Invece di sedersi al suo seggio nel Parlamento europeo, dove è stato eletto dieci giorni fa, l'ex presidente catalano, Carles Puigdemont, potrebbe finire in una cella di Madrid. È come rischia di finire la telenovela iniziata il 30 maggio, quando il segretario generale del Parlamento europeo ha vietato, a propria discrezione, l’ingresso nel Parlamento a Puigdemont e all’ ex ministro catalano Toni Comín, entrambi eletti eurodeputati il 26 maggio, mentre ad altri neoeletti spagnoli e catalani veniva consentito di entrare con un pass temporaneo. Di fronte alla denuncia della discriminazione, il presidente del parlamento europeo Antonio Tajani aveva avuto la bella pensata di vietare l’ingresso a tutti i 54 parlamentari spagnoli, in attesa della conferma della loro elezione da parte del governo spagnolo. Questo mentre i neoletti degli altri paesi potevano entrare liberamente. Ieri, anche Puigdemont e Comìn sono potuti entrare, ma come visitatori, accompagnati da un’eurodeputata spagnola uscente. Intanto, uno dei quattro vicepresidenti del Parlamento europeo, il liberale ceco Pavel Telicka, ha chiesto a Tajani spiegazioni sulla decisione da lui assunta senza neppure consultare i vicepresidenti. Ma la cosa ancor più grave, su cui il presidente Tajani sta tacendo, è che il governo spagnolo ha imposto a tutti i neo parlamentari spagnoli di andare a Madrid, prima della loro proclamazione, per giurare sulla Costituzione spagnola. Questo significherebbe che Puigdemont e Comìn, espatriati dopo essere stati colpiti da un mandato di cattura in Spagna, finirebbero in carcere a Madrid e non all’europarlamento di Strasburgo. E allo stesso modo, resterebbe in carcere, dove si trova in detenzione preventiva da 19 mesi, l’indipendentista catalano Oriol Junqueras, anch’egli neoeletto a Strasburgo, per il quale l’accusa ha chiesto 25 anni di carcere per sedizione. Puigdemont e Comìn hanno deciso di fare ricorso alla Corte di giustizia europea contro questa norma della legge elettorale spagnola, perché i parlamentari europei, come quelli nazionali, rappresentano tutti gli elettori e non solo quelli della propria nazione e quindi non si può chiedere loro di giurare sulla costituzione del proprio paese per poter entrare in carica. E mentre il presidente dell’europarlamento tace e collabora col governo spagnolo, la scure si abbatte su un altro eurodeputato scomodo, Nigel Farage, che con il suo Brexit Party ha ottenuto il 32%, al quale il Parlamento europeo ha dato 24 ore di tempo per fornire spiegazioni sui doni non dichiarati ricevuti dal magnate britannico Arron Banks nell’ambito della campagna referendaria sulla Brexit del 2016. Ma Farage ha spiegato al Guardian che non si presenterà davanti alla commissione di cinque europarlamentari istituita dal presidente Tajani: “Cos’è questo se non un tribunale illegale dell’Ue che mi dà solo 24 ore di tempo basandosi su accuse prese dalla stampa? Non mi presenterò con così poco preavviso. E se tenteranno di cacciarmi dall’istituzione, chi darà voce alle migliaia di persone che mi hanno votato? È questa la democrazia in stile Ue?”. Tutto questo a dieci giorni dalle elezioni che presentavano il Parlamento europeo come una colonna della democrazia europea e mentre la Commissione Ue dà il suo giudizio sui bilanci dei vari Paesi, proponendo di aprire una procedura di infrazione per debito eccessivo nei confronti dell’Italia, su cui si pronuncerà il Consiglio dell’Ue, cioè i governi degli Stati membri dell’Ue. Senza che il nuovo Parlamento europeo si sia neppure insediato, dato che su tutta questa vicenda non avrà alcun ruolo e potere di intervento. Come su ogni cosa. Compreso il fatto che alcuni eurodeputati regolarmente eletti debbano scegliere se farsi arrestare nel proprio paese prima di entrare in carica o rinunciare ad esercitare il loro diritto di parlamentari a Strasburgo, dove sono stati eletti....

Sono loro, ormai è evidente, i protagonisti dei prossimi (almeno) 8 mesi...

Se si votasse oggi per un referendum, meno della metà degli elettori britannici, cechi e italiani sono certi che voterebbero per rimanere nell’Unione europea. Risulta da un sondaggio condotto nei 28 paesi Ue per conto del Parlamento europeo. Per rimanere nell’Ue voterebbero 45% dei britannici, il 47% dei cechi e il 49% degli italiani. I voti a favore di un’uscita sarebbero il 37% in Gran Bretagna, il 24% nella Repubblica Ceca e il 19% in Italia. Nel nostro paese si registra la più alta percentuale di indecisi di tutta l’Ue (32%), mentre nella Repubblica Ceca gli indecisi sono il 29% e in Gran Bretagna il 18%. Per il 36% degli italiani, far parte dell’Ue è una cosa positiva, per il 21% negativa, per il 41% né positiva né negativa. Gli entusiasti di questa Ue si trovano in Lussemburgo (86% di giudizi positivi sull’appartenenza del proprio paese all’Unione), Olanda (84%), Irlanda (83%), Svezia (79%), Germania e Danimarca (76%). Solo per il 41% degli italiani il nostro paese ha beneficiato dall’appartenenza all’Ue, mentre per il 49 non ha beneficiato e il 10% non sa o non risponde. La percentuale di italiani che danno una risposta positiva è la più bassa di tutta la Ue, ancor più dei britannici (54%). Solo il 32% degli italiani pensa che la voce dell’Italia conti nell’Ue, mentre in Germania ben l’88% dei tedeschi pensa che la voce del proprio paese conti nell’Unione, così come il 76% dei francesi lo pensa per la Francia. Solo i greci, con il 25%, ha meno fiducia sul peso del proprio paese nell’Ue. Quel che emerge dal sondaggio del Parlamento europeo fotografa il risultato della politica economica fatta dall’Unione, che risulta spaccata in due, con un’Europa del Nord più la Francia soddisfatta, mentre quando si scende a Sud cresce la delusione. Una situazione che potrebbe essere certificata nei prossimi mesi con la proposta di un’area Euro 1, corrispondente alla Grande Germania economica, che comprende i paesi economicamente dipendenti dalla produzione manifatturiera tedesca, e un’altra area Euro 2, con la Spagna il cui sistema bancario è in mano ai tedeschi, la Grecia massacrata dall’austerità e l’Italia che rappresenta la grande incognita. E una Francia sempre in bilico tra essere fintamente leader dell’Europa più povera ma in realtà prima vassalla dell’Europa tedesca. Una proposta apparentemente di buon senso, quella delle due aree Euro 1 ed Euro 2, ma che in realtà rappresenterebbe un’altra soluzione tecnocratica e non politica, che certificherebbe il fallimento e rappresenterebbe l’accanimento terapeutico della catastrofe. Al di là dell’interrogarsi su come voterebbero gli elettori dei vari paesi in un ipotetico referendum su uscire o rimanere nell’Ue, che mai si farà, rimane il problema politico di un’Europa che va ripensata radicalmente nella sua struttura e nelle sue finalità, perché così com’è è sempre più una mega-sovrastruttura burocratica e tecnocratica, che produce solo divisione tra ricchi, sempre più ricchi, e poveri condannati al declino....

27%. È la percentuale di voti attribuita dai sondaggi al neonato Brexit Party di Nicolas Farage...

Desta sconcerto e un po’ di pena quel che in nome dell’Europeismo si riesce a fare...