Nuova pagina vergognosa per il Parlamento europeo, che ha riattivato il divieto di accesso ai suoi edifici per l’ex presidente catalano Carles Puigdemont, dopo che un giudice spagnolo ha emesso un nuovo mandato di cattura europeo nei suoi confronti, subito dopo la vergognosa condanna politica di dodici indipendentisti catalani tre giorni fa. Puigdemont, rifugiatosi in Belgio, è stato eletto parlamentare europeo lo scorso maggio ma non è potuto entrare in carica perché, per la legge spagnola, avrebbe dovuto andare prima a Madrid a giurare fedeltà alla Costituzione spagnola. Appena arrivato a Madrid, però, sarebbe stato arrestato. Il Parlamento europeo, oltre a tacere sull’assurdità di obbligare alcuni suoi membri a giurare sulla Costituzione del proprio Paese, aveva anche taciuto in modo pavido sul vulnus democratico dell’impedire a un suo membro eletto di entrare in carica. Ma il silenzio non bastava, il Parlamento europeo si era reso complice attivo, con il presidente uscente Antonio Tajani, impedendo l’accesso ai suoi edifici a Puigdemont e a un altro ex ministro catalano regolarmente eletto, Toni Comin, ancor prima che la Corte di giustizia Ue stabilisse che non potevano entrare in carica perché non erano nella lista degli europarlamentari (che avevano giurato a Madrid) trasmessa dal governo spagnolo a Bruxelles. Ora il successore di Tajani, David Sassoli, ha fatto il vergognoso bis. Un Parlamento europeo vile come le altre istituzioni dell’UE e che, oltre a non contare nulla, conferma ogni volta di non sapere neppure dove stia di casa la democrazia. A ricordare all’UE e a tutti noi cos’è un vero Parlamento è stata proprio ieri la più antica democrazia, quella inglese. Mentre era in corso un dibattito alla Camera dei Comuni sulla sentenza spagnola nei confronti degli indipendentisti catalani, lo speaker John Bercow si è alzato dichiarando che Puigdemont potrebbe certamente “venire e parlare nel Palazzo di Westminster”, dove sarebbe “estremamente benvenuto”. Ma per questo mostro cresciuto a Bruxelles - sempre più simile alla vecchia Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, con i suoi dirigisti e fallimentari Piani Quinquennali – la democrazia è un inutile orpello, proprio come il suo cosiddetto Parlamento europeo. La democrazia sta a Londra, che non a caso da questa UE sta per andarsene....

L'Unione Europea tace davanti a una incredibile, vergognosa condanna politica: da 9 a 13 anni di galera per 12 esponenti politici catalani, dieci dei quali rappresentanti istituzionali plebiscitati dai voti degli elettori, per i reati di sedizione o disobbedienza, in relazione ai fatti che portarono al referendum sull’indipendenza della Catalogna nell’ottobre 2017. Tace l'Europa, perchè è ciò che questa Europa sa fare: tacere. Tacere davanti ai Catalani in galera e tacere davanti ai Curdi aggrediti, tacere davanti alle morti nel Mediterraneo finchè non bussano a casa i disperati e tacere davanti al disastro di Libia, provocato dai francesi e scaricato sui - complici e taciturni - partner. E' il silenzio la cifra politica di questa Europa. O la complicità. Complicità di fatto con Putin, trattato ufficialmente come torbido Grande Fratello dei Populisti salvo scoprire che è Merkel la prima alleata di Putin nel progetto bollato dalla Polonia come “il nuovo patto Ribbentrop-Molotov”, il gasdotto NordStream2 che consentirà all'orso russo di mettere non una ma due zampe sul nostro continente. Complicità di fatto con Erdogan, praticata da una UE che ha riempito il sultano turco di miliardi per tenere lontani i rifugiati in fuga dalla Siria e da una Germania che non ha alcun interesse a disturbate il manovratore di un'imprenditoria turca che nella Repubblica federale ha ormai assunto un peso e un ruolo esorbitanti. Complicità di fatto con i banchieri del fallimento targato Deutsche Bank, la banca protagonista di un tracollo che si annuncia peggiore di quello di Lehman Brothers, in barba a qualsiasi mito di inossidabile stabilità tedesca. No, non ci piace questa Europa che con quella immaginata da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi non ha più visibilmente niente a che fare. No, non ci piace questa Europa che ha una clamorosa responsabilità nel determinare Brexit, che perde Londra per blindarsi a Berlino e a Parigi, che tratta gli Usa come un interlocutore terzo e diverso quasi gli Stati Uniti fossero paragonabili alla Russia e ai mandarini di Pechino. No, non ci piace un'Europa sempre più a guida tedesca, sempre meno atlantica, sempre più cartina geografica dove ogni Alto Adige si riscopre per sempre Sud Tirolo. No, davvero non ci piace. E lasciamo ben volentieri ai Calenda e alle Bonino che continuano a invocare lo Status Quo di questa Europa, il ruolo di fallimentari difensori di un ordine al tramonto. Quella che occorre, ogni giorno di più, non è questa ma tutta un'altra Europa. ...

La mia generazione, la generazione Erasmus, è quella che ha subito più di tutte il pensiero unico e la decrescita e non si è accorta, educata a dogmi, che il “mostro del non fare” ha nascosto la sua tirannia dietro parole apparentemente innocue come “stabilità”. Persone educate a pane e retorica, che non hanno più nessuna forza e che giungono con i loro epigoni a fare le manifestazioni quando lo dice lo Stato e quando serve al Governo. Generazione Fioramonti style. Che fallimento, che umiliazione. Chi si è abbeverato diversamente, alle “Lezioni Americane” di Calvino per esempio, sa che i fondamenti del libero pensiero e del suo linguaggio sono altri e ben diversi: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, coerenza (capitolo mai finito…). Altro che stabilità. Stabilità, parola che racchiude in sé il germe dell’immobilismo e tanto basterebbe a renderla spiacevole, ma che nasconde un male più profondo: se il valore è appunto la stabilità, cosa si deve fare dei potenziali fattori di cambiamento? Semplice: annientarli, prima con la vulgata del semaforo e, se non basta, con mezzi più educativi per tacer di quelli coattivi. Ecco un recente e clamoroso esempio. Lo spunto viene dal dialogo con gli intelligenti amici Erasmus, “studiatissimi”, che commentando la notizia secondo la quale il Governo Inglese avrebbe inviato una lettera all’Europa chiedendo una proroga, hanno esultato: ecco, vedi, l’Inghilterra ha paura, il Parlamento ha imposto al Primo Ministro un rinvio e quindi la Brexit non avverrà. Evviva, il mostro è sconfitto. Purtroppo anche le migliori intelligenze naufragano sotto il peso dei dogmi e provo a spiegare perché. 1. La letterina, se è partita, è servita soltanto ad evitare l’ennesima diatriba giudiziaria. Infatti Boris Johnson, di fronte alla legge votata dal Parlamento e che imponeva di chiedere una dilazione, ha detto in prima battuta che non si sarebbe adeguato e ha messo sul tavolo la propria testa chiamando un voto di fiducia. Siccome tutto il mondo è paese, il Parlamento, che pure avrebbe la maggioranza per sfiduciarlo, non lo ha fatto perché se si va a votare è un bagno di sangue per la “zombie opposition” rossa. Non potendo passare per via democratica gli oppositori sono ricorsi alla Corte Scozzese, ma c’è la letterina quindi nulla si può rimproverare al Governo. Capito Erasmus? 2. In ogni caso la leggina inglese non ha nessuna influenza sull’accordo con l’Europa, che prevede l’uscita, deal or no deal, il 19 ottobre. E sì perchè gli accordi si fanno in due, anzi in 27, e basta un Macron, che ha già detto di essere contrario alla proroga, o un Orban, che il Telegraph ha rivelato aver stretto un patto con Bo Jo, per far rimanere le cose come sono: uscita senza ulteriori avvisi. Chiaro Erasmus? 3. Il mostro biondo non è mostro e non è spaventato, mostri sono altri, quelli stabili, questi sì molto spaventati. Ecco la storiella. Tutto ciò che attiene ai mercati è di facile soluzione: basta un trattato di libero scambio. Il problema, su cui già cadde Teresa May, è il confine con l’Irlanda. Un confine che evoca brutti ricordi. La May propose di risolverlo con il cosiddetto backstop e cioè una rete di controlli tecnologici che evitassero una dogana fisica, ma esso fu rigettato dal parlamento inglese poiché, di fatto, nel periodo di transizione tratteneva l’Irlanda del Nord, e quindi il Regno Unito, nella rete del mercato unico europeo. Boris, in uno slancio di compromesso tutt’altro che sovranista, ha proposto all’Europa che la Nord Irlanda rimanga assoggettata alle normative continentali fino al 2025; e che, successivamente, il Parlamento Nord Irlandese avrebbe votato per decidere se rimanere nell’area europea o se tornare “a casa”. Un figlio dell’Erasmus, con linguaggio Erasmus, direbbe: tanta roba!!! È molto di più di quanto non offrisse la pacata May, è molto di più di quanto ognuno, l’Europa stessa, si aspettasse, è il massimo. Ma se guardate bene con gli occhiali dell’uomo stabile c’è un problema enorme: il voto del piccolo e democratico parlamento nordirlandese. Il capo negoziatore di Bruxelles, il francese Barnier, ha dichiarato che se l’accordo prevede un voto fra alcuni anni è una truffa. Attenti alle parole: stabilità quindi voto uguale truffa (Stabilità®voto=truffa). Sconcertante, e ancora più sconcertante che nessuno se ne sia accorto. Il sonno della ragione genera mostri, mostri che vedono come truffatore un cittadino che si esprime. Ma è sonno della ragione o è paura? Forse i continentali vanno un po’ capiti. Essi, con l’opposizione interna inglese, non hanno mai lavorato per un deal. Essi hanno sperato che Boris cadesse, hanno sperato di avere nuovi interlocutori, hanno sperato nelle percosse della legge ed in un nuovo referendum; perché se UK esce lo scenario è drammatico e di fronte al baratro l’istinto antidemocratico può anche esplodere. Alcuni spunti. 1. La Germania, il paese più organizzato e produttivo del mondo, è in totale recessione per colpa delle regole di stabilità che essa stessa ha imposto all’Europa. 2. Senza UK il peso diplomatico del continente si assottiglia quasi all’irrilevanza e “Se Falstaff si assottiglia non è più lui, nessun più l’ama”. Quando Boris dice “vi lascerò soli con i Mullah di Teheran” dice il vero. Ve la immaginate la trattativa sui dazi (giusti e applicati per colpa di Francesi e Tedeschi) senza l’Inghilterra ed anzi avendola dall’altra parte del tavolo insieme agli USA? Solo per fare un esempio attuale. 3. Le entrate europee perderanno uno dei principali contributori netti. Siamo noi a perderci. 4. E’ l’Europa che esporta, è l’Europa che ha paura di nuovi confini e potrà essere ricattata a vita. Basti pensare alla lettera di 23 associazioni imprenditoriali automobilistiche continentali nella quale si legge: “L’uscita del Regno Unito dall’UE senza un accordo innescherebbe un cambiamento sismico nelle condizioni commerciali, con miliardi di euro di costi che minacciano di influenzare la scelta dei consumatori e l’accessibilità economica su entrambi i lati della manica”. Insomma, se l’Inghilterra vorrà comprare le macchine in Europa bene, sennò le compra in Asia. Mentre chi vende non ha questa scelta. E fu così che la “stabilità” da sonno si fece tirannia. Ma gli eroi e i rivoluzionari non mancano:...

L’incertezza regna sovrana, almeno quella. Il calendario Brexit ha due tappe fondamentali: 1. il 30 settembre scade il termine unilateralmente indicato dalla UE affinché giunga una proposta di accordo da parte di UK, che formalmente rifiuta tale termine, ma pare che abbia già inviato qualche carta a Bruxelles; 2. il 17-18 ottobre si terrà l’ultimo vertice europeo nel quale tentare un deal, tenendo conto che, prima di essere sospeso, il Parlamento è riuscito ad approvare una legge che proroga la Brexit al 31 gennaio 2020 nell’eventualità in cui il menzionato vertice europeo si chiuda con un no-deal. La notizia del giorno è però che la Corte Suprema ha dichiarato illegittima la sospensione del Parlamento, una decisione controversa e difficile poiché tale sospensione era stata approvata dalla Regina e giudicata costituzionale da altra Corte londinese, che addirittura si era dichiarata carente di giurisdizione in materia politica (che paese civile!). Una decisione molto netta poiché, giudicando nullo l’atto del governo, ne sterilizza ogni effetto ex tunc (sin dall’inizio), con la conseguenza che i lavori parlamentari possono riprendere immediatamente. E chi si ammanta di verde per non dirsi rosso esulta! Ma fa male. Fa male perché l’opposizione è priva di ogni guida e di idee e si dice neutrale sulla Brexit, con la conseguenza che non si possono fare previsioni su cosa accadrà. Boris Johnson potrebbe prorogare nuovamente, ma la Corte ha detto che il tempo tipico va da quattro a sei giorni e non sarebbero sufficienti. Potrebbe dichiarare i propri sforzi verso un deal e riacciuffare la maggioranza del Parlamento. Potrebbe chiamare il Parlamento ad un voto di fiducia, ma l’opposizione allargata ha paura delle elezioni: i red perché le perdono, i rebels perché Bo Jo non li ricandida. Rimane altresì l’incertezza di cosa voglia fare l’UE perché, in ogni caso e comunque, le proroghe si fanno in due. Insomma, tutti insieme appassionatamente contro il presunto tiranno, ma tutti molto simili a Don Abbondio sul sentiero in vista dei Bravi: “Che fare?”. Poca bussola, poco coraggio. Perché a dire che Bo Jo è pericoloso son capaci tutti, ma a dirsi contro Brexit ed affrontare le elezioni nessuno. Le fibrillazioni continuano ad essere solo politiche, non è in discussione l’uscita e le sue conseguenze non fanno paura. Il sentimento pro Brexit nasce da tre esigenze fondamentali rappresentate dalla necessità di avere le mani libere a livello commerciale, uscire dal giogo della cosiddetta austerity imposta dalla Germania e regolare meglio l’immigrazione. Tre esigenze che permangono in UK e che solo la Brexit può garantire. Quanto ai costi essi paiono di minor portata rispetto ai benefici, che vanno da una rinnovata e più importante posizione geopolitica, ad un intensificarsi dei rapporti economici con le locomotive Cina, Usa e Giappone. Tanta roba come si suol dire. Quanto ai rapporti con l’Ue non c’è nulla che non si possa risolvere con un accordo di libero scambio. In questo scenario, da una parte incerto, dall’altra poco preoccupante (anzi) visto oltremanica, la Brexit continua ad essere un ottimo viatico per fare riflessioni più ampie sul fallimento europeo e sulle istanze vitali di cambiamento che si registrano nei vari paesi e che una certa politica continua a non vedere ed a contrastare con violenza burocratica e con paura della democrazia. Una certa politica stanca e senza idee che crea mostri qua e là e sulla difesa dal mostro che non c’è costruisce muri ideologici che si rivelano sempre più fragili. Il tutto evidentemente ammantato di snobismo supposto culturale e di buoni sentimenti. Vecchi riti, vecchi miti. Categorie e linguaggi superarti. Un esempio. Il correttissimo Guardian ha pubblicato un estratto di una novella (“brexit-inspired”) di Ian McEwan. Un uomo, Jim Sams, si sveglia un mattino in un letto con il corpo di scarafaggio (che fantasia). Dopo i primi momenti di panico cerca di ricostruire come è arrivato lì e l'unico ricordo sfocato che ha è di essere uscito la sera prima in modo furtivo dal Palazzo di Westminster. Ricorda di essersi soffermato su una fetta di pizza margherita, la sua preferita, lasciata per terra, di essersi così sfamato. Man mano la rimembranza fa il suo corso e delinea l'animale intento ad accedere con fatica ad un marciapiede, che si rivela molto pericoloso poiché percorso in quel momento da 10.000 persone urlanti, con trombe, cori e bandiere azzurre con stelle gialle. Rischiano di ucciderlo lo spaurito insetto, rischiano di schiacciarlo. Egli sfrutta uno spazio tra due ondate di folla oceanica per raggiungere l'altro lato della strada, dove trova altri scarponi, ma molto più rassicuranti, quelli della polizia. Ad un certo punto si apre una porta nera di una villetta lussuosa ed esce una signorina in tacchi a spillo. Attratto dai battiscopa fregiati e dall'ambiente familiare, lo scarafaggio entra e, spaventato da un gatto sulla soglia, prende le scale e raggiunge lentamente l'ultimo piano, dove si rifugia in un letto e si addormenta. Viene svegliato dal trillo del telefono e dall'entrata, dopo poco, di una avvenente donna che, rivolgendosi a lui con l'appellativo di "Primo Ministro", gli ricorda l'agenda del giorno. Piano piano Jim prende coscienza delle proprie fattezze umane, consuma una colazione e scende al piano terreno dove una serie di collaboratori ossequiosi lo attendono. Uno, quello più freddo ed esperto, chiede di potergli parlare in disparte ed inizia tra loro un discorso convulso, da cui non emerge alcun progetto, ma solo l'impellenza di salvare la faccia perché, dice il consulente, "la gente ha terrore dell'ignoto, i sondaggi dicono che le persone hanno paura di ciò che hanno scatenato con il loro voto"...

Per carità, non è mai nè bello giusto tagliare con l'accetta, di qua il bene di là il male. Oggi è però accaduto un episodio molto edificante, che la dice lunga sul tormentone Brexit. I media dell'intero continente - ormai da mesi - ci hanno abituato al noto schema: da una parte le grottesche contorsioni britanniche, dall'altra il silenzio olimpico e un po' altezzoso della politica dell'Europa continentale. Sicchè abbiamo letto tutto sui drammi dei conservatori da May a BoJo, sulle liturgie di Corbin e le sospensioni del Parlamento, sulle richieste e i veti alle elezioni anticipate, su un Paese diviso e con le vene gonfie dalle urla e dalle (contrastanti) passioni. E poi avanti con quintali di carta sulla "scelta suicida della Brexit", sulle previsioni tragiche per l'economia britannica, sulle conseguenze devastanti per il Regno Unito. Chi vuol vedere in tutto questo un bicchiere mezzo vuoto può insomma leggere "il momento peggiore del sistema politico britannico". Chi come noi invece ci vede il bicchiere mezzo pieno riesce solo a scorgere la drammatica, appassionata vivacissima vita della democrazia più antica del continente. Ma il punto è un altro. Il punto è che ciò che resta di politica e partiti democratici nell'area UE - nonostante i campanelli d'allarme che vedono ormai gli esecutivi di Berlino e di Roma con una dote del 38% nei rispettivi Paesi - hanno contribuito a un atteggiamento passivo, indifferente, altezzoso nei confronti di Brexit e del dramma democratico britannico. Al di qua della Manica, da mesi, si spiega al teleutente e al lettore che tutto è scontato. Tutto è sotto controllo. Tutto va bene. Loro ci perdono, noi possiamo guadagnarci. Loro entrano nell'inferno, a noi non ci fa un baffo. Per loro è un problema anzi un labirinto, per noi una sciocchezza, tuttalpiù un fastidio. Sicchè di Brexit da mesi parlano solo i partiti britannici. Quelli continentali no. Non hanno niente da dire. Finchè un giorno - Oggi - è accaduto qualcosa di assai strano. E anche imprevisto. Accade, infatti, che mentre il mondo dei partiti - di plastica , diciamo noi - di una Unione Europea - di plastica, diciamo noi - tace, qualcun altro non ha più potuto tacere. Ed ecco che parlano ben 23 associazioni industriali dell'automobile europea. E sbattono il pugno sul tavolo alcuni segretari e leader di "partiti" - veri, non di plastica, diciamo noi - che si chiamano amministratori delegati/presidenti di Peugeot, Volkswagen, Bmw. Per dire cosa ? Presto detto : "L' industria dell'auto europea teme gli effetti catastrofici di una Brexit con No Deal . La mancanza di un accordo con Londra avrebbe un impatto sismico sul settore, con miliardi di euro di costi che minacciano di influenzare la scelta dei consumatori". Due sole domande. E' un messaggio ai "cattivi di Londra", quello dell'industria continentale dell'auto, o è un messaggio a Merkel e Macron? E perchè mentre ai piani alti dei colossi automobilistici del continente si stilava questo appello, Boris Johnson, anzichè seguire le convulsioni della vicenda Brexit, si faceva lietamente immortalare in visita a una classe elementare di bimbi londinesi, tutto intento a legger loro una bella favola con tanti disegni colorati? Ecco: anche in questi casi ognuno può dare le risposte che preferisce. Ma a noi pare che - come si diceva una volta - se butti fuori la politica dalla porta, quella ti rientra dalla finestra. O, talvolta, dal finestrino....

“Meglio mai che tardi” diceva Tullio Regge al Papa quando chiese scusa per le persecuzioni cattoliche agli scienziati. Stessa cosa vale per quello che l’UE sta provando a fare, rectius per ciò che dice di voler provare a fare. Lo dice solo, perché ad esempio la mossa di Draghi di drenare un po’ di liquidità e di costringere le banche a distribuirla mica è piaciuta al nudo impero. Il nostro ministro economico, uno degli storici fautori del fiscal compact, dice che chiederà flessibilità per il green deal. Ma cos’è? Quali documenti ha prodotto il nuovo governo? Quali investimenti comporterà? Quali possibili benefici? La ricetta è green deal perché dire che bisogna investire in lavoro, infrastrutture, ricerca e tecnologia è una bestemmia nel regno delle angurie, verdi fuori e rosse dentro. Sono tutte parole che si spengono sulle labbra del (presunto) politicamente corretto decrescista e affamatore. L’economia reale è ancora tabù ideologico, ma un dogma si è rotto: i parametri non vanno più bene. In realtà non sono mai andati bene perché hanno creato quello che viviamo, ma adesso lo si può affermare ex nunc, da ora in avanti. E il perché lo spiega uno degli analisti economici più autorevoli del Times: David Smith. Essi non funzionano “più” perché la Germania, l’imperatore nudo, è in recessione e la sua produzione manifatturiera in forte calo. Spiega Smith che una cosa analoga, anche se di minor portata, avviene anche in Inghilterra, ma ha cause diverse. UK risente di fattori esogeni e segnatamente la guerra commerciale di Trump verso la Cina; la Germania soffre invece della sua stessa politica economica (“del suo stesso successo”) imposta all’Europa. L’analista ricorda anche le bugie dello scandalo emissioni. Diverse le cause, diverse le conseguenze, prosegue l’esperto, perché il peso della manifattura sul PIL dei due paesi non è lo stesso: per i tedeschi incide molto di più. Non a caso oltremanica l’occupazione cresce ed è ai massimi storici e nell’area Euro scende. Morale: quando Trump toglie i dazi, gli uni torneranno a correre, gli altri no perché la crisi è strutturale ed autoprodotta. Decisioni prese da due per tutti (e troppi), nessun potere vero a livello internazionale, lentezza delle procedure, paura atavica dell’inflazione e tabù della crescita (perché fa troppo Briatore), hanno trasformato il carrozzone Europa ed i suoi componenti in un gigante inadeguato alle sfide economiche e geopolitiche. Ci vorrebbe Tomas Mann per descriverlo, elevando “I Buddenbrooks”, una grande famiglia erosa da generazioni progressivamente insipienti, a manuale di storia politica e sociale dell’Europa. Il mondo asiatico, quello che cresce di più ed è più dinamico, non considera più un interlocutore l’impero spoglio dei bureaucrats ed allo stesso modo non è più interessato a rapporti stretti il mondo anglosassone, per ora ancora egemone economicamente e militarmente. Basti pensare, notizia di due giorni fa, che la Borsa di Hong Kong, una delle principali al mondo, ha proposto a quella londinese una fusione. Investirebbe 36 miliardi di Euro. Perché non Francoforte o Parigi? Perché non servono. Ah, metanotizia: la borsa inglese controlla quella italiana. Come diceva Guzzanti in uno splendido ed antico spezzone: “Boris (in allora era Silvio)!!! Ricordati degli amici!!!”. Si respira aria di mercato e di mondo là. Qua di lavorare e guadagnare neanche se ne parla. Perché i nostri rappresentanti attuali non hanno neanche il coraggio di dire certe parole, sono tutti nascosti dietro le treccine di Greta. E la crisi di linguaggio e di coraggio ci divora. A proposito, un popolo si sferza così nei momenti difficili: “tornate ad essere gli eroi dell’Europa un’altra volta, per liberare il paese e salvare l’Europa da se stessa”. Un’Europa, dice Bo Jo al Telegraph, che ha fallito, che ha alimentato le tensioni tra gli stati membri, che ha permesso alla Germania di avere l’egemonia, che ha invaso l’Italia e distrutto la Grecia. “Napoleone, Hitler ed altri hanno già provato a fare questo e finì tragicamente. L’UE sta tentando di farlo con altri metodi”. Chi ama l’Europa sia l’eroe dell’Europa. #eroideuropa Fabio Ghiberti...

Sarà blasfemo e volgare quanto basta. Ma la verità - alla luce delle pesanti scelte compiute ieri da Mario Draghi - è che il solo slogan adatto in questo momento ad un' Europa ridotta all'immagine di confuso e un po' tonto Gigante Addormentato, vagante nella palude della Recessione e senza più neppure un Patto di Stabilità al quale aggrapparsi , sarebbe proprio questo : Alzati e Fattura. Il guaio, infatti, è che l'appello quasi disperato che si legge in controluce attraverso le scelte compiute dai piani alti della BCE è probabilmente destinato a cadere nel nulla. Pur di spingere le banche del continente a prestare soldi alle imprese , Draghi ha aumentato i tassi imposti alle banche medesime qualora avessero ancora la tentazione di parcheggiare i loro soldi presso la BCE. Prestate, prestate e prestate quattrini , sembra quasi implorare . Dal sistema bancario - oltre alla tragedia Deutsche Bank - giungono tuttavia segnali profondamente negativi sulla voglia degli europei di rischiare , intraprendere, scommettere sul futuro . A fronte di un'economia americana che corre come una littorina, il Gigante Addormentato è scivoltato in recessione e finalmente appare chiaro che il Patto assicura sì una forma di Stabilità, ma è quella della stabilità nella povertà. Ecco allora l'altra leva che il Governatore ormai in uscita ha deciso di attivare : per l'ennesima volta la premiata tipografia di Francoforte stamperà trilioni di euro immettendo denaro nello stanco corpaccione di una UE incartata. Un piano che addirittura si sa quando nasce - decollerà a Novembre - ma è privo di qualsiasi scadenza . La tipografia a quanto pare finirà di stampare solo quando dal buio della galleria la UE riuscirà a immaginare uno squarcio di luce all'orizzonte . Quando accadrà ? Chissà. Con ogni evidenza Draghi ha detto che i fondamentali potranno cambiare solo con una Germania immediatamente disposta a spendere, consumare e investire. Oppure, se questo non dovesse avvenire come infatti non avverrà, l'unica vera politica da praticare sarebbe quella fiscale espansiva. Tagliare, tagliare e tagliare ancora le tasse con urgenza per spingere a fare, produrre, intraprendere, commerciare, fatturare e finalmente assumere . Quanto ciò sia al centro delle reali politiche di alcuni governi europei è però presto detto. Draghi non aveva finito di illustrare le misure choc che rappresentano la sua eredità, ed ecco che da Roma il Ministro Gualtieri ha subito pensato di annunciare che "non ci sarà alcuna Flat Tax, una misura che aiuta solo chi ha già". Insomma nessuno choc fiscale , di nuovo la frase che gli italiani conoscono a memoria ( "diminuiremo le tasse entro tre anni" ) e un altro Totem da gettare al pubblico come il più classico fumo negli occhi : se Fiscal Compact e Parametri di Maastricht sembrano destinati al dimenticatoio per palese esaurimento, ecco arrivare il Piano Verde . Quello che secondo Gualtieri garantirà "grandi investimenti continentali" e - immaginiamo - tante belle agenzie locali, regionali, nazionali ed europee , pubbliche e parapubbliche, in nome del nuovo Supremo Obiettivo : il Piano Verde del Continente al Verde....

Taglio dei tassi di 10 punti base e iniezioni artificiali di 20 miliardi al mese: questa la quantità di denaro che la Bce pomperà subito nell’economia dell’Eurozona per evitare il rischio recessione. Una medicina necessaria e tempestiva - quella annunciata oggi da Mario Draghi ormai in uscita dalla fortezza di Francoforte - ma non risolutiva. Perché non risolvere nemmeno un problema dell’economia europea. I soldi pompati nel sistema del credito – da 20 miliardi al mese di durata indefinita; giù i tassi d’interesse, già negativi, da -0,40% a -0,50% e infine un nuovo Tltro – tradotto: un aiuto alle banche che prestano soldi alle imprese per investire – con tassi ancora più favorevoli e condizioni ancora migliori per le banche che presteranno denaro oltre un certo livello, sono il gentile lascito del SuperMario in uscita alla sua erede Lagarde. Basterà ? Tutto lascia pensare che no, non sarà affatto sufficiente . Più che una cura, anzi , parrebbe un termometro: quello della recessione tedesca galoppante e di una malattia decennale dalla quale la UE non riesce a uscire . L’ ennesimo bazooka per aiutare l’economia europea giunge proprio nel giorno in cui l’Ifo, istituto per la ricerca economica con sede a Monaco, ha tagliato ulteriormente le stime di crescita dell’economia tedesca parlando esplicitamente di “recessione alle porte”. L’ intervento all’ultima curva del mandato di Draghi mostra insomma tutte le debolezze dell’economia dell’Eurozona e nel contempo tutta l’inefficacia delle scelte fatte in questi ultimi anni per sostenerla. Come notano diversi osservatori internazionali, per quanto possa sembrare paradossale Draghi propone un secondo Quantitative Easing perché il primo ha fallito. Tra marzo 2015 e dicembre 2018 la Banca Centrale Europea ha creato e pompato nelle banche europee 2600 miliardi di Euro per portare l’inflazione al 2% e a oggi l’inflazione europea stagna ancora attorno all’1%. Per questo serve un nuovo stimolo, dice Draghi, e serve sia illimitato. Il problema è però che questo nuovo bazooka ha una potenza di fuoco pari a un terzo rispetto a quello precedente, che non ha centrato il suo obiettivo. Di fatto, Draghi ci sta dicendo che l’Eurozona ha bisogno di stimoli anche solo per mantenere l’attuale livello dei prezzi. Non esattamente una buona notizia. Secondo: l’economia europea non può sopravvivere nella competizione globale con Usa e Cina se non svaluta l’Euro, e questo è quel che Draghi ha fatto abbassando ulteriormente i tassi: ha svalutato la nostra moneta sul dollaro. Un “regalo” alla Germania, sperando ne risollevi le esportazioni messe in crisi dalla guerra dei dazi tra Usa e Cina e ne allontani lo spettro della crisi. Il problema, semmai, è che la Federale Reserve americana, spinta dall’invito di Trump, decida di fare altrettanto, scatenando l’ennesima guerra commerciale a colpi di stimoli finanziari, seguita a ruota da Cina e Giappone. Nei fatti, oggi la politica economica delle grandi economie globali è guidata dalle scelte delle banche centrali. Pessimo segnale, pure questo. Terzo: la politica economica europea deve cambiare rotta. Draghi l’ha detto tra le righe del suo intervento, in cui ogni parola è pesata ad arte: “Dobbiamo essere consapevoli degli effetti collaterali della nostra politica monetaria”, ha dichiarato, quasi come stesse leggendo il bugiardino di una medicina che può alleviare il dolore, senza tuttavia curare il malato. E già che c’era SuperMario l’ha indicata pure, la cura: una politica fiscale più espansiva. “È il momento di un'azione immediata ed efficace, spendete di più. Dare soldi alle persone è compito della politica fiscale, non della politica monetaria”, ha aggiunto, e immaginiamo, saranno fischiate le orecchie a molti. Far crescere la domanda interna attraverso stimoli fiscali e non monetari – tradotto: investimenti pubblici, tagli delle tasse – è d’ora in poi l’unica strada che può aiutare l’Europa a crescere. Messaggio a Berlino: basta accumulare surplus commerciali da urlo, è il momento di stimolare la domanda interna e di abbandonare il dogma del pareggio di bilancio. Messaggio a Bruxelles: cambiate le regole e scorporate gli investimenti pubblici dal calcolo del deficit. Più di così, la Bce non vi può aiutare: non l’ha detto, Draghi, ma è come se l’avesse fatto. [Si ringrazia per i dati fanpage.it]...

Adesso è ufficiale. La profezia del ministro tedesco Oettinger si è avverata: "Quando il nuovo governo italiano entrerà in carica lo sapremo ricompensare". Ecco, la ricompensa è arrivata, anche se un po' pelosa e molto interessata. Sino a un anno fa la sola idea di un italiano Commissario agli Affari Economici circolava nelle cancellerie europee come la barzelletta che ipotizzava Giacomo Casanova posto a guardia di un collegio di giovani vergini immacolate. Un'ipotesi grottesca insomma, una scelta confinata nell'irrealtà. E invece oggi, con la nomina di Paolo Gentiloni in quella casella così cruciale per i conti pubblici, tutto diventa reale e tutto appare più chiaro. Appare chiaro, intanto, che il dire che questo governo sia stato confezionato a Berlino corrisponde non a una maliziosa supposizione ma alla verità nuda e cruda. La cancelleria della Grande Coalizione - persa la maggioranza in Germania e in attesa di essere formalmente sloggiata dal Bundestag - ha dapprima contrattato con il PD e i Grillini l'elezione di Ursula Von der Leyen alla guida della Commissione, poi ha cucinato il ribaltone di maggioranza non solo a Bruxelles ma anche a Roma , infine ha messo a punto il baratto finale. Un italiano agli Affari Economici con un unico scopo: decretare la fine del Patto di Stabilità divenuto ormai insostenibile non per la stremata economia di Atene o la precaria condizione dei conti pubblici italiani , ma proprio per l'ex locomotiva tedesca, ferma da mesi sui binari e bisognosa di urgente riparazione . Ecco perchè - esattamente come nei giorni del Governo Monti - gli italiani devono ancora una volta avere un governo minoritario nel loro Paese e possono solo guardarsi allo specchio ripetendosi che "Anche per oggi non si vota". Berlino non voleva . E voleva Gentiloni, o meglio Gentilino che con Berlino fa rima ancor meglio. Lui, il neo commissario, potrà raccontarne un'altra, di barzelletta. Insomma potrà provare a balbettare che "grazie all'Italia l'Europa cambia marcia" e dice addio al Patto stupido di una Stabilità che da Atene a Londra, da Roma a Helsinki, nessuno ha visto. E chissà chi gli crederà. Forse solo chi non ha compreso che il buco senza fondo di Deutsche Bank - la crisi finanziaria più grave dai tempi di Lehman Brothers - la recessione ormai conclamata, l'export falcidiato, la fiducia ai minimi storici e i consumi sempre più contratti , ha obbligato la Germania a inventarsi il Gentilino. Un re travicello per la bisogna, visto che non potevano essere nè Angela Merkel nè Ursula Von der Layen a proclamare la fine di quella che fu la colonna portante dell'Economia UE, pena il vedere ulteriormente sprofondare i consensi di una Grande Coalizione fattasi ormai piccina piccina , alta come il Gentilino, il neocommissario utile a Berlino....

La vulgata eurista o scarsamente informata vuole che gli Inglesi siano in preda al panico per la Brexit e che adesso stiano facendo di tutto per evitarla avendone compresa la disastrosa portata economica. Altri riducono la spinta autonomistica (se di autonomismo si tratta) a mero sovranismo d’oltremanica pericoloso ed ignorante. La situazione, vista dal vero e seguita quotidianamente sui media inglesi appare molto diversa. In primo luogo la battaglia parlamentare che infuria da qualche giorno non ha mai avuto per un attimo ad oggetto le conseguenze della eventuale Brexit; non se ne occupa il parlamento, non se ne occupano i giornali, non se ne occupa la gente nei bar. La discussione avviene, quantomeno in superficie (ma in Inghilterra la superficie conta), tra chi vuole l’uscita con accordo e chi la vuole senza accordo. Tra chi, come Boris Johnson vuole trattare da una posizione di forza, minacciando il “no deal”, e chi invece non ha il coraggio di scontrarsi così frontalmente con Bruxelles. Il tutto condito da una buona dose di lotte e regolamenti di conti, soprattutto interni ai partiti, che poco hanno a che fare con il tema dell’uscita dall’Unione Europea. Quanto invece agli scenari in caso di eventuale exit, apocalittici secondo le analisi che leggiamo in continente, si sa poco e se ne occupano poco sia i giornali, che i politici. Si va da un recente report della Bank of England, nel quale si spiega che ci sarebbe già un accordo con il porto di Calais quanto alle merci e con la BCE quanto ai mercati finanziari, ad una più risalente analisi dell’OBR (Officer for Budget Responsibility) un po’ meno tranquillizzante e che prospetta un impegno annuo di 30 miliardi di sterline per sostenere l’Inghilterra nel dopo Brexit. Precisa il Times, che non a caso se ne occupa poco, che le analisi sono tutte poco accurate e credibili e ricorda di quando il Tesoro stimò che, in caso di vittoria di un voto “pro-brexit” al referendum, si sarebbero persi 820.000 posti di lavoro: ebbene, a distanza di tre anni il livello di occupazione in Inghilterra ha raggiunto livelli record. L’esatto contrario. L’impressione generale è che non sia chiaro a nessuno cosa significhi “Brexit” nel medio-lungo periodo e che la cosa non desti particolari parossismi: il paese è democratico, forte e sa guardare al mondo intero. Quel che è certo è che essa è uno dei tanti frutti avvelenati che nascono dall’albero di questa Europa Unita. Un frutto che è prosperato per via delle politiche di immigrazione incontrollata, dell’assenza di democrazia e di crescita, del decisionismo dell’asse Franco-Tedesco, che un grande paese come l’Inghilterra non può tollerare. La frittata va senz’altro rigirata: quando il miglior allievo abbandona la scuola, sono il preside, i professori ed i compagni a dover riflettere sul perché ciò sia avvenuto. E allo stesso modo dovrebbero riflettere sulle sorti di quelli rimasti indietro. Perché la scuola-EU fa scappare i bravi e distrugge i più deboli. Bella scuola. Una metafora per dire che Brexit non è sovranismo, è semmai il contrario. È voglia di Occidente, da San Francisco a Tel Aviv, di scelte veloci per l’economia, di democrazia. Voglia di contare. Sì, di contare, perché l’espresso Berlino-Parigi ha una tratta troppo corta. Non a caso, in questi giorni, a parlare di Medioriente, di Iran e di nucleare in Israele c’è Boris Johnson, da solo, non c’è l’Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. C’è Boris a parlare, perché UK conta, EU no. Ci si sofferma sempre su cosa succede o succederebbe stando fuori Europa, e certo non sono mai belle cose, ma poco su quello che succede facendone parte. Si pensi alla tragedia della Grecia o ai sovranismi-populismi insorti contro quei parametri imposti da Bruxelles, che oggi, a distanza di decenni, la Germania stessa scopre essere buoni per controllare l’inflazione, ma non per la crescita. Ammesso che l’inflazione non sia una cosa buona essa stessa. Si pensi a ciò che sta capitando nella stessa Inghilterra, nella quale, i rapporti con l’Europa hanno radicalizzato il confronto interno e trasformato Labour e Tory in due partiti “extreme” o “very extreme”. Il Times rivela che, secondo un sondaggio di YOUGOV, il 52% degli aventi diritto al voto considera la formazione progressista come estremista e il 24 % come molto estremista; per i conservatori le percentuali sono un po’ più contenute e si attestano sul 46% e sul 16%.  In effetti i Laburisti sono passati da Blair, un socialdemocratico di mercato, a Corbyn, un semi marxista, e nel paese si è fatto largo spazio Nigel Farage con il suo Brexit Party, il quale coglie voti nel terreno Tory costringendo questi ultimi a qualche forzatura per non perdere terreno. Si pensi altresì alle lievi incrinature che si registrano nella più antica e grande democrazia del mondo quando si discute di Europa: con da una parte Johnson che sospende il parlamento (tutto legittimo) e purga i dissenzienti e dall’altra gli oppositori che non votano la sfiducia perché hanno paura delle elezioni generali. Si guardi alla Francia ed ai suoi gilet gialli e alla Germania che deve fare i conti con la mega-banca fallita, l’economia in calo e l’estrema destra che avanza. Da noi, sarà meglio sarà peggio, ma c’è un governo che perderebbe le elezioni di certo contro il partito sovranista. Qualcosa vorrà pur dire tutto ciò. Nessuno sa se ci sarà Brexit e dove porterà, ma essa è un buon viatico per riflettere se abbia senso un luogo come questa Unione Europea: con un parlamento che non conta, senza una vera banca centrale, senza esercito, senza politica estera e peso internazionale, senza solidarietà. Un luogo nel quale i più deboli muoiono, i più bravi se ne vogliono andare, e nella terra di mezzo, la nostra, si veleggia verso un declino irrefutabile. L’Europa probabilmente serve, anche all’Inghilterra, ma tutta un’altra Europa. #tuttaunaltraeuropa. Fabio Ghiberti...