La vera battaglia per la Giustizia passa, prima ancora che attraverso qualsiasi riforma, attraverso una cruna dell' ago che si chiama "Verità sul Caso Mori". Perchè è quella la verità anche sulla strage di Capaci, sull'assassinio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sulla manipolazione dei pentiti, sui magistrati alla ricerca di carriera e di gloria, sulla "mafia dell'antimafia". E sull'origine di tutto: che non è la "trattativa stato-mafia" , ovviamente mai condotta dagli uomini che arrestarono Totò Riina, bensì l'inchiesta Mafia-Appalti, vera madre di Tangentopoli e vero vaso di Pandora dell'intreccio tra mafia e partiti. E' questa la "colpa" che non si vuole perdonare a Mario Mori e Giuseppe De Donno: avere scoperchiato Mafia-Appalti. Altro che avere trattato ciò che con ogni evidenza semplicemente non fu mai trattato. Giovanni Negri   Alberto Di Pisa: «Borsellino ucciso per mafia-appalti» Alberto Di Pisa ha lavorato con Falcone e Borsellino. Dopo l’accusa di essere il “corvo” gli fu tolta e archiviata l’inchiesta su mafia.appalti palermitana (Articolo pubblicato da Il Dubbio il 18 luglio 2020) ...

«Ma come si permette un magistrato della Repubblica di attaccare il ministro della Giustizia in diretta televisiva?». Mario Mori, generale dei carabinieri in pensione, ex comandante del Ros e direttore del Sisde, da qualche decennio è imputato in servizio permanente effettivo presso la Procura di Palermo. Tre i processi aperti contro di lui dai magistrati siciliani. Nel primo l’accusa era di favoreggiamento a Cosa nostra per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina. Con Mori era imputato il colonnello Sergio Di Caprio, alias il capitano Ultimo. Il processo si è concluso con l’assoluzione per entrambi. Nel secondo l’accusa era di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. Coimputati erano il colonnello Mauro Obinu e il generale Giampaolo Ganzer, successore di Mori al Ros. Di Matteo, che rappresentava la pubblica accusa, aveva chiesto una condanna a nove anni di carcere. L’impianto dell’accusa si basava essenzialmente sulla testimonianza, dimostratasi inattendibile, di Massimo Ciancimino. Assoluzione per tutti, sia in Tribunale che in Corte di Appello. Infine c’è il processo Trattativa Stato-mafia. Nel dibattimento, all’inizio condotto dall’allora procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, l’accusa è stata rappresentata nuovamente da Di Matteo. Ad aprile del 2018 la sentenza di primo grado con la condanna a dodici anni di carcere. L’appello è in corso.   Generale, lei è critico con Di Matteo per via dei suoi processi? Guardi, le mie vicende processuali esulano dal giudizio sulle parole pronunciate di Di Matteo che, voglio ricordarlo, ha di fatto accusato il ministro di non averlo nominato al vertice del Dap a causa del “condizionamento” dei boss al 41 bis.   Una nuova “trattativa”? Quello che è accaduto l’altra sera in tv è semplicemente aberrante. Io che ho qualche anno sulle spalle non ho memoria di un magistrato che si rivolge a un ministro con quei modi. È mancato totalmente il senso delle istituzioni.   Lei però adesso esprime giudizi molto duri. Io parlo ora che sono in pensione. Quando ero in servizio non mi sono mai permesso di criticare i miei comandanti o l’autorità politica.   Il colonnello Di Caprio, suo stretto collaboratore, ha “difeso” Di Matteo stigmatizzando chi ha ostacolato la sua attività di magistrato. Adesso è in pensione anche lui.   Di Caprio esprimeva giudizi critici anche quando era in servizio… E ha sbagliato. Se vuoi criticare i tuoi superiori o chiunque altro, ti togli la divisa. Non puoi venire meno al giuramento di fedeltà prestato alle istituzioni.   Crede che ci sia una sorta di “sudditanza psicologica” nei confronti del dott. Di Matteo? Io non ho mai creduto alla sudditanza psicologica. Penso invece che molti abbiano una grande coda di paglia. Soprattutto la classe politica.   Sono terrorizzati? È impossibile esprimere una critica nei confronti di un magistrato in questo Paese. Tutti hanno paura. Adesso se mi espongo chissà cosa succederà, si domandano.   Il centrodestra ha messo nel mirino il ministro della Giustizia chiedendone le dimissioni. E sta sbagliando. Perché attaccare Bonafede è come sparare sulla Croce rossa. È Di Matteo a dover essere criticato. L’unico che ha preso posizione sulla vicenda è stato Armando Spataro, un magistrato in pensione.   Non è proprio possibile fare nulla? Siamo indifesi. L’ultimo pm della Procura di Guastalla ha un potere immenso. Può mettere sotto indagine il presidente del Consiglio. Anzi, pure il Papa. Chi ha il coraggio di dire qualcosa? (Intervista di Paolo Comi a Mario Mori pubblicata da Il Riformista del 6 maggio 2020)...

“Immaginate cosa sarebbe successo in Europa se, quando arrivarono gli aiuti del piano Marshall, tante procure in giro per il vecchio Continente fossero state lì a scaldare i muscoli, pronte a scattare e a bloccare ogni iniziativa anche solo in presenza di qualche vago sospetto di cattivo uso del denaro pubblico. Quasi sicuramente, alla fine, per la maggior parte dei tanti inquisiti/imputati sarebbe arrivata l’assoluzione ma, nel frattempo, non ci sarebbe stata alcuna ricostruzione economica. Né credo che in Italia sarebbe stato possibile, ad esempio, fare l’autostrada del Sole o tutto quanto favorì il boom economico degli anni Sessanta se il virus panpenalista fosse stato allora così diffuso come lo è oggi.” Lo scrive oggi Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, indicando i quattro nemici della ripresa: spirito di fazione, tentazione statalista, burocrazia, panpenalismo. Quattro cavalieri di sventura, alimentati da una diffusa mentalità e che, combinandosi, possono costituire un sudario mortale per qualunque società. E su Affari Italiani Edward Luttwak denuncia: “In Italia non c’è giustizia. L’Italia è un Paese occupato da caste. E la principale casta è quella dei magistrati, uno dei corpi più lenti e improduttivi del mondo”. “Cassa depositi e prestiti, nella situazione di oggi, potrebbe funzionare come un fondo sovrano e potrebbe dire fate quella strada, aprite quel cantiere, costruire quel ponte, ma non può farlo perché subito interviene qualche magistrato. Poi in Italia è tutto così strano: prima arrestano le persone poi cercano le prove. Quante volte è successo!?” “Da nessun parte accadono cose così come in Italia. Forse in Corea del Nord. Prima il magistrato ti accusa, poi ti arrestano, poi ti sbattono dentro, poi lui cerca le prove, ma dopo, tenendoti in carcere.” Luttwak porta l’esempio della vicenda giudiziaria di Calogero Mannino, accusato di mafia nel 1994 e assolto definitivamente solo nel 2019. Noi vogliamo ricordare anche il calvario giudiziario non ancora finito di un leale servitore dello Stato come Mario Mori, l’uomo che catturò Totò Riina, perseguitato da oltre 25 anni sulla base del teorema della “Trattativa” tra Stato e mafia. Burocrazia e giustizialismo, due macigni che bloccano da decenni ogni azione politica e di governo. Massi che hanno fatto fuggire gli investitori stranieri e che ora rischiano di cadere sulla testa di un Paese già stanco e sfiduciato, impedendogli ogni possibilità di Ricostruzione. C’è chi sogna una seconda Mani Pulite purificatrice, una Mani Amuchine. Occorre invece, subito, un governo libero dalla subordinazione della politica alla magistratura e che sappia cogliere questa occasione per sburocratizzare, delegificare, semplificare, far funzionare come non mai gli apparati pubblici, con decisione. Con i decreti “Cura Italia” di 72 pagine e 127 articoli, partoriti da Conte-Di Maio-Zingaretti, il paziente è già morto....

Dopo aver titolato un mese fa “Cancellare Salvini”, oggi Repubblica strilla in prima pagina “C’è un giudice per Salvini”. In realtà, da Mani Pulite in poi c’è stato un giudice per (quasi) tutti, da Craxi a Berlusconi a tanti altri, fino ai genitori di Renzi. Renzi, che oggi si fa paladino dello Stato di diritto e della giustizia giusta, ha passato la scorsa legislatura, come presidente del Consiglio e come segretario del Pd, a rincorrere i 5Stelle sul terreno della demagogia dell'antipolitica e del giustizialismo, e ora ne raccogliamo tutti i frutti. Per inseguire i grillini, nel marzo 2015 Renzi disse: “Le pene per la corruzione devono essere assolutamente aumentate, pensare che si possa arrivare a prescriverla è inaccettabile ed è per questo che stiamo intervenendo”. E cinque mesi prima Il Fatto Quotidiano aveva titolato soddisfatto (con riserva): “Processo Eternit, Renzi: “Va cambiata la prescrizione, c’è domanda di giustizia”. Poi con il suo pessimo ministro della Giustizia Orlando arrivò il nuovo Codice antimafia, con il sequestro preventivo dei beni degli indagati di corruzione, prima di ogni sentenza di condanna o di assoluzione. Oggi Renzi fa la guerra o la guerriglia sulla prescrizione e arruola la memoria di Enzo Tortora proponendo di fare del 17 giugno, quando fu arrestato, la Giornata delle vittime degli errori giudiziari. Il problema di Renzi è che la credibilità delle persone si misura su quel che hanno fatto, non su quel che dicono adesso e per il futuro. E il passato di Renzi al governo del paese e del Pd è fatto di un giustizialismo della stessa pasta di quello di Bonafede, che l’ha portato al Viminale subito dopo Orlando, in perfetta continuità. Questa è la triste realtà.  ...

L’idea l’ha lanciata Maria Giovanna Maglie da Rete4: Carlo Nordio prossimo Presidente della Repubblica. Per “la sua intera storia di magistrato indipendente e controcorrente”, ha spiegato su Twitter. Se si volesse costruire una Repubblica nuova e diversa, ripartendo dalla civiltà giuridica, la figura di Nordio al Quirinale sarebbe adatta. Ex magistrato ed ex Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Venezia, oggi editorialista ed opinionista, da anni Nordio denuncia i gravi danni prodotti dalla ritirata della politica davanti alla magistratura, cominciata con nel 1992 con Tangentopoli. Nel novembre 2017, in un dibattito con Giovanni Negri, Nordio disse: “Sono passati più di vent’anni ma ricordo benissimo quando il ministro Biondi fece un decreto che non piaceva ai quattro magistrati pm del pool di Milano, i quali andarono in televisione e dissero: se questo decreto passa, noi ci dimettiamo. Quale fu la reazione della politica? La politica disse: questa è un’invasione di campo, quasi una sacrilega interferenza della magistratura. E cosa fece la politica? Ritirò il decreto. Cioè perse: criticò ma fece marcia indietro. “Una politica forte avrebbe dovuto dire: signori, voi siete pubblici ministeri e noi vi riconosciamo il diritto di criticare, perché non siete giudici, non siete terzi, siete parte; però da domani separiamo le carriere. Secondo: voi criticate e dite che vi dimettete se la legge passa; bene, noi la facciamo passare e voi vi dimettete, se siete coerenti. “La politica fece esattamente il contrario, si dimostrò dannatamente debole: criticò questa interferenza ma ritirò il decreto. È da lì che è cominciata la dégringolade della politica nei confronti della magistratura, che continua ancora oggi”. Dopo Mattarella occorre una presidenza della Repubblica di discontinuità dalla politica consegnata al potere giudiziario, che consenta una grande riforma della giustizia, che ripristini lo Stato di diritto, i principi base del diritto e della legge. Un punto e a capo....

Al Palazzo di Giustizia di Milano si preannuncia un sabato pirotecnico, dove all’apertura dell’Anno giudiziario il Csm si farà rappresentare da Piercamillo Davigo, reduce da un’intervista a Travaglio in cui ha detto che il gratuito patrocinio ai non abbienti sarebbe da rivedere perché “molti imputati risultano nullatenenti, così lo Stato paga i loro avvocati a pie’ di lista per tutti gli atti compiuti, e quelli compiono più atti possibile per aumentare la parcella”. “Ha superato il limite”, hanno protestato gli avvocati penalisti di Milano. Le sue esternazioni “negano i fondamenti costituzionali del giusto processo, della presunzione di innocenza e del ruolo dell’avvocato nel processo”, e “diventano inaccettabili se pronunciate da un consigliere del Csm”. Gli avvocati penalisti hanno quindi chiesto che sabato non sia Davigo a rappresentare il Csm a Milano, suscitando la reazione indignata dello stesso Csm e dell’Anm che hanno denunciato l’inaccettabile tentativo di privare il magistrato del diritto di parola. “Voglia di bavaglio” titola Il Fatto di Travaglio. E così sabato al Palazzo di Giustizia di Milano Davigo ci sarà e a scortarlo sarà lo stesso ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Davigo e Bonafede, campioni della democrazia giudiziaria uscita da Mani Pulite. Davigo, magistrato di riferimento per i due maggiori partiti del governo, che hanno espresso gli ultimi due terrificanti ministri della Giustizia. Prima il piddino Andrea Orlando, padre del nuovo Codice antimafia, con il sequestro preventivo di beni, conti e proprietà degli indagati di corruzione. Senza alcuna condanna, ovviamente. Un giudice prima sequestra tutto, poi se ne parla: spetta al cittadino dimostrare la propria innocenza. Intanto, vita e lavoro distrutti. Di quale retaggio ideologico sia figlio un provvedimento del genere l’ha detto lo stesso Orlando: “Io credo che la certezza della proprietà possa essere messa in discussione quando la proprietà è di dubbia provenienza”. Poi è arrivato il grillino Bonafede a completare l’opera, mettendo il tassello mancante: l’abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, che crea la figura dell’imputato a vita. Tanto, dice, “gli innocenti non finiscono in carcere”. E il Pd lì a sostenerlo. E Davigo (“L’imputato che non rifiuta la prescrizione è un imputato che deve vergognarsi”) a rappresentarli entrambi nel loro realizzare il Governo della Repubblica Giudiziaria. E ora arriva il partito nuovo, quello strategicamente alleato di Beppe Grillo e del suo pauperismo forcaiolo, che si apre alle Sardine e alla loro voglia di Polizia per ripulire i social dalle idee non “democraticamente sostenibili”. Tipo quello che stiamo scrivendo qui. Perché quando ci si rivolge a Davigo non ci si deve lasciar andare, ma essere zerbinamente genuflessi come ha fatto Travaglio con le sue impertinenti domande nell’intervista che ha fatto infuriare gli avvocati milanesi e che Piero Sansonetti ha riscritto tali e quali sul Riformista: 1) «Lei che farebbe per abbreviare i processi?» 2) «Non ci sono già?» 3) «Quindi che fare?» 4) «L’avvocatura non ci sente» 5) «Altre soluzioni?». E poi la sesta domanda che davvero è il colpo del kappaò: «Basta così?». Orlando+Bonafede, Pd+M5S+Sardine, Davigo+Travaglio, shakeri ben bene e il cocktail “La Forca” è servito....

E invece La Marianna ha avuto purtroppo ragione nel prevedere e denunciare cosa sarebbe accaduto. Lo facemmo indicando a partiti e media l’abominio del Caso Mori , e lo facemmo con questo articolo di Fabio Ghiberti dell’ 1/11/2018. Ora, sulla prescrizione, la grottesca ipotesi del “processo al cadavere” sta per diventare realtà , grazie al governo Grillo-Zingaretti . https://lamarianna.eu/2018/11/01/processo-al-cadavere/...

Non ci voleva il trojan per scoprire l’acqua calda...

E’ andato in pensione da pochi mesi, ma ieri sera l’ex Procuratore della Repubblica di Torino...