Sono partiti, con i loro antenati Pds e Ds, plaudendo alle manette di Mani Pulite e agli arresti per far parlare gli indagati. Si sono illusi che il mitico Pool del Palazzo di giustizia di Milano li portasse al governo in carrozza, sgominando per via giudiziaria gli avversari. Spuntato inopinatamente il Cavaliere, hanno continuato a tifare manette e galera, felici che un avviso di garanzia lo sfrattasse da Palazzo Chigi, salvo esserne sfrattati poi anche loro da un altro avviso. Ma niente. Imperterriti, hanno fatto per anni di Rosy Bindi il loro nume tutelare, a caccia di impresentabili da non far candidare, subendo intanto in silenzio inchieste che facevano fuori propri uomini, anzi collaborando attivamente cacciandoli pure dal partito, come con Filippo Penati, salvo poi vederli assolti nei processi. Sempre a capo chino, protagonisti e complici nel trasformare la nostra Repubblica in una democrazia giudiziaria, dove la lotta politica non si fa nelle piazze e in parlamento ma viene delegata agli oscuri uffici dei pubblici ministeri. Poi a far gara di demagogia populista, antipolitica e giustizialista, con Renzi in competizione con i grillini, sfornando con il governo Gentiloni un codice antimafia che mette fine alla presunzione di innocenza e legittima il sequestro preventivo dell’indagato. Oggi, sono rimasti i soli in parlamento a chiedere di processare il ministro dell’Interno, sperando di stroncarne così la carriera politica e di disfarsi di questo governo ancora una volta nelle aule giudiziarie. Ripetono come un vecchio disco rotto “Abbiamo fiducia nella magistratura”. Ad aver fiducia nella politica ci hanno rinunciato da quasi trent’anni....

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