Oggi quinto giorno di sciopero in Francia e nuova grande manifestazione di protesta contro la riforma delle pensioni proposta dal presidente Emmanuel Macron. Cos’ha scatenato le proteste lo spiega in una lucida intervista all’Agi l’economista Jean-Paul Fitoussi, analizzando le implicazioni profonde e le conseguenze del processo di riforma annunciato da Macron. “Siamo vicini al punto di rottura sociale, e non solo in Francia”, avverte Fitoussi. “Le manifestazioni di questi giorni sono la risposta alla paura di perdere diritti storici, l'intento dell'Europa è ridurre le tutele dei lavoratori”. “È in atto un braccio di ferro tra l'esigenza dello Stato francese di ridurre la spesa pubblica, tagliando le pensioni che costano troppo, e dall'altra la reazione della gente che si vede impoverita, con a disposizione meno mezzi rispetto a 50 anni fa, e per giunta senza aver capito con chiarezza cosa prevede la riforma, altro fattore che genera paura.” Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati dai media d'Oltralpe, il 76% dei francesi concorda sulla necessità di una riforma del sistema pensionistico, ma il 64% non ha fiducia nell'attuale governo per portarla avanti. "E come si fa ad avere fiducia?”, si chiede Fitoussi. “Il governo ci sta lavorando da 2 anni e ancora oggi non è capace di illustrare nel dettaglio la sua riforma e soprattutto ha messo sul tavolo troppi cambiamenti tutti insieme". In Francia negli ultimi 25 anni sono già state operate 7 riforme delle pensioni, tutte impopolari, che quasi ogni volta hanno alimentato proteste, ma alla fine sono state adottate. "Questa volta è un po' diverso. Il nodo della riforma è l'abolizione dei regimi speciali, conquista ottenuta progressivamente dal Dopoguerra in poi, punta di diamante del sistema pensionistico francese", ricorda Fitoussi. Ma il caso della Francia in Europa non è isolato, osserva l’economista. "Parigi e altre capitali europee hanno fatto la promessa di essere buoni allievi di Bruxelles. Significa ridurre la spesa pubblica, disinvestire nei beni e servizi pubblici, limare il Welfare State per paura del disavanzo e del debito pubblico". Guardando oltre la contestazione dei francesi per la riforma delle pensioni, Fitoussi afferma che “dall'Ue l'intento è proprio quello di ridurre diritti e tutela dei lavoratori, che di conseguenza hanno un potere negoziale e stipendi più bassi, mentre aumenta quello delle aziende private, dei profitti”. In caso di conflitto sociale quelli presentati come cattivi dalle istituzioni sono quanti denunciano un indebolimento dei propri diritti e redditi. “Il caso della Francia è emblematico: dimostra che investire nel sociale non blocca l'economia, anzi. Da 10 anni, costretta dall'Ue a ridurre costantemente diritti sociali e Welfare State, ha visto le sue performance economiche bloccate. E lo stesso avviene in molti altri paesi del vecchio continente. Il sistema attuale sta ampiamente dimostrando i suoi limiti e non potrà durare a lungo senza generare violenze. Siamo sempre più vicini al punto di rottura sociale. Non solo in Francia”, conclude Fitoussi. Insomma, mentre Macron gioca sullo scacchiere internazionale per approfittare del declino di Angela Merkel e della Grande Coalizione tedesca, per affermare il nazionalismo francese come nuova guida dell’Europa, ogni volta che si muove in patria da più di un anno scatena proteste di massa. E lucidamente Fitoussi avverte come questa Europa franco-tedesca sia diventata un Moloch capace solo di produrre vincoli e ingiustizie, il cui sbocco possono essere solo grandi incendi sociali....

[caption id="attachment_12096" align="alignleft" width="600"] arlecchino FA mail[/caption]   Giuseppi Pinocchio ci ha provato ma un’ora di ricostruzione di documenti e audizioni parlamentari non sono bastati a nascondere la verità. Il presidente del Consiglio non ha rispettato il mandato parlamentare sulle modifiche al Trattato sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e il Consiglio dei ministri, che lui presiede, è venuto meno ai suoi doveri di legge, tra cui vi è quello di deliberare su ogni “questione relativa all'indirizzo politico fissato dal rapporto fiduciario con le Camere”. Conte ha detto di aver rispettato “alla lettera la sostanza” la mozione della Camera del 19 giugno scorso, ma la lettera e la sostanza di quella mozione erano che il presidente del Consiglio doveva “render note alle Camere le proposte di modifica al trattato ESM, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato”. Cosa mai avvenuta. Anzi, due giorni dopo quella mozione, Conte ne ha fatto carta straccia ed è andato al Consiglio europeo a dare il suo assenso al testo di riforma del Mes. Ieri in parlamento Giuseppi ha provato a furbeggiare dicendo di non aver firmato nulla. E questo è ovvio: a un testo finale di compromesso si dà l’assenso, la firma la si mette successivamente, quando c’è l’approvazione formale. Al Consiglio europeo del 21 giugno, nessuno ha firmato nulla ma come dice il neo-commissario europeo Paolo Gentiloni “il compromesso è stato raggiunto”. E difatti il ministro dell’Economia Gualtieri pochi giorni fa in parlamento ha dichiarato che quel testo è “inemendabile”. Conte non ha potuto neppure smentire quanto detto domenica dall’allora ministro dell’Economia Giovanni Tria, secondo il quale “in Consiglio dei ministri questi temi non sono stati mai trattati in modo approfondito, perché non è il luogo in cui si discute tecnicamente queste cose: Se ne è discusso in altra sede, anche a Palazzo Chigi”. Conte, che quest’estate è passato improvvisamente dall’essere il burattino dei leader di un governo populista e nazionalista all’essere uno statista di provata fede europeista, è stato beccato con le mani nella marmellata. Ha violato per mesi i fondamenti della nostra democrazia, che è una democrazia parlamentare, in cui il governo riceve gli indirizzi dal parlamento e a questo deve rispondere. Giuseppi ha agito come se avesse “pieni poteri” e non dovesse rispondere a nessuno in Italia, ma solo a qualcun altro tra Parigi, Bruxelles, Berlino e Francoforte, dove c’è fretta, perché ci sono Deutsche Bank e altre banche dell’integerrima Germania da salvare, con i soldi nostri. “Servo vostro”, ha prontamente risposto con un inchino il nostro cialtrone Arlecchino. E così è nato uno statista....

L’ennesimo week end di proteste degli studenti pro democrazia di Hong Kong, dopo le vittoriose elezioni locali di una settimana fa, ha visto le strade dell’ex colonia britannica colorarsi delle bandiere statunitensi. In effetti quella americana è l’unica bandiera che possono alzare, perché solo il Congresso e il Senato Usa si sono alzati in loro difesa e solo l’orrido Trump ha scelto di firmare una legge del parlamento che autorizza il governo americano a produrre un report annuale per valutare il rispetto dell'autonomia della città-stato da parte di Pechino, a cui legare la conferma o meno dello status commerciale privilegiato concessole dagli Stati Uniti. La legge prevede anche la possibilità di decidere sanzioni per istituzioni e individui che violano le libertà garantite dalla mini-costituzione di Hong Kong e blocca le esportazioni verso l’isola di armi per la gestione dell'ordine pubblico, come lacrimogeni e spray urticante. Altre bandiere, oltre a quella americana, gli studenti di Hong Kong non ne alzano. Certo non se ne vedono di blu con le stelle dell’Unione europea, che vorrebbe essere una protagonista sullo scenario geopolitico mondiale ma che di fronte alle minacce cinesi diventa muta come un pesce in barile, in compagnia di papa Bergoglio. La difesa della democrazia e dei diritti non abitano a Bruxelles e in Vaticano. Così come non viene una parola dal governo italiano, che si lascia scavalcare da Beppe Grillo in duplice visita all’ambasciatore cinese, non certo in difesa dei manifestanti di Hong Kong, e che solo con il residuo di comicità che gli rimane può definire “privato” il suo incontro con il rappresentante del governo di Pechino, con il nostro ministro degli Esteri, il cui ruolo di capo politico del 5Stelle dipende proprio da Grillo, che tace e avvalla. “President Trump, Let's Make Hong Kong Great Again”, “President Trump, Please, Liberate Hong Kong”, ”Thank You for Supporting Hong Kong”, dicevano i cartelli dei manifestanti tra le bandiere a stelle e strisce. Una vergogna e un atto d’accusa per tutti i paesi le cui bandiere non possono essere alzate dagli studenti in lotta per la democrazia....

L’elezione di un parlamentare europeo a suffragio universale non può essere subordinata all’adempimento di altre formalità a livello nazionale. Inoltre, dal momento in cui è eletto l’europarlamentare gode dell’immunità e spetta solo al Parlamento europeo difenderla o revocarla. E’ questo il parere dell’avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Ue, che non è vincolante ma che in genere viene fatto proprio dalla Corte nella sentenza finale. E quindi dalla Corte di giustizia Ue potrebbe arrivare a breve un’importante sentenza sul caso degli indipendentisti catalani regolarmente eletti al Parlamento europeo ma che non hanno potuto entrare in carica a causa degli impedimenti posti loro dalla Spagna e supinamente accettati dallo stesso Parlamento europeo, a cominciare dall’ex presidente Antonio Tajani (Forza Italia) e dal suo successore attualmente in carica David Sassoli (Pd). Riassumendo, la vicenda è questa. Alle elezioni europee dello scorso 26 maggio in Spagna sono stati eletti Oriol Junqueras, ex-vicepresidente del governo catalano, Carles Puigdemont, ex-presidente del governo catalano, e Toni Comin, ex-ministro catalano. Secondo la legge spagnola, affinché la loro elezione fosse convalidata avrebbero dovuto giurare fedeltà alla Costituzione spagnola a Madrid. Solo che a Junqueras, che si trovava da 19 mesi in carcerazione preventiva per i fatti legati al referendum consultivo sull’indipendenza della Catalogna dell’ottobre 2017, fu vietato uscire dal carcere per andare a giurare. Anche Puigdemont e Comin, che si sono rifugiati in Belgio, non hanno potuto giurare, perché appena avessero messo piede sul suolo spagnolo sarebbero stati arrestati con le stesse accuse di Junqueras. E così, nella lista degli eletti convalidati inviata da Madrid al Parlamento europeo i nomi dei tre indipendentisti catalani sono stati depennati. E non hanno mai potuto entrare in carica. E il Parlamento europeo, supino, non ha avuto niente da dire. Come se non bastasse, in attesa della convalida l’allora presidente uscente dell’europarlamento Tajani vietò l’ingresso ai palazzi del parlamento a Puigdemont e Comin, mentre tutti gli altri eurodeputati, anche spagnoli, in attesa di convalida potevano farlo. Il 14 ottobre, il Tribunale Supremo spagnolo ha condannato Junqueras a 13 anni di carcere e ad altrettanti di privazione dei diritti civili. Subito il comunistello Sassoli ha rinnovato il divieto di accesso al Parlamento europeo per Puigdemont e Comin, come aveva fatto il fascistello Tajani. E il Parlamento europeo sempre muto. Nel frattempo, però, Junqueras ha fatto ricorso contro l’obbligo di dover giurare sulla Costituzione spagnola per poter vedere convalidata la propria elezione e la questione è arrivata alla Corte di giustizia dell’Ue. E ieri l’avvocato generale della Corte ha dato ragione a Junqueras su tutta la linea, con argomentazioni limpide. Secondo l’avvocato generale, la Corte dovrebbe dichiarare che “una persona la cui elezione al Parlamento europeo è stata ufficialmente proclamata dall’autorità competente dello Stato membro in cui suddetta elezione ha avuto luogo acquisisce sulla base unicamente di tale fatto e a partire da tale momento la qualità di membro del Parlamento, e ciò nonostante qualsiasi formalità successiva cui la persona in parola avrebbe l’obbligo di adempiere, vuoi in forza del diritto dell’Unione o del diritto nazionale dello Stato membro di cui si tratti. Suddetta persona conserva detta qualità fino al termine del suo mandato, con riserva dei casi di dimissioni, decesso o decadenza”. Secondo l’avvocato generale della Corte di giustizia Ue, “lo status dei deputati al Parlamento, in quanto rappresentanti dei cittadini dell’Unione eletti a suffragio diretto e membri di un’istituzione europea, può essere disciplinato soltanto dal diritto dell’Unione, salvo compromettere l’indipendenza del Parlamento nonché l’autonomia dell’ordinamento giuridico dell’Unione nel suo complesso”. Parole che avrebbero dovuto essere pronunciate dai presidenti del Parlamento europeo Tajani e Sassoli, che invece hanno preferito chiudere i portoni a Puigdemont e Comin, regolarmente eletti a suffragio universale ma colpevoli di essere indipendentisti catalani invisi al governo di Madrid, a cui i due indegni presidenti si sono inginocchiati. Ma l’avvocato generale della Corte di giustizia Ue va oltre e ricorda che, una volta eletto, il parlamentare europeo gode dell’immunità riconosciuta ai parlamentari del suo Paese. Sinora si è adottata un’interpretazione della norma europea sull’immunità che lascia ai giudici nazionali l’interpretazione del diritto del proprio Paese in materia di immunità. Secondo l’avvocato generale, però, il risultato che deriva da questa interpretazione è “poco soddisfacente” e quindi propone alla Corte di stabilire che spetta solo al Parlamento europeo decidere se revocare o difendere l’immunità di uno dei suoi membri. Sinora le istituzioni europee, a cominciare dal Parlamento, non hanno mai voluto discutere della questione catalana, nascondendosi dietro la scusa di non voler interferire in questione interne a un Paese sovrano. Ora però l’Unione europea deve decidere. Se vuole esistere deve mettere in campo il proprio diritto. Se invece si piegasse a Madrid sarebbe la prova del nove che non solo non esiste ma che non vuole esistere....

126.951 euro dell’Unione europea agli uomini del presidente turco Erdogan per condurre una caccia alle streghe in nome dell’islamofobia, con tanto di giornali e libri, giornalisti e scrittori messi all’indice. L’incredibile vicenda è stata svelata dal Giornale, che è finito nel mirino della Fondazione Seta per la ricerca economica, politica e sociale, che ha la sede principale a Istanbul ma anche altre sedi al Cairo, a Washington, a Berlino e a Bruxelles. La Fondazione Seta ha appena pubblicato un Rapporto sull’islamofobia in Europa in cui Il Giornale è indicato come esempio dei “settori più conservatori dei mass-media” che hanno alimentato “il clima xenofobo e anti-Islam” in Italia, insieme a Lega, Fratelli d’Italia, Casapound e Forza Nuova. Ma il Rapporto, sostenuto anche dai ministeri delle Finanze e degli Esteri turchi, indica anche Libero, La Verità e Il Tempo come propagatori dell’islamofobia. La lista di proscrizione turca finanziata dall’UE, la cui parte italiana è stata curata da Alfredo Alietti e Dario Padovan, indica in particolare i giornalisti Marcello Veneziani per Il Tempo e Giancarlo Mazzucca per Il Giornale. Il quotidiano diretto da Vittorio Feltri è messo sotto accusa anche per aver pubblicato il libro di Alessandro Gnocchi “I nemici di Oriana – La Fallaci, l’islam e il politicamente corretto” e quello di Alberto Giannoni “Il libro nero dell’islam italiano”. Altro scrittore messo all’indice è Giulio Meotti - giornalista del Foglio, specifica il Rapporto turco finanziato dall’Ue - per il suo libro “Il suicidio della cultura occidentale. Così l’islam radicale sta vincendo”. Come spiega al quotidiano tedesco Die Welt la politologa e scrittrice austriaca Nina Scholz, finita anche lei nel mirino del Rapporto in relazione al divieto austriaco del velo per le bambine delle scuole elementari, “il tentativo è quello di fermare qualsiasi critica all'Islam e alle sue forme”. Islamofobia, “un termine che andrebbe abolito dal nostro vocabolario” ha scritto oggi sul Corriere della Sera Pierluigi Battista, perché “ha solo un valore intimidatorio verso chiunque osi criticare i regimi autoritari prigionieri dell’islamismo integralista e che è servito addirittura ad avviare in Francia un procedimento legale contro la stessa Oriana Fallaci”. Come risulta dal sito web della Commissione europea, oltre alla preparazione e alla pubblicazione del rapporto, l'UE finanzia anche panel e workshop, il sito web del progetto, attività sui social media e cortometraggi sul progetto, oltre a due clip dal titolo “Islamofobia, una minaccia per le democrazie europee”. Ma chi è Seta? Come riporta Die Welt, fondatore e presidente dal 2005 al 2009 è stato Ibrahim Kalin, oggi portavoce e consigliere del presidente Erdogan. Un altro presidente di Seta è stato Ahmet Davutoglu, primo ministro turco dall’agosto 2014 al maggio 2016 e poi leader dell’AKP, il partito di Erdogan. L’attuale coordinatore generale di Seta, Burhanettin Duran, ha recentemente scritto su Twitter: “Allah aiuti i nostri soldati”. A Istanbul la Fondazione Seta è rappresentata da Fahrettin Altun, direttore delle comunicazioni del presidente Erdogan. Tutto questo all’Unione europea doveva essere ben noto, così come doveva sapere cosa avrebbe contenuto il rapporto, visto che Seta ne aveva già fatti tre, di analogo tenore, negli anni precedenti. Ma sotto l’ombrello della lotta agli odiatori e ai razzisti, in nome del politicamente corretto di cui l’Unione europea è la portabandiera, si riescono a giustificare nefandezze come il finanziamento a cosiddette organizzazioni della società civile turca, legate a filo doppio al regime di Erdogan, a cui si affida la compilazione di liste di proscrizione contro la libertà di pensiero, di espressione e di stampa. E nessuno ha fiatato....

Non più solo la Germania e l’Unione europea. Deutsche Bank, che ha appena presentato l’ultima trimestrale da cui emerge una perdita netta di 832 milioni di euro tra luglio e settembre, è ormai una banca a rischio tracollo che va sempre più giù e ora spaventa anche gli Stati Uniti, che temono una nuova tempesta bancaria globale. La metà dei 18.000 posti di lavoro che Deutsche Bank taglierà entro il 2022 nell’ambito del proprio piano di risanamento sarà in Germania, dove i dipendenti della Banca sono 41.700. Sempre in Germania, dopo la mancata fusione con Deutsche Bank anche Commerzbank, che in parte è di proprietà del governo tedesco dopo un costoso salvataggio nel 2008, ha annunciato la chiusura di 200 delle sue mille filiali e il taglio di 2.300 posti di lavoro, pari al 5,7% della sua forza lavoro. A fianco di questi tagli di personale, è stata creata una Bad Bank da 74 (settantaquattro) miliardi di euro dove dirottare i titoli spazzatura prodotti e accumulati a Deutsche Bank in questi ultimi lustri, mentre da Berlino venivano impartite prediche a tutta Europa sul rigore di bilancio, i sacri vincoli e gli intoccabili parametri. E ora anche la stampa tedesca alza i toni, con Die Welt che definisce le azioni di Deutsche Bank tra “le più odiate dagli analisti” e che tuttavia trovano mani forti non visibili che ne sostengono il titolo in Borsa. La violenza polemica della stampa tedesca lascia intuire che su questa vicenda possa esserci una grande resa dei conti interna alla politica tedesca, perché è la prima volta che escono con nettezza la dimensione e il profilo della crisi del colosso bancario tedesco, che viene usata come strumento di polemica politica. Una crisi che riguarda soprattutto la Cdu e il suo rapporto con la Bundesbank e che accompagna il lento tramonto di Angela Merkel, mentre Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK), la delfina che le è succeduta alla guida della Cdu, mostra di non tenere sotto controllo il partito. Tutto questo mentre la Grande Coalizione al governo sopravvive a se stessa e viene punita ad ogni consultazione elettorale regionale, così come avvenuto alle europee, e l’economia tedesca va verso la recessione. E non sta meglio la nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen, altra delfina di Angela Merkel, che non riesce ad entrare in carica dopo la bocciatura di tre commissari, tra cui quello francese, da parte del Parlamento europeo e per la quale la influente commissaria alla concorrenza uscente ed entrante anche come vicepresidente, la danese Marghrete Vestager, prevede un quinquennio in balia di maggioranze variabili. Una condizione di debolezza e di crisi politica che investe Berlino e Bruxelles, così come Roma, su cui il possibile tracollo di Deutsche Bank rischia di abbattersi con conseguenze imprevedibili e incontrollabili. ...

Il 17 ottobre scorso, il Regno Unito e l’Unione europea hanno raggiunto un “reasonable fair outcome” riguardo la Brexit, così come definito dal premier Boris Johnson. L’accordo rispecchia in buona parte quello precedentemente discusso da Theresa May, ma è sulla possibilità di un ‘confine rigido’ tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord - il cosiddetto ‘backstop’ - che è arrivato il punto di svolta. Attualmente, sia il Regno Unito, sia l’Irlanda del Nord sono parte del mercato unico e dell’unione doganale comunitari, pertanto le merci scambiate tra i due paesi non sono soggette a particolari restrizioni o controlli. Con Brexit, però, detto scenario è destinato a mutare, andando a compromettere la volontà dell’Irlanda del Nord e della Repubblica d’Irlanda di non ritrovarsi con regimi differenti lungo la frontiera. Dopo la bocciatura di un primo backstop esclusivamente per l’Irlanda del Nord, ne è seguita una ancor più netta riguardo la proposta di un backstop per l’intero Regno Unito. Quest’ultima opzione, che ha suscitato ferventi proteste all’interno del ramo conservatore, ha condotto all’annullamento per tre volte consecutive dell’accordo pattuito da Theresa May, la quale ha poi annunciato le proprie dimissioni lo scorso 24 maggio 2019: “I had the opportunity to serve the country I love”. Lo scorso 2 ottobre, il nuovo primo ministro Johnson ha paventato la possibilità di istituire una zona di regolamentazione unica sull’isola d’Irlanda. Di seguito i punti salienti della proposta. Dogana. L’intero Regno Unito - Irlanda del Nord compresa - lascerà l’unione doganale dell’UE al termine del periodo di transizione, senza che ciò pregiudichi la stipula di accordi commerciali futuri con altri partner. Legalmente, sarà prevista una frontiera doganale tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda (che rimane allineata alle norme del mercato unico dell’UE), ma saranno soltanto le merci che transitano dal Regno Unito all’Irlanda del Nord ad essere ispezionate, non quelle che dalla Repubblica d’Irlanda si spostano all’Irlanda del Nord. Merci. L’Irlanda del Nord si atterrà alle norme comunitarie anziché a quelle del Regno Unito nella regolamentazione delle merci. Un’unica zona di regolamentazione insulare eviterà ogni controllo su quelle al confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. In breve, è come se immaginassimo di traslare il confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda nel tratto di mare che divide quest’ultima dalla Gran Bretagna. Dette disposizioni dovranno essere approvate dalla Northern Ireland Assembly ogni 4 anni. IVA. L’imposta europea non si applicherà più al Regno Unito. Sui beni e non sui servizi ne sarà invece soggetta l’Irlanda del Nord, la quale potrà però godere di aliquote IVA diverse rispetto al resto del Regno Unito (cosa che non sarebbe consentita dal diritto comunitario). Rimangono invece invariati dall’accordo concluso dalla May il periodo di transizione sino a fine dicembre 2020, entro cui le norme attuali rimangono tali così che sia possibile per Regno Unito e UE negoziare le loro relazioni future, i diritti dei cittadini di residenza, previdenza sociale e libera circolazione e i termini entro cui UK dovrà adempiere ai propri obblighi finanziari verso l’UE. Questi sono i punti principali contenuti nel Deal che Boris Johnson ha presentato alla Camera bassa del Parlamento lo scorso 19 ottobre. In quello che è stato definito come il ‘Super Saturday’ - era dal 1982 che la House of Commons non si riuniva di sabato -, si sono svolte due votazioni cruciali. La prima, quella sull’emendamento proposto dall’ex conservatore ed ora deputato indipendente Oliver Letwin, nell’intento di trattenere l’approvazione del Deal di Boris Johnson fino a che non sarebbe stata approvata la legge di recesso dall’UE. L’emendamento è passato con 322 voti favorevoli e 306 contrari. Secondariamente, in poche ore il premier Johnson ha vinto la partita sul proprio accordo - votato e approvato da 329 voti favorevoli contro 299 - e perso la sfida della ‘3-days timetable’, con la quale si sarebbe dovuto approvare in toto il nuovo Deal dall’intera House of Commons. I membri del Parlamento hanno però votato contro tale tempistica, perché ritenuta insufficiente per un adeguato vaglio del testo. In questo scenario, non avendo ricevuto approvazione al proprio accordo entro il 19 ottobre, il Primo Ministro è stato costretto per legge dal cosiddetto ‘Benn Act’, approvato lo scorso settembre, a richiedere all’Unione europea un ulteriore rinvio di Brexit. Nello stesso giorno, Boris Johnson ha quindi inviato, tramite lettera da lui non firmata, una richiesta di proroga a Bruxelles per la Brexit. Lunedì 28 ottobre, l’UE ha concesso tale ‘flextension’, così come definita dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, sino al 31 gennaio 2020. Si tratta di un rinvio flessibile, che consentirà comunque alla Gran Bretagna di uscire dall’Unione prima di tale data, previa approvazione del Parlamento. Il 29 ottobre, con 438 voti favorevoli e 20 contrari, i membri della House of Commons hanno appoggiato la richiesta di elezioni anticipate avanzata da Boris Johnson, dopo che quest’ultimo aveva incassato tre rifiuti consecutivi. Con la seguente e necessaria approvazione della House of Lords e il Royal assent della regina tramite il Early Parliamentary General Election Act 2019, il 12 dicembre il Regno Unito tornerà alle urne - è dal 1923 che non si tengono elezioni nell’ultimo mese dell’anno. Mentre il primo ministro Johnson ha affermato che “it was time for the country to come together to get Brexit done”, il leader del partito laburista, Jeremy Corbyn, ha definito queste elezioni quali “a once-in-a-generation chance to transform our country”. Questo l’iter formale. Quanto invece al dato politico una prima cosa va sottolineata: il dibattito parlamentare sul Deal stretto da Boris Johnson ha avuto poco a che fare con lo scontro tra europeisti ed occidentalisti (perché in UK il sovranismo è mondialismo e non autarchia). Anzi, il progetto del Primo Ministro ha subìto uno stallo dovuto ai mancati voti del partito unionista Nord Irlandese, il quale ha lamentato un’eccessiva attrazione del territorio rappresentato all’EU. A stoppare il percorso Johnsoniano sono stati dunque degli anti-Euro; questo è il primo dato che i nazionalisti euristi debbono digerire. Il resto è schermaglia e strategia da sondaggi, i quali però paiono rappresentare la costante prevalenza del sentimento pro-Brexit differentemente declinato. Da febbraio ad ottobre si è registrato il seguente andamento. Almeno fino a maggio Tory al 40%, Labour al 35%, Lib Dem al 10% e Brexit Party su percentuali più basse. Con l’approssimarsi della data prevista per la...

Condivido tutto ciò che scrive l'ottimo Angelo Panebianco sul Corriere. Tranne la riga finale : per l'Italia il problema non è affatto che "passi la nuttata" di Trump e Johnson, bensì che "passi la nuttata" provinciale e miope del nazionalismo europeo che da un decennio ci fa ritenere il sogno del SuperStato europeo a guida tedesca l'unico orizzonte possibile , con Berlino e Parigi unici interlocutori di Roma, anzichè guardare proprio Londra e New York, all'altro Occidente possibile che sta nascendo. Giovanni Negri Angelo Panebianco sul Corsera di oggi: Il referendum in cui prevalse il partito della Brexit si tenne nel 2016, poco prima delle elezioni presidenziali americane vinte da Donald Trump. Allora c’era ancora la presidenza Obama. Ma lo sfilacciamento delle relazioni interatlantiche era già in corso da tempo. Pur con uno stile diverso da quello del suo successore, anche Obama puntava a ridimensionare l’impegno internazionale degli Stati Uniti. Come dimostrò la sua (infelice) politica in Medio Oriente: fu con lui, e grazie ai suoi errori, che la Russia di Putin potè rientrare da protagonista nella politica mediorientale. Il referendum britannico cadde in quel frangente. Poi arrivò il ciclone Trump: a differenza del predecessore, egli appoggiò la scelta britannica di lasciare l’Unione. Trump mostrò subito di che pasta fosse fatto. Cominciò a picchiare duro su Nato e Unione europea. Chiarì che il nazionalismo americano di cui egli era il campione non era compatibile con il mantenimento del sistema di alleanze creato dal suo Paese dopo il 1945 e di cui era parte essenziale il legame interatlantico, la partnership fra Stati Uniti ed Europa. Se Trump, come allo stato degli atti appare probabile, otterrà un secondo mandato presidenziale, quel legame, già logorato, potrebbe infine spezzarsi. La combinazione fra Brexit e le scelte di Trump potrebbe favorire il rilancio di un vecchio piano che circolava nelle sfere governative statunitensi durante la Seconda guerra mondiale e che poi venne accantonato. Era l’idea che dopo la guerra, sarebbe stato necessario dare vita a una alleanza stabile fra le sole democrazie anglosassoni (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia, Nuova Zelanda). Si sarebbe trattato di un’alleanza solida perché garantita non solo dalla posizione egemonica degli Stati Uniti ma anche dalle affinità culturali esistenti fra democrazie unite dal comune passato, dal protestantesimo, dalla lingua inglese. Poi quel progetto venne messo da parte. Con il piano Marshall e la Nato, gli Stati Uniti scelsero, al posto dell’alleanza (stretta) fra democrazie anglosassoni, l’alleanza (larga) Stati Uniti/Europa. C’è la possibilità che quel vecchio progetto torni ora di attualità. C’è anzi chi pensa — ma forse esagera — che esso sia ormai cosa fatta, grazie anche all’eccellente funzionamento del sistema integrato per lo scambio di informazioni fra le democrazie anglosassoni denominato Five Eyes (cinque occhi). L’alleanza stretta sarebbe forse percepita da molti americani come più adatta a un’epoca di relativo declino della potenza statunitense. Il pubblico potrebbe inoltre apprezzare l’omogeneità culturale dell’alleanza stretta. Se davvero, al posto dei legami interatlantici, emergesse a poco a poco un coeso blocco anglosassone, per gli europei continentali sarebbero dolori. Nonostante certe velleità che continuano a manifestarsi in settori delle classi dirigenti europee (l’idea che se gli americani se ne vanno si tratta di una buona notizia perché gli europei saranno finalmente «costretti» ad integrarsi politicamente), l’esito più probabile sarebbe un altro. Venuto meno il mastice rappresentato dalla egemonia statunitense, i vecchi istinti, quasi certamente, riprenderebbero il sopravvento, le divisioni farebbero premio sulle spinte all’unificazione, e i vari Paesi europei — non più vincolati dalla leadership americana — entrerebbero fra loro in competizione allo scopo di ingraziarsi il più potente vicino: la Russia. Il triste spettacolo messo in scena dagli europei nella vicenda dei curdi siriani, nella quale sono in gioco vitalissimi interessi del Vecchio Continente, dice tutto ciò che c’è da dire sulla capacità dell’Europa di fare a meno delle armi e dei soldati americani: di fronte a una crisi militare di questa portata l’Europa ha l’aria di pensare che basti tramortire il cattivo di turno (oggi Erdogan) a colpi di chiacchiere per risolvere la crisi. Vi pare che un’Europa simile sia in grado di camminare sulle proprie gambe? Ma — qualcuno dice — arriverà presto il momento in cui daremo vita alla famosa «difesa europea» e l’Unione diventerà una potenza capace di farsi rispettare e di provvedere autonomamente alla propria sicurezza. Non si capisce se chi lo dice ci creda davvero oppure se ripeta formule di rito, «europeisticamente corrette», semplicemente perché non sa cos’altro dire. Non solo la possibilità di dare vita a una difesa europea che riesca, almeno in parte, a fare a meno degli Stati Uniti, è oggi ancor meno credibile di quanto fosse un tempo, tenuto conto che con Brexit esce dall’Unione quella che è, con la Francia, la sua più forte potenza militare e la prima potenza marittima. Soprattutto, si tratta di un cattivo bluff, da tutti riconoscibile come tale. Quale politico europeo potrebbe essere rieletto se andasse a spiegare agli elettori che essi devono caricarsi di più tasse o accettare una riduzione del welfare allo scopo di finanziare la difesa europea? Potete immaginare un politico — poniamo tedesco o italiano — che scelga questo modo per suicidarsi politicamente? La conclusione è che gli europei non hanno alternative all’alleanza con gli Stati Uniti. Talché se l’America e, più in generale, il mondo anglosassone prenderanno congedo da noi, saranno guai. Ma poiché la storia non è già scritta in anticipo, poiché siamo tutti bravi soprattutto nel prevedere il passato (sul futuro, invece, abbiamo sempre qualche difficoltà), finché c’è vita c’è speranza. Forse, prima o poi, insieme alla «nuttata», passeranno anche Trump e Johnson. Angelo Panebianco (Corriere della Sera del 24 ottobre 2019)...

Alla fine è riuscito a far infuriare anche il Primo ministro francese, dopo che ieri i quotidiani Le Monde e Times of Malta hanno scoperto una sua consulenza con il governo di Malta, di cui non aveva informato il presidente Macron e il governo di Parigi, dove da qualche mese fa parte del Gabinetto del Primo Ministro. Parliamo di Sandro Gozi, l’uomo che tutta Europa si contende e che lui accontenta in nome della transnazionalità. Da Roma a Parigi, passando per San Marino e il meraviglioso arcipelago di Malta, dove brilla l’Isola di Gozo. Il tutto a bordo dell’Ulivo e poi del Pd e ora di Italia Viva. Gozi de Gozo nasce nel ’68 in un piccolo comune sulle colline romagnole, Sogliano sul Rubicone, che varca appena possibile, andando a studiare Legge alla Sorbonne di Parigi. Con lo sguardo rivolto al futuro, il suo, va a vivere a Bruxelles dove dal 2000 al 2004 fa il consigliere di Romano Prodi, presidente della Commissione europea, e poi prosegue con il successore Josè Manuel Barroso, fino a che nel 2006 viene eletto alla Camera dei deputati con l’Ulivo e poi confermato nel 2008 e nel 2013 con il Pd, entrando anche nella segreteria nazionale. Dal 2014 al 2018 fa il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei nei governi Renzi e Gentiloni, ma nonostante questo e nonostante sia un Renziano di ferro alle politiche del 2018 viene trombato. Non la prende bene e, memore di essere stato iscritto al Partito Radicale transnazionale e transpartito, pur rimanendo iscritto al Pd decide di candidarsi alle europee del maggio scorso in Francia, nelle liste del partito del presidente Emmanuel Macron, ma gli va così così. Risulta tra i primi dei non eletti e in cuor suo diventa un tifoso della Brexit veloce e a tutti i costi. Infatti, potrà diventare eurodeputato solo quando la Brexit sarà operativa, con la conseguente decadenza dei parlamentari europei britannici. Ma Macron e la Francia non possono fare a meno di lui neppure per qualche mese e così a fine dello scorso luglio entra nel Gabinetto del premier francese Édouard Philippe in qualità di responsabile per gli Affari europei, la stessa carica, di fatto, che aveva in Italia nei governi Renzi e Gentiloni. Chi solleva dubbi sull’opportunità di tale passaggio dal governo di Roma a quello di Parigi viene liquidato con una smorfia di disgusto, come un misero nazionalista che non comprende le nuove non frontiere dell’Europa. Un mese prima delle europee gli capita il primo inciampo e viene iscritto nel registro degli indagati dal Tribunale Unico di San Marino per una consulenza “fantasma” da 220 mila euro alla Banca Centrale sanmarinese. Gozi difende la correttezza del suo comportamento e la legittimità della sua consulenza. Del resto, chi può dubitare del Nostro e fermarne l’inarrestabile marcia? Uomo di grandi meriti e di ottime relazioni, è stato insignito Cavaliere dell'ordine delle Palme Accademiche nel 2007, Cavaliere dell'ordine della Legion d'Onore dal Presidente François Hollande nel 2014, dell'Ordine Nazionale al Merito della Repubblica di Malta nel 2016, e nel 2017 ha ricevuto il Prix de l'engagement du valeur européen a Parigi. Ma ora scoppia quello che la stampa francese già chiama l’Affaire Gozi, con il Premier Philippe in difficoltà a rispondere in parlamento. Le rassicurazioni a voce di Gozi, al governo francese non bastano. Vogliono vedere le carte che dimostrino che al momento di assumere l’incarico nel governo di Parigi la sua consulenza con il capo del governo di Malta, Joseph Muscat, iniziata nel giugno 2018 appena cessato l’incarico di sottosegretario nel governo italiano, era già terminata. E vogliono anche verificare che Gozi abbia adempiuto a tutti i suoi obblighi di trasparenza. Tutti lo vogliono, tutta Europa lo cerca, il trans-governativo Gozi de Gozo non sa dire di no a nessuno e alla fine diventa uno e trino, e si incasina. Lui fa i compiti a casa per tutti. Si sacrifica da sempre. Glielo chiede l’Europa. E lui vuole sempre più Europa, senza confini, senza barriere tra un governo e l’altro. Se no, che Europa di Gozi sarebbe?...

Con l’Accordo raggiunto tra Regno Unito e Unione europea sulla Brexit è forse finita quella che era diventata una telenovela. Sempre che l’Accordo firmato da Boris Johnson non venga affossato sabato in parlamento, come successo tre volte a Theresa May. A Bruxelles c’è molta soddisfazione, quasi un’aria di festa. Il No Deal, questa la verità negata per un lungo triennio, sarebbe una tragedia più per la Piccola UE che per la nascente Global Britain. L’Accordo di fatto sancisce la fine della Ue come l’abbiamo sin qui conosciuta. Ora che ne resta? In realtà, un’Unione europea senza la Gran Bretagna è un nonsenso. L’Ue rischia di ridursi a ciò che è oggi: un EuroReich franco-tedesco dalla struttura elefantiaca, con una velleità di pianificazione e controllo degno dei peggiori Soviet, senza alcun contrappeso democratico e privo di reale partecipazione civile. Non c’è da stupirsi che un simile Moloch produca solo quanto fin qui è stato capace di produrre: un pensiero unico e una politica economica dogmatica, errata. Diciamola tutta: negli ultimi tre anni l’atteggiamento dominante nell’Ue verso il Regno Unito è stato quello supponente del gradasso che minaccia: “Andate pure, peggio per voi, invece che in 28 saremo in 27“.  Ma appena fuori dall’Ue, Londra e Washington andranno verso una nuova area di libero scambio e un nuovo patto commerciale senza precedenti fra Usa e Gran Bretagna, mentre, abbandonata l’ormai inutile propaganda, l’Ue sarà costretta a fare i conti di quanto costerà a noi la Brexit. L’Europa ha respirato libertà e crescita economica quando ha guardato a Occidente. Un’Unione europea ridotta a un Reich allargato non è certo quello che era stato immaginato e sognato a Ventotene 78 anni fa. E presto ci accorgeremo che con Londra sarebbe stato più conveniente ragionarci, cambiare, e cercare di tenerla nell’Unione. Ma quando si passa da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi ad Angela Merkel e Jean-Claude Juncker, i sogni inevitabilmente si infrangono e la realtà non ha più nulla a che fare con ciò che si era immaginato e sperato....