie alla «gaffe» di Borrell, l’alto rappresentante della politica estera di Bruxelles che ha avuto il torto di porre una domanda pubblica sull’evangelizzazione ambientalista dell’Europa nel mondo. «Mi piacerebbe sapere se i giovani che manifestano nelle strade di Berlino, chiedendo misure contro il cambio climatico, sono coscienti dei costi. Se capiscono che dovranno ridurre il loro tenore di vita per compensare i minatori di carbone polacchi che resteranno disoccupati». Apriti cielo: la Commissione europea si è ufficialmente dissociata e lo spagnolo ha dovuto scusarsi per aver parlato di quella che chiama la «sindrome Greta». Ma un sistema che non sopporta la verità - sentenza lapidario Fubini - è un sistema politico debole. Giusto. Peccato che per scoprirlo bastava rileggersi i suoi articoli di un decennio. Giovanni Negri...

Una volta non bastava. Era troppo bravo, soprattutto era un fine analista che tutto capiva, e allora lo hanno chiamato a dirigere il Corriere della Sera ben due volte, dal 1997 al 2003 e dal 2009 al 2015, per un totale di 12 anni. Nell’intermezzo ha diretto Il Sole 24 Ore. E dalle nobili scrivanie di Via Solferino e del quotidiano di Confindustria ci ha raccontato gli anni ruggenti dell’euro e quelli drammatici della Grande Crisi, spiegandoci giorno dopo giorno qual era la posizione politicamente corretta, che stava sempre nel triangolo dell’austerità Berlino-Parigi-Bruxelles, imbavagliando ogni voce dissenziente e dissonante. Ferruccio De Bortoli ha diretto 18 anni di Pensiero Unico, che per definizione non ammette discussioni e contraddittori, e oggi in un’intervista all’HuffingtonPost riconosce candido di non aver capito nulla e di aver sbagliato tutto: “Un pezzo della classe dirigente italiana, me compreso, quando ero alla guida del Corriere, ha pensato – sbagliando – che il vincolo esterno europeo potesse servire a correggere i nostri difetti, aiutandoci a fare delle cose che da soli non saremmo riusciti a fare. Le opinioni contrarie a questo milieu europeista sono state marginalizzate, considerate culturalmente non proponibili, indegne di far parte del dibattito politico. Involontariamente, questo tipo di europeismo, troppo esclusivo, aristocratico, lontano dal sentire popolare, ha alimentato un’opposizione sovranista ostile sia all’Europa, sia all’euro, considerati, rispettivamente, una costruzione politica oligarchica e una moneta al servizio degli interessi delle banche”. Cosa fa una persona di responsabilità, in un paese dove vige la meritocrazia, dopo aver fatto un’ammissione del genere? Raccoglie silenziosamente le cose dalla sua scrivania, chiede scusa e se ne va, prima che lo caccino. In Italia no. Anzi, visto che non ha capito nulla nel passato, De Bortoli ci propone impassibile la nuova ricetta per il futuro. Non importa con quale credibilità possa farlo. Il fatto è che l’ex direttore fa parte di un'élite intellettuale e giornalistica senza vergogna, immobile e inamovibile. Anche quando ammettono di aver sbagliato perché non avevano capito un cazzo, i soci di quel club esclusivo, dominante e opprimente, restano al loro posto a pontificare e a indicarci la nuova Via, dettandoci la nuova Verità. Ferruccio De Bortoli non è il solo. È solo il primo. In questi ultimi due decenni abbiamo avuto schiere di giornalisti e fini commentatori che dalle colonne dei loro giornaloni hanno scientemente, deliberatamente, recidivamente scritto pacchi di cazzate per tenere bordone al Pensiero Unico. Corsera, Repubblica e Stampa una sola cosa dovrebbero fare. Inchinarsi, come fanno in Giappone, e chiedere SCUSA agli italiani per tre lustri di Non Giornalismo....

A QUEST ORA NON DOVEVAMO FESTEGGIARE COME WALCHIRIE CON GLI AMICI TEDESCHI SUI DISASTRI DI TRUMP E LA CATASTROFE BREXIT, FORTI DI UN VENTENNIO DI FORMIDABILE EUROPOLITICA ECONOMICA? Da Repubblica di oggi ( "L'instabilità a Berlino e quella a Roma") Sono i dati della produzione industriale in drammatica caduta a creare la suggestione di una deriva parallela che coinvolge le due nazioni. Tuttavia si tratta di realtà non paragonabili: negli ultimi dieci-dodici anni la forbice tra Germania e Italia non ha fatto che aumentare a tutto vantaggio della prima. E la stagnazione italiana tendente alla recessione non è colpa del governo in carica oggi: è il prodotto di anni di scelte poco lungimiranti, senza che ci sia nessuno che possa chiamarsi fuori rivendicando una sorta di "età dell'oro" mai esistita in concreto, almeno negli ultimi quattro lustri. Non sono dunque gli indici economici sotto zero a rendere la Germania simile all'Italia: ci vuole ben altro. Esiste però una nuova debolezza politica a Berlino che non dipende in modo diretto dalla gelata produttiva, ma che in una certa misura è incoraggiata da quei dati pessimi, in grado di accentuare il malessere sociale in forme imprevedibili. ...

Negli ultimi anni, la reazione degli euristi di fronte alla prospettiva della Brexit è stata “Se vogliono andarsene, si accomodino: peggio per loro”. Una reazione di supponenza ribadita ieri dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che non capisce le posizioni di Boris Johnson sui negoziati per regolare le future relazioni tra Regno Unito e Ue, e che comunque fa spallucce dicendo che “se vogliono accontentarsi di soluzioni al ribasso, a noi sta bene”. Insomma, contenti loro contenti tutti. Chi se ne frega. In realtà a Bruxelles sono consapevoli che con la Brexit si è aperta all’interno dell’Ue quella che il britannico Express definisce una “guerra civile”, il cui terreno di scontro è il prossimo bilancio settennale 2021-2027, che secondo la proposta sul piatto prevederebbe che cinque paesi debbano quasi raddoppiare il loro contributo annuo, per colmare il vuoto di contributo del Regno Unito dopo la Brexit. Si tratta di Germania, Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia. Il contributo della Germania dovrebbe passare da 16 a 26 miliardi annui, quello dell’Olanda da 4,5 a 8 miliardi, mentre l’Austria dovrebbe raddoppiare il suo contributo attuale per raggiungere i 2 miliardi. Dopo mesi di negoziati, lo stallo è totale, con i paesi beneficiari della Politica di Coesione europea che invece sostengono la proposta della Commissione Ue secondo cui il bilancio pluriennale dovrebbe corrispondere all’1,1% del Pil dei 27 paesi o addirittura all’1,3% richiesto dal Parlamento europeo. Su questo fronte ci sono Spagna, Portogallo, Grecia, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia. La Francia, preoccupata di non veder diminuire i contributi Ue alla propria agricoltura sta nel mezzo. Un’ipotesi che si fa strada prevede di affiancare ai contributi degli Stati delle nuove risorse proprie dell’Ue, come quelle che potrebbero derivare da una tassa sulla plastica e dall’imposizione di dazi alle frontiere per quei prodotti fabbricati senza rispettare i limiti di emissioni di CO2 in vigore nell’Ue. Insomma nuove tasse, questa volta europee, in nome dell’ambiente e una Ue protezionista in nome del clima. In realtà solo per fare cassa, per compensare il vuoto britannico. La realtà post Brexit per la Ue è tutt’altro che rosea, al di là di quel che vorrebbe far credere Ursula von der Lyen, che in realtà non conta perché chi conta sono gli Stati nazionali: è scoppiata la guerra interna ai 27 paesi restanti dell’Ue sui soldi da pagare per stare nel club di Bruxelles. A questo punto ogni singolo Stato è costretto a chiedersi pubblicamente in cambio di cosa deve pagare tanto all’Ue e quali ricadute avranno sulle proprie industrie e sui posti di lavoro dei propri cittadini le nuove tasse Ue che si immaginano. Cosa direbbe l’europeista Emilia Romagna di Bonaccini, con la sua filiera della plastica, di fronte a una tassa imposta al solo fine di rimpinguare le casse Ue? La Brexit ha sprigionato nel continente il virus della democrazia. Ora si comincia a discutere del quanto, del cosa, del come e del perché di questa Ue. Altro che fischiettare e dire che i problemi ce li ha il Regno Unito di Boris Johnson. Con la Brexit il Re è nudo....

“Achtung, arriva AKK”, titolava quasi un anno fa La Marianna. Ma oggi Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK), erede designata di Angela Merkel, ha annunciato che se ne va. Si dimette dalla presidenza della Cdu e rinuncia a candidarsi alla cancelleria nelle elezioni politiche del 2021. La versione ufficiale parla di un decisione presa dopo essere stata commissariata da Angela Merkel sullo scandalo del governatore della Turingia eletto con i voti della Cdu e dell’estrema destra di Afd, e dopo essere stata abbandonata dai vertici del partito. Ma forse la motivazione è più profonda. Che la Cdu fosse dilaniata da lotte interne, visti i continui tracolli elettorali e la Grande Coalizione ormai dissolta seppur ancora al governo, lo si sapeva da tempo. Erano state proprio le sconfitte elettorali in Baviera e in Assia a indurre la Merkel, nell’ottobre 2018, ad annunciare l’intenzione di lasciare la politica nel 2021 e di non ricandidarsi alla presidenza della Cdu al congresso di due mesi dopo, dove era stata eletta proprio la sua fedelissima AKK. Fedelissima sino ad allora, perché pochi mesi dopo la delfina fece una mossa che indicava una direzione ben diversa da quella dove stava andando la Merkel. Infatti, nel gennaio 2019 la cancelliera tedesca firmò con Macron ad Aquisgrana il nuovo Trattato di amicizia tra Germania e Francia, che rinsaldava l’asse franco-tedesco che guida l’Europa. Ma solo due mesi dopo, AKK pubblicò sulla stampa tedesca, facendola tradurre in varie lingue, la sua visione dell’Europa, in cui bocciava proposte e impostazioni della “Lettera agli europei” appena pubblicata da Macron. AKK rifiutava il centralismo e lo statalismo di Bruxelles vestito da potere europeo. Sull’immigrazione ribaltava la logica di Dublino III e scaricava il macronismo, sostenendo che chi ha compiti sulla frontiera esterna non ha gli stessi doveri di accoglienza. Scegliendo di andare a urtare deliberatamente le sensibilità francesi, AKK proponeva anche di eliminare Strasburgo come seconda sede del Parlamento europeo e chiedeva un seggio permanente per l’Ue al Consiglio di sicurezza dell’Onu, in palese contraddizione con il nuovo Trattato franco-tedesco firmato da Macron e Merkel, in cui la Francia appoggiava la richiesta di un seggio per la Germania. Insomma, due soli mesi dopo il Trattato di Aquisgrana, la linea franco-tedesca di Macron e Merkel veniva messa in soffitta. Forse qui, più che in Turingia, sta il motivo della breve vita di AKK come leader della Cdu e della sua uscita di scena annunciata oggi. È probabile che sia stata silurata e sacrificata sull’altare dell’asse Merkel-Macron, due leader di due paesi in crisi, così com’è in crisi l’Europa che Germania e Francia hanno modellato nell’ultimo ventennio. Chi non si sottomette viene fatto fuori....

Oggi a Bruxelles si è alzato il commissario per l’Economia Paolo Gentiloni a dire che così non funziona, che bisogna cambiare le regole europee incomunicabili ai cittadini, rivedere i dogmi del Patto di stabilità, che hanno imposto di stringere i cordoni quando l'economia va male e di allargarli quando va bene, contro ogni principio di prudenza e di ragionevolezza, e che non sono serviti ad abbassare il debito pubblico nei paesi in difficoltà. Così, come niente fosse. Dopo che per un decennio si è imposto a tutti i paesi dell’Ue il dogma del pareggio del bilancio e la regola senza fondamento del tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil, imponendo l’austerità e impedendo politiche di investimento nei paesi più in difficoltà, provocando il collasso economico e sociale della Grecia e il progressivo declino dell’Italia, con milioni di emigrati, un ceto medio impoverito e un paese immobile. E con il Regno Unito che se n’è andato. Ma nessuno risponde di nulla, tutti rimangono ai propri posti. Perché nell’Ue non c’è democrazia e non vige il principio di responsabilità. Si vota per un Parlamento europeo che non conta e in cui non ci sono maggioranze politiche ma interessi incrociati di partiti nazionali. L’esecutivo è formato da commissari designati dagli Stati senza omogeneità di indirizzo politico. Tutto si trascina nella continuità, con il falco lettone Dombrovskis, a cui Gentiloni deve rispondere, che passa dalla Commissione Junker a quella von der Leyen e che dopo aver applicato le politiche di austerity dei cinque anni passati ora è pronto a gestire quelle nuove perché le precedenti hanno fallito (anche se esplicitamente nella Ue questo non si può dire e ci si deve accontentare di parlare di contesto mutato). Uomini per tutte le stagioni, politicamente indecifrabili e irresponsabili, che non rispondono agli elettori ma a un’invisibile tirannia burocratica, che non pagano mai per i propri errori, perché non sono sottoposti ad alcun controllo democratico....