Oggi quinto giorno di sciopero in Francia e nuova grande manifestazione di protesta contro la riforma delle pensioni proposta dal presidente Emmanuel Macron. Cos’ha scatenato le proteste lo spiega in una lucida intervista all’Agi l’economista Jean-Paul Fitoussi, analizzando le implicazioni profonde e le conseguenze del processo di riforma annunciato da Macron. “Siamo vicini al punto di rottura sociale, e non solo in Francia”, avverte Fitoussi. “Le manifestazioni di questi giorni sono la risposta alla paura di perdere diritti storici, l'intento dell'Europa è ridurre le tutele dei lavoratori”. “È in atto un braccio di ferro tra l'esigenza dello Stato francese di ridurre la spesa pubblica, tagliando le pensioni che costano troppo, e dall'altra la reazione della gente che si vede impoverita, con a disposizione meno mezzi rispetto a 50 anni fa, e per giunta senza aver capito con chiarezza cosa prevede la riforma, altro fattore che genera paura.” Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati dai media d'Oltralpe, il 76% dei francesi concorda sulla necessità di una riforma del sistema pensionistico, ma il 64% non ha fiducia nell'attuale governo per portarla avanti. "E come si fa ad avere fiducia?”, si chiede Fitoussi. “Il governo ci sta lavorando da 2 anni e ancora oggi non è capace di illustrare nel dettaglio la sua riforma e soprattutto ha messo sul tavolo troppi cambiamenti tutti insieme". In Francia negli ultimi 25 anni sono già state operate 7 riforme delle pensioni, tutte impopolari, che quasi ogni volta hanno alimentato proteste, ma alla fine sono state adottate. "Questa volta è un po' diverso. Il nodo della riforma è l'abolizione dei regimi speciali, conquista ottenuta progressivamente dal Dopoguerra in poi, punta di diamante del sistema pensionistico francese", ricorda Fitoussi. Ma il caso della Francia in Europa non è isolato, osserva l’economista. "Parigi e altre capitali europee hanno fatto la promessa di essere buoni allievi di Bruxelles. Significa ridurre la spesa pubblica, disinvestire nei beni e servizi pubblici, limare il Welfare State per paura del disavanzo e del debito pubblico". Guardando oltre la contestazione dei francesi per la riforma delle pensioni, Fitoussi afferma che “dall'Ue l'intento è proprio quello di ridurre diritti e tutela dei lavoratori, che di conseguenza hanno un potere negoziale e stipendi più bassi, mentre aumenta quello delle aziende private, dei profitti”. In caso di conflitto sociale quelli presentati come cattivi dalle istituzioni sono quanti denunciano un indebolimento dei propri diritti e redditi. “Il caso della Francia è emblematico: dimostra che investire nel sociale non blocca l'economia, anzi. Da 10 anni, costretta dall'Ue a ridurre costantemente diritti sociali e Welfare State, ha visto le sue performance economiche bloccate. E lo stesso avviene in molti altri paesi del vecchio continente. Il sistema attuale sta ampiamente dimostrando i suoi limiti e non potrà durare a lungo senza generare violenze. Siamo sempre più vicini al punto di rottura sociale. Non solo in Francia”, conclude Fitoussi. Insomma, mentre Macron gioca sullo scacchiere internazionale per approfittare del declino di Angela Merkel e della Grande Coalizione tedesca, per affermare il nazionalismo francese come nuova guida dell’Europa, ogni volta che si muove in patria da più di un anno scatena proteste di massa. E lucidamente Fitoussi avverte come questa Europa franco-tedesca sia diventata un Moloch capace solo di produrre vincoli e ingiustizie, il cui sbocco possono essere solo grandi incendi sociali....

Partito a 13 anni da un' oscura officina indiana e divenuto uno degli uomini più ricchi del mondo, il Re dell' Acciaio Lakshmi Mittal in Gran Bretagna donò milioni ai laburisti di Gordon Brown (non di Corbyn oggi) ma soprattutto ha capito tutto dell'Italia. Perchè avrebbe dovuto sottoporsi a processi sommari, perchè fare come Amazon che spende 2 miliardi di euro e assume 6.000 persone per sentirsi dire che è un mostro dello sfruttamento e del privilegio visto che le web companies pagano poche tasse? No, in Italia si fa in un altro modo. Si chiama Modello Fiat. Il metodo è sempre lo stesso : si proclama un esubero di migliaia di dipendenti, passa un mese di parole roboanti, scioperi, marce , tavoli a Palazzo Chigi e al Ministero dell'Economia, prediche dell'arcivescovo, dibattiti tv, dotti editoriali. Poi arriva la Cassa Integrazione , lo Stato Mamma, Pantalone Contribuente. Sissignori: lo Stato "salverà l'Ilva". Naturalmente affiancando l'astuto compagno Mittal e diminuendo i dipendenti silenziosamente. Nel 1975 i dipendenti diretti della Fiat erano 250.000. Nel 2000 erano 112.000. Nel 2004 erano scesi a 71.000 e oggi i dipendenti degli stabilimenti di Fca auto in Italia sono 23.500. A fronte di questo crollo dei dipendenti, secondo i calcoli della Cgia di Mestre, tra il 1977 e il 2012 Fiat ha ricevuto dallo Stato l’equivalente di 7,6 miliardi di euro. Esclusi gli ammortizzatori sociali e cioè cassa integrazione, prepensionamenti e indennità di mobilità. Secondo Massimo Mucchetti (autore del libro “Licenziare i padroni?” ) solo tra il 1990 e il 2000 la cassa integrazione delle principali società del gruppo Fiat sono costate alle casse dello Stato 1.228 miliardi delle vecchie lire. Altri 700 miliardi di lire è costato il prepensionamento di 6.600 dipendenti avvenuto nel 1994, mentre altri 300 miliardi se ne sono andati per le indennità di 5.200 lavoratori messi in mobilità nel decennio. Ecco : l'astuto Compagno Mittal ha capito che in Italia è inutile perdere tempo con le politiche serie di sviluppo, inutile farsi bollare come Vampiro, inutile farsi linciare chiedendo una fiscalità di sostegno visto il salvataggio dell' Ilva, inutile farsi dare del balordo Dazista Trumpiano. Basta fare come la Fiat, o se preferite come Alitalia. E quando i soldi saranno (anzi già sono) finiti, lo Stato traballerà (come già sta traballando) e non ci sarà neanche più il cialtrone Conte al governo? Ah, state tranquilli. Arriverà il "SalvaStati" . La livella che ci rifarà tutti poveri, che sa dove prendere i soldi. Giovanni Negri...

Se ArcelorMittal vuole veramente andarsene da Taranto, i cinesi sono pronti a subentrargli. Non importa quale azienda cinese, tanto sono tutte controllate dal governo di Pechino, che pone come condizione che ci sia la presenza anche dello Stato italiano. Avremmo così un’acciaieria non di Stato ma di due Stati, e di due Partiti, accomunati dall’allergia al libero mercato e a quella sovrastruttura per loro ingombrante e inutile che è la democrazia parlamentare. I cinesi sono stati sondati positivamente dal nostro ministro degli Esteri Di Maio, riferisce La Stampa. E in ballo non c’è solo la più grande acciaieria d’Europa ma anche il porto di Taranto. Riassumiamo ciò che è avvenuto nell’ultimo mese. All’inizio di novembre Di Maio va in Cina per la seconda China International Import Expo di Shanghai, inaugurata dal presidente cinese Xi Jinping, che riserva al nostro ministro un trattamento speciale, facendolo partecipare in via straordinaria alla cena di benvenuto offerta ai capi di Stato e di governo. Di Maio ricambia dichiarando che l’Italia, sulle proteste in corso da mesi da parte degli studenti di Hong Kong, “non vuole intromettersi nelle vicende interne di altri Paesi”. Il nostro ministro dichiara anche che Italia e Cina “non sono mai stati così vicini”. Il 23 e 24 novembre Beppe Grillo incontra due volte, per un totale di quattro ore e mezza, l’ambasciatore cinese. In parlamento Di Maio dichiara che Grillo si è mosso da privato cittadino ma l’ambasciatore cinese dichiara che hanno avuto uno scambio di “vedute sull’ulteriore approfondimento dell’amicizia tradizionale e della cooperazione pragmatica tra Cina e Italia”. Grillo fa precedere l’incontro all’ambasciata cinese da un post sul suo blog in cui si dice che le notizie che stanno emergendo sulla detenzione in campi rieducazione nello Xjniang di oltre un milione di uiguri, kazaki e altri, fanno parte di “una campagna mediatica sui diritti umani volta a screditare l’operato del governo cinese”. Ci sono poi le due missioni in Cina di Stefano Buffagni, potente uomo dell’establishment pentastellato, una volta in marzo come sottosegretario agli affari regionali del governo gialloverde e una a fine settembre come viceministro allo Sviluppo economico del governo giallorosso. A Taranto i cinesi non entrerebbero solo nella più grande acciaieria d’Europa ma anche nel porto, attraverso la joint venture tra il colosso cinese dei trasporti via mare Cosco e i turchi di Yilport. E da Taranto Pechino vorrebbe entrare anche in altri porti del Sud, Napoli e Bari, oltre che in quelli di Trieste e Genova. Ma i cinesi non sono investitori qualunque. L’investitore reale è sempre il governo di Pechino, espressione del Partito Comunista Cinese, di cui Xi Jinping è Segretario generale. E cosa significhi essere ricattabili da Pechino lo ha mostrato pochi giorni fa l’incredibile reazione dell’ambasciata cinese a Roma contro i parlamentari che hanno ospitato, durante una conferenza stampa, un intervento via Skype di Joshua Wong, uno dei leader delle proteste a Hong Kong, al quale è impedito l’espatrio. “Joshua Wong ha distorto la realtà, legittimato la violenza e chiesto l'ingerenza di forze straniere negli affari di Hong Kong. I politici italiani che hanno fatto la videoconferenza con lui hanno tenuto un comportamento irresponsabile”, ha detto il portavoce dell’ambasciata cinese, dove Beppe Grillo è di casa. Prima di mettere settori strategici della nostra economia nelle mani di questi dittatori comunisti sarà bene pensarci cento volte e non lasciare mano libera ai Mandarini a Cinque Stelle. La nostra democrazia rischia di pagare un conto salato....

Favoloso questo 2019. Dopo la primavera di Greta, l’estate di Carola, l’inverno è tutto di Mattia. Il trentaduenne eterno ragazzo nato senza camicia, che con i suoi ricci sta lanciando il nuovo look del cittadino solidale, scanzonato ma non troppo, ingenuo ma scafato. Mattia non si nega mai a nessuno, purché giornalista, dotato di microfono e telecamera. Ormai la sera accendi la tv e lui è lì, da Lilli Gruber, poi da Floris, un salto da Daria Bignardi e poi da Formigli, e al risveglio a cazzeggiare a “Un giorno da pecora”. Tutti in fila a intervistare Mattia che, per carità, “Io non sono il leader delle sardine, sono il martire dei media”. Mattia che dopo tre settimane già soffre, “Non vedo l’ora di tornare alla vita normale, che ha già tanto di politico: lavorare con i bambini, con i disabili, nella ricerca, con le associazioni”. Mattia che fa tanto Terzo settore e che non dice nulla su niente, ma lo dice bene, col sorriso da bravo ragazzo rassicurante. Mattia che non è mai stato del Pd, sembra venire dal nulla e cita solo Prodi, che dice di non aver mai visto né conosciuto. Eppure fa parte della redazione della rivista "Energia", co-fondata da Romano Prodi che ne è ancora il garante. Prodi che dice che le manifestazioni delle Sardine “esaltano la civiltà dei toni". E in attesa di riconquistare alla sinistra Piazza San Giovanni a Roma, dove potrebbe scendere in piazza anche Mario Monti, che guarda alle Sardine “con molto interesse”, l’umile Mattia non esclude nulla per il futuro: “Se entreremo in guerra e l’Italia avrà bisogno di me…”. Mattia Santori è il giovane Valter Veltroni del 2019. Veltroni che cominciò a far politica in una cellula romana della Fgci, la Federazione giovanile comunista italiana, e che dopo essere stato dirigente del Pci per lunghi anni, nel 1995 dichiarò candido di non essere mai stato comunista. Oggi il Pd ha bisogno delle Sardine di Mattia, che non è mai stato del Pd, e affida loro il compito di dare una cornice nazionale alla gloriosa battaglia per la difesa dell’Emilia Romagna di Bonaccini. Un Veltroni versione lasagna e piadina. Un elemento di novità, però, c’è. In passato dal Pci-Pd nascevano movimenti come i Girotondi, il Popolo viola, Se non ora quando, l’Arci gay, che chiedevano di inserire nel Partito le istanze e le rappresentanze della Società civile, delle donne, dei gay, del Terzo settore. E il Partito rispondeva positivamente, aggiungendo e includendo. Questa volta, invece, siamo di fronte alla creazione a freddo di un movimento puramente difensivo, per aiutare il Pd, che da solo non sarebbe riuscito a mobilitare nessuno, a presidiare l’Emilia Romagna. Le Sardine - che hanno trovato già pronti e disponibili tutti i mezzi d’informazione, come mai è avvenuto per nessun altro movimento - sono l’invenzione di un’altra faccia per combattere la cruciale battaglia dell’Emilia Romagna in difesa di Bonaccini. Le Sardine non allargano di nulla il perimetro del Pd. Servono a condurre una battaglia puramente difensiva. Se si toglie l’antisalvinismo, delle Sardine non rimane nulla. ...

Mentre si discute dei privilegi fiscali di Google, Amazon o Apple, difesi dallo sceriffo-bandito Trump che vuole mettere i dazi sui formaggi e lo champagne, oggi viene fuori che l’Agenzia delle Entrate si è accorta che Fca deve allo Stato la bellezza di 1,5 miliardi di tasse arretrate, contestando al gruppo automobilistico di aver sottovalutato di 5,1 miliardi il valore dell’acquisizione di Chrysler avvenuta cinque anni fa, al termine della quale la nuova società ha spostato la sede legale in Olanda e la sede fiscale in Gran Bretagna. In una nota, Fiat Chrysler ha detto che non condivide affatto “affatto le considerazioni contenute in questa relazione preliminare” e di avere “fiducia nel fatto che otterremo una sostanziale riduzione dei relativi importi”. Insomma, dopo mezzo secolo di investimenti, crisi e debiti pagati lautamente dal contribuente, oggi si scopre che al momento dell’addio Fiat non ha pagato neppure l’exit-tax. Però il dibattito pubblico si concentra sulla web tax, cioè sul tassare le nuove imprese che senza aiuti dallo Stato investono e creano lavoro in Italia, come Amazon, che ormai ha 6.000 dipendenti, cioè un quarto di Fiat Chrysler. Nel 1975 i dipendenti diretti della Fiat erano 250.000. Nel 2000 erano 112.000. Nel 2004 erano scesi a 71.000 e oggi i dipendenti degli stabilimenti di Fca auto in Italia sono 23.500. E all’orizzonte si profilano nuove possibili riduzioni dopo la fusione con Peugeot, in vista delle quali, per farle meglio digerire, gli eredi Agnelli hanno pensato bene di fare incetta di giornali, a cominciare da Repubblica e La Stampa. A fronte di questo crollo dei dipendenti, secondo i calcoli della Cgia di Mestre, tra il 1977 e il 2012 Fiat ha ricevuto dallo Stato l’equivalente di 7,6 miliardi di euro. Esclusi gli ammortizzatori sociali e cioè cassa integrazione, prepensionamenti e indennità di mobilità. Nel suo libro “Licenziare i padroni?”, Massimo Mucchetti ha calcolato che solo tra il 1990 e il 2000 la cassa integrazione delle principali società del gruppo Fiat sono costate alle casse dello Stato 1.228 miliardi delle vecchie lire. Altri 700 miliardi di lire è costato il prepensionamento di 6.600 dipendenti avvenuto nel 1994, mentre altri 300 miliardi se ne sono andati per le indennità di 5.200 lavoratori messi in mobilità nel decennio. E questo modello Fiat è pronto ad essere applicato di nuovo per Arcelor Mittal. Dichiarare lo stato di crisi e ottenere l’intervento dello Stato come pagatore per mantenere l’azienda aperta. A chi viene in Italia a fare perdite, come Arcelor Mittal, si darà un’esenzione dalle tasse, come fatto con Fiat, sotto forma di cassa integrazione, pur di mantenere aperto l’impianto, la cui chiusura avrebbe un devastante impatto sociale. A chi invece non fa impresa con i soldi pubblici, come Amazon, che in Italia ha investito circa due miliardi di euro e occupa un quarto dei lavoratori occupati da Fca auto, e intende ancora espandersi, si vuole cambiare il quadro fiscale alla luce del quale ha deciso di investire nel nostro paese. E intanto si scopre che Fiat, dopo essere stata foraggiata dallo Stato per mezzo secolo, se ne è andata “dimenticandosi” di pagare niente meno che 1,5 miliardi di tasse. Ma di questo i grandi editorialisti non ne parlano. Il problema sono i dazi di Trump....

Un partito che non cambia mai, ma che si camuffa sempre. Che non fa mai un conto con la storia, ma che è sempre lì a imbellettarsi. Nel settembre 1989, poche settimane prime della caduta del Muro di Berlino usciva Palombella Rossa con Nanni Moretti che nelle vesti del segretario del Pci a Tribuna Politica diceva parole che negli ultimi 25 anni abbiamo sentito ripetere fin oltre la noia, fino alla comparsa delle Sardine: “Noi dobbiamo guardare al nuovo. Noi dobbiamo aprire le porte del Partito a tutti: ai giovani, alle donne, ai lavoratori, ai movimenti. Noi dobbiamo dire: Venite, venite nel Partito, prendetelo. Vediamo insieme cosa possiamo fare”. Poi, caduto il Muro, tre giorni dopo il segretario del Pci Achille Occhetto va alla sezione della Bolognina per annunciare che il Partito avrebbe cambiato nome. Dopo la caduta del Muro, non prima. Cominciò così il lungo dibattito sulla “Cosa” e nel 1991 nacque il Partito Democratico della Sinistra (Pds). Sei anni dopo comincia un altro sfiancante dibattito sulla “Cosa2”. L’aria era cambiata, i partiti non erano più di moda e facevano anche un po’ schifo, e così nel 1998 il Pds tolse la parola Partito e nacquero i Democratici di Sinistra (Ds), con un po’ di restyling del simbolo e la comparsa della Rosa socialista sotto la Quercia. Altri sei anni e alle europee del 2004 i Ds si mischiano con la Margherita e tanti cespugli sotto il simbolo Uniti nell’Ulivo, con Lilli Gruber e Michele Santoro traghettati a Strasburgo. Passano tre anni e inizia la fase costituente del Partito Democratico, che nasce nel 1998 con la fusione a freddo di Ds e Margherita, di cui vediamo gli effetti ancora oggi. E naturalmente, come in “Palombella rossa” tutti questi passaggi sono stati accompagnati dagli immancabili “movimenti” della mitica “Società civile”: Popolo dei fax, Girotondi, Popolo Viola, Se non ora Quando. E ora che Zingaretti propone di cambiare nuovamente nome, nascono puntuali le Sardine. Tanti cambi di nome per nascondere la mancanza di coraggio di fare un cambiamento vero. Mai che ci sia stato un Congresso di vera rottura con il passato dal 1948 ad oggi. Mai una Bad Godesberg italiana. Mai un dramma, un ripensamento collettivo. Mai uno scontro vero su identità politiche diverse. Mai un’analisi politica che ne sostituisce un’altra. Sono degli eterni continuisti che si camuffano, si imbellettano, si mettono il trucco. Ma alla fine “Miguel son sempre mi”....

[caption id="attachment_12096" align="alignleft" width="600"] arlecchino FA mail[/caption]   Giuseppi Pinocchio ci ha provato ma un’ora di ricostruzione di documenti e audizioni parlamentari non sono bastati a nascondere la verità. Il presidente del Consiglio non ha rispettato il mandato parlamentare sulle modifiche al Trattato sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e il Consiglio dei ministri, che lui presiede, è venuto meno ai suoi doveri di legge, tra cui vi è quello di deliberare su ogni “questione relativa all'indirizzo politico fissato dal rapporto fiduciario con le Camere”. Conte ha detto di aver rispettato “alla lettera la sostanza” la mozione della Camera del 19 giugno scorso, ma la lettera e la sostanza di quella mozione erano che il presidente del Consiglio doveva “render note alle Camere le proposte di modifica al trattato ESM, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato”. Cosa mai avvenuta. Anzi, due giorni dopo quella mozione, Conte ne ha fatto carta straccia ed è andato al Consiglio europeo a dare il suo assenso al testo di riforma del Mes. Ieri in parlamento Giuseppi ha provato a furbeggiare dicendo di non aver firmato nulla. E questo è ovvio: a un testo finale di compromesso si dà l’assenso, la firma la si mette successivamente, quando c’è l’approvazione formale. Al Consiglio europeo del 21 giugno, nessuno ha firmato nulla ma come dice il neo-commissario europeo Paolo Gentiloni “il compromesso è stato raggiunto”. E difatti il ministro dell’Economia Gualtieri pochi giorni fa in parlamento ha dichiarato che quel testo è “inemendabile”. Conte non ha potuto neppure smentire quanto detto domenica dall’allora ministro dell’Economia Giovanni Tria, secondo il quale “in Consiglio dei ministri questi temi non sono stati mai trattati in modo approfondito, perché non è il luogo in cui si discute tecnicamente queste cose: Se ne è discusso in altra sede, anche a Palazzo Chigi”. Conte, che quest’estate è passato improvvisamente dall’essere il burattino dei leader di un governo populista e nazionalista all’essere uno statista di provata fede europeista, è stato beccato con le mani nella marmellata. Ha violato per mesi i fondamenti della nostra democrazia, che è una democrazia parlamentare, in cui il governo riceve gli indirizzi dal parlamento e a questo deve rispondere. Giuseppi ha agito come se avesse “pieni poteri” e non dovesse rispondere a nessuno in Italia, ma solo a qualcun altro tra Parigi, Bruxelles, Berlino e Francoforte, dove c’è fretta, perché ci sono Deutsche Bank e altre banche dell’integerrima Germania da salvare, con i soldi nostri. “Servo vostro”, ha prontamente risposto con un inchino il nostro cialtrone Arlecchino. E così è nato uno statista....

L’ennesimo week end di proteste degli studenti pro democrazia di Hong Kong, dopo le vittoriose elezioni locali di una settimana fa, ha visto le strade dell’ex colonia britannica colorarsi delle bandiere statunitensi. In effetti quella americana è l’unica bandiera che possono alzare, perché solo il Congresso e il Senato Usa si sono alzati in loro difesa e solo l’orrido Trump ha scelto di firmare una legge del parlamento che autorizza il governo americano a produrre un report annuale per valutare il rispetto dell'autonomia della città-stato da parte di Pechino, a cui legare la conferma o meno dello status commerciale privilegiato concessole dagli Stati Uniti. La legge prevede anche la possibilità di decidere sanzioni per istituzioni e individui che violano le libertà garantite dalla mini-costituzione di Hong Kong e blocca le esportazioni verso l’isola di armi per la gestione dell'ordine pubblico, come lacrimogeni e spray urticante. Altre bandiere, oltre a quella americana, gli studenti di Hong Kong non ne alzano. Certo non se ne vedono di blu con le stelle dell’Unione europea, che vorrebbe essere una protagonista sullo scenario geopolitico mondiale ma che di fronte alle minacce cinesi diventa muta come un pesce in barile, in compagnia di papa Bergoglio. La difesa della democrazia e dei diritti non abitano a Bruxelles e in Vaticano. Così come non viene una parola dal governo italiano, che si lascia scavalcare da Beppe Grillo in duplice visita all’ambasciatore cinese, non certo in difesa dei manifestanti di Hong Kong, e che solo con il residuo di comicità che gli rimane può definire “privato” il suo incontro con il rappresentante del governo di Pechino, con il nostro ministro degli Esteri, il cui ruolo di capo politico del 5Stelle dipende proprio da Grillo, che tace e avvalla. “President Trump, Let's Make Hong Kong Great Again”, “President Trump, Please, Liberate Hong Kong”, ”Thank You for Supporting Hong Kong”, dicevano i cartelli dei manifestanti tra le bandiere a stelle e strisce. Una vergogna e un atto d’accusa per tutti i paesi le cui bandiere non possono essere alzate dagli studenti in lotta per la democrazia....

L'analogia, purtroppo, è quasi perfetta. Tsipras fu prima a capo degli Euroscettici per poi trasformarsi in inflessibile esecutore della "Cura Greca". Conte fu prima premier dei Gialloverdi euroscettici ed ora con il "SalvaStati" imposto da Germania e Francia sarà il premier Giallorosso dell'inflessibile esecuzione della "Cura Italia". Intorno alle due esperienze di governo di "salute pubblica" - ad Atene come a Roma - le ombre sinistre delle macerie economiche : là isole, porti, aeroporti finiti in solide mani teutoniche e cinesi, qui Fiat, Alitalia, porti triestini e liguri della "Via della Seta" che stanno per finire in solide mani franco-tedesche e cinesi. Ecco il prezzo dell'essere colonia, raccontandoci di essere europa. Giovanni Negri...