UN ESERCITO DEL LAVORO

No allo Stato assistenziale che regala bonus o dispensa (inesistenti) redditi di cittadinanza. In tempi di grave crisi economica uno Stato serio può dare, ma in cambio di prestazione d’opera. L’Esercito del lavoro istituisce un Corpo civile volontario che opera al servizio di enti pubblici nei settori della tutela dell’ambiente, del patrimonio artistico, della manutenzione ordinaria delle scuole. E’ aperto a tutti coloro che hanno almeno 18 anni e non stanno lavorando. Durata del servizio: 12 mesi. Paga uguale a quella dei volontari in Ferma prefissata di un anno dell’Esercito Italiano (circa 800 euro al mese), più vitto e alloggio. Riconoscimento del servizio svolto al fine dei concorsi pubblici e convenzioni con Università per crediti formativi. Finanziato con un Fondo di 3,5 miliardi di euro l’anno. Una proposta concreta, utile, attuabile, per giovani e non solo. Un servizio aperto anche a chi si voglia integrare nel nostro paese, accettando il principio fondamentale che nulla è dovuto.

Il crollo del ponte sul fiume Magra ci riporta brutalmente alla realtà dei problemi visibili che il nostro paese deve affrontare, oltre all’emergenza dell’invisibile virus. Un crollo prevedibile, dopo che sin dallo scorso agosto il sindaco di Aulla aveva denunciato problemi di stabilità e in novembre i cittadini avevano segnalato la presenza di alcune gravi crepe. Segnalazioni rimaste inascoltate, fino al crollo. E che questo ponte fosse gestito dall’Anas fa anche piazza pulita della distinzione tra Autostrade cattive e Anas buona. Abbiamo un problema gigantesco di infrastrutture abbandonate, di una manutenzione trascurata da decenni, che ormai presenta il conto con crolli ripetuti e ravvicinati. E dalla Sicilia arrivano la notizia e le foto di altri due cavalcavia sequestrati dalla magistratura perché a rischio crollo sull’autostrada Messina-Palermo. Tra ponti che collassano e frane che travolgono ponti abbiamo davanti agli occhi, in modo tragico e plastico, l’immagine di un’Italia da ricostruire dalle fondamenta. Per farlo occorre una nuova politica che innanzitutto si liberi e ci liberi dalla dittatura della burocrazia, capace di bloccare tutto e di non costruire nulla. Una burocrazia dittatoriale che ormai domina a Roma come a Bruxelles, come testimoniano le dimissioni del presidente del Consiglio europeo della ricerca, Mauro Ferrari, che aveva proposto di istituire uno speciale programma per combattere il Coronavirus, chiamando a collaborare i migliori scienziati da tutto il mondo. Pur avendo avuto l’appoggio della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, Ferrari ha dovuto gettare la spugna perché la burocrazia europea ha bloccato tutto, dato che il progetto contrastava con il sacro principio dei burocrati secondo cui la ricerca deve andare dal basso verso l’alto e non viceversa. Qualunque cosa succeda. Risultato, paralisi totale. E dimissioni. Per ripartire e ricostruire occorre innanzitutto il coraggio politico di emarginare burocrazia e burocrati, adottando procedure speciali per un grande Piano di manutenzione delle infrastrutture, del territorio, delle scuole e del nostro immenso patrimonio culturale. E creare in questo modo lavoro. Un lavoro da Genio Militare, da Esercito. O forse un lavoro per un civile e straordinario Esercito del Lavoro. ...

Il virus lascerà sul campo oltre ai morti anche tantissimi feriti. L’economia del nostro paese, già impoverito da un decennio di austerità, uscirà massacrata da questa emergenza. Ma sull’asse Berlino-Francoforte-Bruxelles c’è chi vorrebbe strozzarci definitivamente, come racconta oggi Federico Fubini sul Corriere della Sera. “In certi ambienti europei serpeggia l’idea che questo è il momento in cui l’Italia finisce in un angolo e dovrà accettare quel che ha sempre rifiutato: un salvataggio del Fondo monetario internazionale o delle istituzioni europee. Dovrà accettarne anche le condizioni, naturalmente”. “Il rifiuto tedesco di far operare l’euro come una vera moneta comune getta le basi di una nuova crisi nell’area. In queste condizioni un salvataggio dell’Italia con condizioni dettate dall’esterno sarebbe moralmente tossico e politicamente destabilizzante”. Adesso manca solo l’editoriale di Ferruccio De Bortoli che dica che il Fiscal Compact va sospeso, e anche il Giornalone di Via Solferino avrà messo definitivamente in soffitta il suo sogno europeo oramai in frantumi e diventato incubo. Ora dobbiamo metterci la responsabilità sulle spalle e prepararci sin d’ora, con grande responsabilità ma anche con capacità di innovare profondamente, alla grande emergenza economica che ci aspetta. Niente potrà essere affrontato come prima. È finita la stagione dei bonus, delle mance elettorali, delle demagogie assistenzialiste senza lavoro. Occorrerà sostenere le imprese che sopravviveranno e che daranno lavoro e stipendi. Ma occorrerà anche creare nuovo lavoro, con un massiccio piano di opere pubbliche, rendendo inoffensiva la più pericolosa casta del nostro sistema, quella burocratica, che altrimenti sarebbe capace, per mero istinto di sopravvivenza, di bloccare ogni cosa come avviene da decenni. Occorrerà fare come fece Roosevelt dopo la Grande Crisi del 1929 con il suo New Deal. Si decide e si fa, con lo Stato in prima linea. Un grande Piano di Manutenzione dell’Italia, del territorio e delle infrastrutture abbandonati da decenni di incuria, ma anche un Piano di intervento nella fornitura di beni primari di cui non ci si può più far trovare sprovvisti come sta accadendo in questi giorni con mascherine, camici chirurgici e respiratori. E per fare questo, dando occupazione ai tantissimi che si troveranno senza reddito, lo Stato dovrà creare un grande Esercito del Lavoro, assumendo lui, a tempo determinato, tutte le persone necessarie a questo grande Piano di Ricostruzione del Paese. E questo andrà fatto respingendo ogni tentazione di mettere l’Italia nelle mani della dittatura di Pechino, ma facendo invece una chiara scelta Atlantica, chiudendo da subito con le assurde regole dell’Unione europea, dal Fiscal Compact al Patto di Stabilità, e facendosi promotori, come lo fummo nel dopoguerra, di un nuovo progetto europeo, di Tutta un’Altra Europa rispetto a quella che in questi giorni è franata clamorosamente e definitivamente di fronte al virus. Cantare l’Inno di Mameli dai balconi è stato consolatorio. Ora bisogna passare subito alla Ricostruzione. Iniziando a costruire subito, qui e ora, l’ Esercito del Lavoro....

Tre sondaggi in quattro giorni sul Reddito di Cittadinanza. I risultati sono univoci...

“L’errore di chi deride il Reddito”. Così oggi La Stampa titola un commento di Francesco Bei, ammonendo a fare “attenzione a fare spallucce e attaccare un provvedimento come questo”. Sarà “davvero un bel problema, per la sinistra, mettersi di traverso” perché “attenzione, i grillini con il Reddito di cittadinanza si stanno connettendo con la pancia profonda del Paese”. “E poi siamo proprio sicuri che anche al Nord una legge come questa dispiaccia così tanto?”, avverte il quotidiano torinese. È lo stesso giornale secondo il quale il referendum renziano del 4 dicembre 2016 sarebbe stato un trionfo. Quello che, insieme agli altri Giornaloni, fino a un mese prima delle elezioni del 4 marzo era sicuro della vittoria di Renzi e Berlusconi, che avrebbero fatto la nuova Unità nazionale. Adesso ci fanno la predica, ammonendoci a non irridere chi si fa carico della povertà, mentre fino al 4 marzo ci dicevano che il problema era lo ius soli e deridevano come razzista chi diceva loro che erano ciechi, perché non vedevano il mondo della povertà dilagante e del dolore sociale Noi non ironizziamo e non deridiamo niente. Il fatto è che La Stampa guarda al referendum allineandosi alla demagogia grillina, che lo denuncia come un’iniziativa “contro i poveri” proprio mentre si sta “sconfiggendo la povertà”, un referendum contro gli italiani che non hanno neanche un pasto caldo, come diceva Casaleggio padre. In realtà, il Reddito di Cittadinanza si chiama Achille Lauro, che dava una scatola di spaghetti prima del voto e un’altra dopo. Non si chiama Stato sociale che dà un pasto caldo a chi non ce l’ha. Noi abbiamo un'altra opinione degli italiani e pensiamo che, se chiamati a dire se lo Stato deve dare a una fetta di cittadini un po’ di soldi in cambio di niente, avranno la dignità di dire che lo Stato può dare solo in cambio di prestazioni d’opera, e che lo Stato non regala soldi a nessuno. Il confronto serio di questo referendum è sul rapporto tra il cittadino e lo Stato, sul fatto se noi tutti dobbiamo pagare qualcuno perché non faccia nulla o se dobbiamo pagarlo perché fa qualcosa per la collettività. È un referendum sulla dignità del lavorare, non sulla povertà. Siamo rooseveltiani, diciamo che in un periodo di crisi lo Stato deve investire in opere pubbliche e dare lavoro. E siamo convinti che, posto su questo piano, i difensori del Reddito di Cittadinanza il referendum lo perderanno....

La vicenda del referendum contro il Reddito di Cittadinanza dimostra che siamo di fronte a una minoranza cimiteriale...

Il Genio militare per la manutenzione delle strade di Roma. Un segnale terribile, l’impotenza della politica...