UN’ALTRA EUROPA, PER LA DIFESA E LO SVILUPPO

Ondate di migranti, mutazioni civili e culturali nel continente, terrorismo, squilibri globali impongono la creazione di un’altra Europa, capace di raccogliere il testimone di una UE ormai priva di ruolo. Tre le priorità comuni che i Paesi europei possono condividere : Mercato Comune, Difesa Comune, Intervento Comune per la Vita e lo Sviluppo nei paesi del Sud del mondo. Così come i Padri dell’Europa diedero vita al sogno europeo attraverso la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (che garanti’ l’uso pacifico di risorse non più disponibili ne’ destinabili alla guerra) allo stesso modo oggi l’Europa può giocare un ruolo cruciale per se’ stessa ed il mondo con una Comunità Europea per la Difesa e lo Sviluppo che garantisca al continente la Sicurezza dei propri confini esterni/interni e una forte politica di interventi Europei per la Vita e lo Sviluppo nei paesi del Sud del mondo altrimenti destinati ad essere focolai permanenti di tensioni, povertà endemiche, Migrazioni di massa , sottosviluppo.

“Meglio mai che tardi” diceva Tullio Regge al Papa quando chiese scusa per le persecuzioni cattoliche agli scienziati. Stessa cosa vale per quello che l’UE sta provando a fare, rectius per ciò che dice di voler provare a fare. Lo dice solo, perché ad esempio la mossa di Draghi di drenare un po’ di liquidità e di costringere le banche a distribuirla mica è piaciuta al nudo impero. Il nostro ministro economico, uno degli storici fautori del fiscal compact, dice che chiederà flessibilità per il green deal. Ma cos’è? Quali documenti ha prodotto il nuovo governo? Quali investimenti comporterà? Quali possibili benefici? La ricetta è green deal perché dire che bisogna investire in lavoro, infrastrutture, ricerca e tecnologia è una bestemmia nel regno delle angurie, verdi fuori e rosse dentro. Sono tutte parole che si spengono sulle labbra del (presunto) politicamente corretto decrescista e affamatore. L’economia reale è ancora tabù ideologico, ma un dogma si è rotto: i parametri non vanno più bene. In realtà non sono mai andati bene perché hanno creato quello che viviamo, ma adesso lo si può affermare ex nunc, da ora in avanti. E il perché lo spiega uno degli analisti economici più autorevoli del Times: David Smith. Essi non funzionano “più” perché la Germania, l’imperatore nudo, è in recessione e la sua produzione manifatturiera in forte calo. Spiega Smith che una cosa analoga, anche se di minor portata, avviene anche in Inghilterra, ma ha cause diverse. UK risente di fattori esogeni e segnatamente la guerra commerciale di Trump verso la Cina; la Germania soffre invece della sua stessa politica economica (“del suo stesso successo”) imposta all’Europa. L’analista ricorda anche le bugie dello scandalo emissioni. Diverse le cause, diverse le conseguenze, prosegue l’esperto, perché il peso della manifattura sul PIL dei due paesi non è lo stesso: per i tedeschi incide molto di più. Non a caso oltremanica l’occupazione cresce ed è ai massimi storici e nell’area Euro scende. Morale: quando Trump toglie i dazi, gli uni torneranno a correre, gli altri no perché la crisi è strutturale ed autoprodotta. Decisioni prese da due per tutti (e troppi), nessun potere vero a livello internazionale, lentezza delle procedure, paura atavica dell’inflazione e tabù della crescita (perché fa troppo Briatore), hanno trasformato il carrozzone Europa ed i suoi componenti in un gigante inadeguato alle sfide economiche e geopolitiche. Ci vorrebbe Tomas Mann per descriverlo, elevando “I Buddenbrooks”, una grande famiglia erosa da generazioni progressivamente insipienti, a manuale di storia politica e sociale dell’Europa. Il mondo asiatico, quello che cresce di più ed è più dinamico, non considera più un interlocutore l’impero spoglio dei bureaucrats ed allo stesso modo non è più interessato a rapporti stretti il mondo anglosassone, per ora ancora egemone economicamente e militarmente. Basti pensare, notizia di due giorni fa, che la Borsa di Hong Kong, una delle principali al mondo, ha proposto a quella londinese una fusione. Investirebbe 36 miliardi di Euro. Perché non Francoforte o Parigi? Perché non servono. Ah, metanotizia: la borsa inglese controlla quella italiana. Come diceva Guzzanti in uno splendido ed antico spezzone: “Boris (in allora era Silvio)!!! Ricordati degli amici!!!”. Si respira aria di mercato e di mondo là. Qua di lavorare e guadagnare neanche se ne parla. Perché i nostri rappresentanti attuali non hanno neanche il coraggio di dire certe parole, sono tutti nascosti dietro le treccine di Greta. E la crisi di linguaggio e di coraggio ci divora. A proposito, un popolo si sferza così nei momenti difficili: “tornate ad essere gli eroi dell’Europa un’altra volta, per liberare il paese e salvare l’Europa da se stessa”. Un’Europa, dice Bo Jo al Telegraph, che ha fallito, che ha alimentato le tensioni tra gli stati membri, che ha permesso alla Germania di avere l’egemonia, che ha invaso l’Italia e distrutto la Grecia. “Napoleone, Hitler ed altri hanno già provato a fare questo e finì tragicamente. L’UE sta tentando di farlo con altri metodi”. Chi ama l’Europa sia l’eroe dell’Europa. #eroideuropa Fabio Ghiberti...

Sarà blasfemo e volgare quanto basta. Ma la verità - alla luce delle pesanti scelte compiute ieri da Mario Draghi - è che il solo slogan adatto in questo momento ad un' Europa ridotta all'immagine di confuso e un po' tonto Gigante Addormentato, vagante nella palude della Recessione e senza più neppure un Patto di Stabilità al quale aggrapparsi , sarebbe proprio questo : Alzati e Fattura. Il guaio, infatti, è che l'appello quasi disperato che si legge in controluce attraverso le scelte compiute dai piani alti della BCE è probabilmente destinato a cadere nel nulla. Pur di spingere le banche del continente a prestare soldi alle imprese , Draghi ha aumentato i tassi imposti alle banche medesime qualora avessero ancora la tentazione di parcheggiare i loro soldi presso la BCE. Prestate, prestate e prestate quattrini , sembra quasi implorare . Dal sistema bancario - oltre alla tragedia Deutsche Bank - giungono tuttavia segnali profondamente negativi sulla voglia degli europei di rischiare , intraprendere, scommettere sul futuro . A fronte di un'economia americana che corre come una littorina, il Gigante Addormentato è scivoltato in recessione e finalmente appare chiaro che il Patto assicura sì una forma di Stabilità, ma è quella della stabilità nella povertà. Ecco allora l'altra leva che il Governatore ormai in uscita ha deciso di attivare : per l'ennesima volta la premiata tipografia di Francoforte stamperà trilioni di euro immettendo denaro nello stanco corpaccione di una UE incartata. Un piano che addirittura si sa quando nasce - decollerà a Novembre - ma è privo di qualsiasi scadenza . La tipografia a quanto pare finirà di stampare solo quando dal buio della galleria la UE riuscirà a immaginare uno squarcio di luce all'orizzonte . Quando accadrà ? Chissà. Con ogni evidenza Draghi ha detto che i fondamentali potranno cambiare solo con una Germania immediatamente disposta a spendere, consumare e investire. Oppure, se questo non dovesse avvenire come infatti non avverrà, l'unica vera politica da praticare sarebbe quella fiscale espansiva. Tagliare, tagliare e tagliare ancora le tasse con urgenza per spingere a fare, produrre, intraprendere, commerciare, fatturare e finalmente assumere . Quanto ciò sia al centro delle reali politiche di alcuni governi europei è però presto detto. Draghi non aveva finito di illustrare le misure choc che rappresentano la sua eredità, ed ecco che da Roma il Ministro Gualtieri ha subito pensato di annunciare che "non ci sarà alcuna Flat Tax, una misura che aiuta solo chi ha già". Insomma nessuno choc fiscale , di nuovo la frase che gli italiani conoscono a memoria ( "diminuiremo le tasse entro tre anni" ) e un altro Totem da gettare al pubblico come il più classico fumo negli occhi : se Fiscal Compact e Parametri di Maastricht sembrano destinati al dimenticatoio per palese esaurimento, ecco arrivare il Piano Verde . Quello che secondo Gualtieri garantirà "grandi investimenti continentali" e - immaginiamo - tante belle agenzie locali, regionali, nazionali ed europee , pubbliche e parapubbliche, in nome del nuovo Supremo Obiettivo : il Piano Verde del Continente al Verde....

Taglio dei tassi di 10 punti base e iniezioni artificiali di 20 miliardi al mese: questa la quantità di denaro che la Bce pomperà subito nell’economia dell’Eurozona per evitare il rischio recessione. Una medicina necessaria e tempestiva - quella annunciata oggi da Mario Draghi ormai in uscita dalla fortezza di Francoforte - ma non risolutiva. Perché non risolvere nemmeno un problema dell’economia europea. I soldi pompati nel sistema del credito – da 20 miliardi al mese di durata indefinita; giù i tassi d’interesse, già negativi, da -0,40% a -0,50% e infine un nuovo Tltro – tradotto: un aiuto alle banche che prestano soldi alle imprese per investire – con tassi ancora più favorevoli e condizioni ancora migliori per le banche che presteranno denaro oltre un certo livello, sono il gentile lascito del SuperMario in uscita alla sua erede Lagarde. Basterà ? Tutto lascia pensare che no, non sarà affatto sufficiente . Più che una cura, anzi , parrebbe un termometro: quello della recessione tedesca galoppante e di una malattia decennale dalla quale la UE non riesce a uscire . L’ ennesimo bazooka per aiutare l’economia europea giunge proprio nel giorno in cui l’Ifo, istituto per la ricerca economica con sede a Monaco, ha tagliato ulteriormente le stime di crescita dell’economia tedesca parlando esplicitamente di “recessione alle porte”. L’ intervento all’ultima curva del mandato di Draghi mostra insomma tutte le debolezze dell’economia dell’Eurozona e nel contempo tutta l’inefficacia delle scelte fatte in questi ultimi anni per sostenerla. Come notano diversi osservatori internazionali, per quanto possa sembrare paradossale Draghi propone un secondo Quantitative Easing perché il primo ha fallito. Tra marzo 2015 e dicembre 2018 la Banca Centrale Europea ha creato e pompato nelle banche europee 2600 miliardi di Euro per portare l’inflazione al 2% e a oggi l’inflazione europea stagna ancora attorno all’1%. Per questo serve un nuovo stimolo, dice Draghi, e serve sia illimitato. Il problema è però che questo nuovo bazooka ha una potenza di fuoco pari a un terzo rispetto a quello precedente, che non ha centrato il suo obiettivo. Di fatto, Draghi ci sta dicendo che l’Eurozona ha bisogno di stimoli anche solo per mantenere l’attuale livello dei prezzi. Non esattamente una buona notizia. Secondo: l’economia europea non può sopravvivere nella competizione globale con Usa e Cina se non svaluta l’Euro, e questo è quel che Draghi ha fatto abbassando ulteriormente i tassi: ha svalutato la nostra moneta sul dollaro. Un “regalo” alla Germania, sperando ne risollevi le esportazioni messe in crisi dalla guerra dei dazi tra Usa e Cina e ne allontani lo spettro della crisi. Il problema, semmai, è che la Federale Reserve americana, spinta dall’invito di Trump, decida di fare altrettanto, scatenando l’ennesima guerra commerciale a colpi di stimoli finanziari, seguita a ruota da Cina e Giappone. Nei fatti, oggi la politica economica delle grandi economie globali è guidata dalle scelte delle banche centrali. Pessimo segnale, pure questo. Terzo: la politica economica europea deve cambiare rotta. Draghi l’ha detto tra le righe del suo intervento, in cui ogni parola è pesata ad arte: “Dobbiamo essere consapevoli degli effetti collaterali della nostra politica monetaria”, ha dichiarato, quasi come stesse leggendo il bugiardino di una medicina che può alleviare il dolore, senza tuttavia curare il malato. E già che c’era SuperMario l’ha indicata pure, la cura: una politica fiscale più espansiva. “È il momento di un'azione immediata ed efficace, spendete di più. Dare soldi alle persone è compito della politica fiscale, non della politica monetaria”, ha aggiunto, e immaginiamo, saranno fischiate le orecchie a molti. Far crescere la domanda interna attraverso stimoli fiscali e non monetari – tradotto: investimenti pubblici, tagli delle tasse – è d’ora in poi l’unica strada che può aiutare l’Europa a crescere. Messaggio a Berlino: basta accumulare surplus commerciali da urlo, è il momento di stimolare la domanda interna e di abbandonare il dogma del pareggio di bilancio. Messaggio a Bruxelles: cambiate le regole e scorporate gli investimenti pubblici dal calcolo del deficit. Più di così, la Bce non vi può aiutare: non l’ha detto, Draghi, ma è come se l’avesse fatto. [Si ringrazia per i dati fanpage.it]...

Adesso è ufficiale. La profezia del ministro tedesco Oettinger si è avverata: "Quando il nuovo governo italiano entrerà in carica lo sapremo ricompensare". Ecco, la ricompensa è arrivata, anche se un po' pelosa e molto interessata. Sino a un anno fa la sola idea di un italiano Commissario agli Affari Economici circolava nelle cancellerie europee come la barzelletta che ipotizzava Giacomo Casanova posto a guardia di un collegio di giovani vergini immacolate. Un'ipotesi grottesca insomma, una scelta confinata nell'irrealtà. E invece oggi, con la nomina di Paolo Gentiloni in quella casella così cruciale per i conti pubblici, tutto diventa reale e tutto appare più chiaro. Appare chiaro, intanto, che il dire che questo governo sia stato confezionato a Berlino corrisponde non a una maliziosa supposizione ma alla verità nuda e cruda. La cancelleria della Grande Coalizione - persa la maggioranza in Germania e in attesa di essere formalmente sloggiata dal Bundestag - ha dapprima contrattato con il PD e i Grillini l'elezione di Ursula Von der Leyen alla guida della Commissione, poi ha cucinato il ribaltone di maggioranza non solo a Bruxelles ma anche a Roma , infine ha messo a punto il baratto finale. Un italiano agli Affari Economici con un unico scopo: decretare la fine del Patto di Stabilità divenuto ormai insostenibile non per la stremata economia di Atene o la precaria condizione dei conti pubblici italiani , ma proprio per l'ex locomotiva tedesca, ferma da mesi sui binari e bisognosa di urgente riparazione . Ecco perchè - esattamente come nei giorni del Governo Monti - gli italiani devono ancora una volta avere un governo minoritario nel loro Paese e possono solo guardarsi allo specchio ripetendosi che "Anche per oggi non si vota". Berlino non voleva . E voleva Gentiloni, o meglio Gentilino che con Berlino fa rima ancor meglio. Lui, il neo commissario, potrà raccontarne un'altra, di barzelletta. Insomma potrà provare a balbettare che "grazie all'Italia l'Europa cambia marcia" e dice addio al Patto stupido di una Stabilità che da Atene a Londra, da Roma a Helsinki, nessuno ha visto. E chissà chi gli crederà. Forse solo chi non ha compreso che il buco senza fondo di Deutsche Bank - la crisi finanziaria più grave dai tempi di Lehman Brothers - la recessione ormai conclamata, l'export falcidiato, la fiducia ai minimi storici e i consumi sempre più contratti , ha obbligato la Germania a inventarsi il Gentilino. Un re travicello per la bisogna, visto che non potevano essere nè Angela Merkel nè Ursula Von der Layen a proclamare la fine di quella che fu la colonna portante dell'Economia UE, pena il vedere ulteriormente sprofondare i consensi di una Grande Coalizione fattasi ormai piccina piccina , alta come il Gentilino, il neocommissario utile a Berlino....

La vulgata eurista o scarsamente informata vuole che gli Inglesi siano in preda al panico per la Brexit e che adesso stiano facendo di tutto per evitarla avendone compresa la disastrosa portata economica. Altri riducono la spinta autonomistica (se di autonomismo si tratta) a mero sovranismo d’oltremanica pericoloso ed ignorante. La situazione, vista dal vero e seguita quotidianamente sui media inglesi appare molto diversa. In primo luogo la battaglia parlamentare che infuria da qualche giorno non ha mai avuto per un attimo ad oggetto le conseguenze della eventuale Brexit; non se ne occupa il parlamento, non se ne occupano i giornali, non se ne occupa la gente nei bar. La discussione avviene, quantomeno in superficie (ma in Inghilterra la superficie conta), tra chi vuole l’uscita con accordo e chi la vuole senza accordo. Tra chi, come Boris Johnson vuole trattare da una posizione di forza, minacciando il “no deal”, e chi invece non ha il coraggio di scontrarsi così frontalmente con Bruxelles. Il tutto condito da una buona dose di lotte e regolamenti di conti, soprattutto interni ai partiti, che poco hanno a che fare con il tema dell’uscita dall’Unione Europea. Quanto invece agli scenari in caso di eventuale exit, apocalittici secondo le analisi che leggiamo in continente, si sa poco e se ne occupano poco sia i giornali, che i politici. Si va da un recente report della Bank of England, nel quale si spiega che ci sarebbe già un accordo con il porto di Calais quanto alle merci e con la BCE quanto ai mercati finanziari, ad una più risalente analisi dell’OBR (Officer for Budget Responsibility) un po’ meno tranquillizzante e che prospetta un impegno annuo di 30 miliardi di sterline per sostenere l’Inghilterra nel dopo Brexit. Precisa il Times, che non a caso se ne occupa poco, che le analisi sono tutte poco accurate e credibili e ricorda di quando il Tesoro stimò che, in caso di vittoria di un voto “pro-brexit” al referendum, si sarebbero persi 820.000 posti di lavoro: ebbene, a distanza di tre anni il livello di occupazione in Inghilterra ha raggiunto livelli record. L’esatto contrario. L’impressione generale è che non sia chiaro a nessuno cosa significhi “Brexit” nel medio-lungo periodo e che la cosa non desti particolari parossismi: il paese è democratico, forte e sa guardare al mondo intero. Quel che è certo è che essa è uno dei tanti frutti avvelenati che nascono dall’albero di questa Europa Unita. Un frutto che è prosperato per via delle politiche di immigrazione incontrollata, dell’assenza di democrazia e di crescita, del decisionismo dell’asse Franco-Tedesco, che un grande paese come l’Inghilterra non può tollerare. La frittata va senz’altro rigirata: quando il miglior allievo abbandona la scuola, sono il preside, i professori ed i compagni a dover riflettere sul perché ciò sia avvenuto. E allo stesso modo dovrebbero riflettere sulle sorti di quelli rimasti indietro. Perché la scuola-EU fa scappare i bravi e distrugge i più deboli. Bella scuola. Una metafora per dire che Brexit non è sovranismo, è semmai il contrario. È voglia di Occidente, da San Francisco a Tel Aviv, di scelte veloci per l’economia, di democrazia. Voglia di contare. Sì, di contare, perché l’espresso Berlino-Parigi ha una tratta troppo corta. Non a caso, in questi giorni, a parlare di Medioriente, di Iran e di nucleare in Israele c’è Boris Johnson, da solo, non c’è l’Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. C’è Boris a parlare, perché UK conta, EU no. Ci si sofferma sempre su cosa succede o succederebbe stando fuori Europa, e certo non sono mai belle cose, ma poco su quello che succede facendone parte. Si pensi alla tragedia della Grecia o ai sovranismi-populismi insorti contro quei parametri imposti da Bruxelles, che oggi, a distanza di decenni, la Germania stessa scopre essere buoni per controllare l’inflazione, ma non per la crescita. Ammesso che l’inflazione non sia una cosa buona essa stessa. Si pensi a ciò che sta capitando nella stessa Inghilterra, nella quale, i rapporti con l’Europa hanno radicalizzato il confronto interno e trasformato Labour e Tory in due partiti “extreme” o “very extreme”. Il Times rivela che, secondo un sondaggio di YOUGOV, il 52% degli aventi diritto al voto considera la formazione progressista come estremista e il 24 % come molto estremista; per i conservatori le percentuali sono un po’ più contenute e si attestano sul 46% e sul 16%.  In effetti i Laburisti sono passati da Blair, un socialdemocratico di mercato, a Corbyn, un semi marxista, e nel paese si è fatto largo spazio Nigel Farage con il suo Brexit Party, il quale coglie voti nel terreno Tory costringendo questi ultimi a qualche forzatura per non perdere terreno. Si pensi altresì alle lievi incrinature che si registrano nella più antica e grande democrazia del mondo quando si discute di Europa: con da una parte Johnson che sospende il parlamento (tutto legittimo) e purga i dissenzienti e dall’altra gli oppositori che non votano la sfiducia perché hanno paura delle elezioni generali. Si guardi alla Francia ed ai suoi gilet gialli e alla Germania che deve fare i conti con la mega-banca fallita, l’economia in calo e l’estrema destra che avanza. Da noi, sarà meglio sarà peggio, ma c’è un governo che perderebbe le elezioni di certo contro il partito sovranista. Qualcosa vorrà pur dire tutto ciò. Nessuno sa se ci sarà Brexit e dove porterà, ma essa è un buon viatico per riflettere se abbia senso un luogo come questa Unione Europea: con un parlamento che non conta, senza una vera banca centrale, senza esercito, senza politica estera e peso internazionale, senza solidarietà. Un luogo nel quale i più deboli muoiono, i più bravi se ne vogliono andare, e nella terra di mezzo, la nostra, si veleggia verso un declino irrefutabile. L’Europa probabilmente serve, anche all’Inghilterra, ma tutta un’altra Europa. #tuttaunaltraeuropa. Fabio Ghiberti...

Lasciamo ai gazzettieri la farsa di un Patto di Stabilità finalmente consegnato alla storia grazie all'Italia, all'annuncio di Mattarella o all'impegno di Gentiloni. La colonna portante del pensiero unico imposto da Berlino alla UE per tre lustri - che all'insegna della Stabilità saranno ricordati come quelli più instabili e pauperisti del dopoguerra in tutto il continente - va in pezzi semplicemente perchè la Germania deve distruggere la sua creatura. Certo: Maastricht crolla anche grazie a Brexit, alle elezioni italiane del 2018 , ai "populisti" che in questi anni hanno messo alla berlina i dogmi di Berlino. Ma soprattutto crolla perchè Maastricht è ormai inutile, pericolosa per un' economia tedesca che gioca col fuoco: la voragine senza fondo di Deutsche Bank, la recessione dilagante, i consumi interni paralizzati, il crollo di fiducia verso impresa ed export trasformano in remoti ricordi tutti gli strepiti dei "Falchi Tedeschi" contro l'Europa che andava curata come la Grecia. Questione di mesi e vedrete che andrà in pezzi anche la politica sui migranti, i gazzettieri riportano che "già la Francia tende la mano all'Italia" , che suona l'ora dell' "accoglienza e corresponsabilità europea", insomma tutto lascia ritenere che anche il trattato di Dublino e i "porti aperti nel Paese di prima accoglienza" saranno consegnati ai libri di storia. E' casuale che allo smantellamento di Maastricht, Dublino e Schengen provvedano le stesse forze politiche che le hanno imposte e difese fino all'ultimo ? No. La Grande Coalizione tedesca , così come la Maggioranza Arlecchino italiana , nei rispettivi paesi non hanno alcuna reale maggioranza politica ed elettorale. Sono due minoranze sconfitte, spesso persino marginali nelle grandi regioni produttive e industriali del continente. Forse anche per questo si sono messe a correre, rinnegando il Sacro Patto di Stabilità che sino a ieri era la Bibbia in nome della quale lanciavano scomuniche e imponevano penitenze. Ora hanno fretta, perchè sanno che la loro è una lotta contro il tempo. Ma anche il tempo, in politica, prima o poi è sempre galantuomo. Giovanni Negri...

Negli ultimi giorni sono arrivati sull’isola greca di Lesbo oltre 600 migranti...

A Biarritz Trump non lo cacava, gli aveva persino disdetto l’incontro, ma a lui serviva segnalare a Roma la propria esistenza. La parola d’ordine è: galleggiare. Allora è andato da Donald e gli ha detto dai, sono d’accordo con te, Putin deve tornare nel G8. E anche se Boris e Angela non vogliono, oggi io ti faccio da spalla. Tu però dammi un like e famose il selfi. E Trump, che prima non l’aveva manco voluto incontrare, da uomo spiccio quale è ha colto la palla al balzo e a buon prezzo, ripagando Giuseppi con una photo-opportunity e un tweet che dura quel che dura. Ma Giuseppi è così: con Grillo è servo vostro, con Salvini anche con Merkel anche, con Trump anche. Giuseppi Arlecchino è servo sotto di chi passa per strada in quel momento purché - naturalmente - sia pronto a dargli qualcosa. Ma c’è anche dell’altro che fa riflettere. Giuseppi non ha MAI detto ai media italiani né al Parlamento che nei vertici UE dove non poteva essere presente aveva dato la delega di voto a Merkel (“di lei mi potevo fidare” ha detto ieri) né che si sarebbe schierato con Trump per Putin di nuovo nel G8. Mai fatto parola con nessuno in Parlamento o in Tv, mai! Giuseppi, non eletto mai da nessuno, fa il cazzo che gli pare e quando gli pare, secondo chi è il Sior Paron. Altro che “rispetto per le istituzioni”. Arlecchino, per definizione, di istituzioni non ne ha. Esistono Servi e Paron. E lui è Servo Vostro. ...