Sin dalla sua creazione La Marianna ha posto due grandi questioni che oggi sono divenuti macigni, ingombranti al punto di paralizzare letteralmente la politica. Il primo punto: chiedemmo ai partiti di varare la Legge Mori, ai giudici di restituire l’onore a un grande servitore dello Stato, a entrambi di siglare una sorta di tregua.  Basta rissa fra poteri, fra toghe e politica, si diano al cittadino tempi certi per la celebrazione del processo, ai tribunali le risorse per smaltire l’ingorgo giudiziario, alla politica l’uscita dall’incubo di un tritacarne mediatico-giudiziario in grado di affondare ogni esponente, di ogni colore e in ogni momento.  Per tutta risposta Berlusconi rifiutò di candidare Mori, Salvini anche, la Meloni invece pure, figuriamoci il Pd impegnato a varare le più forcaiole delle leggi dell’ultimo ventennio. Dal suo canto la magistratura associata ben si guardò dal prendere le distanze da un caso che gridava (e grida) vendetta al cospetto di ogni Giustizia degna del nome, provò a infilare i suoi uomini dentro il Governo gialloverde, poi lasciò andare avanti il solito tran-tran che prosegue dall’agonia della Prima Repubblica: che si tratti di decapitare i 5Stelle a Roma , di incarcerare il gruppo dirigente del Pd in Umbria o di colpire e far dimettere il leghista Siri, il succo è sempre lo stesso. E’ la magistratura che fa politica. Ma può continuare tutto questo? Realisticamente, no.  E passata l’occasione della Legge Mori e della Riconciliazione, dello spirito che questa poteva significare, non resta purtroppo che prevedere brutti tempi. Ossia una resa dei conti fatta di colpi bassi, un conflitto fra poteri consumato nel più devastante degli scenari, più alla Venezuelana che allo Stato di Diritto. Il secondo punto: chiedemmo ai partiti di ridiscutere i vincoli europei, non in spregio alla Ue ma semplicemente perché quei vincoli non consentono di fare alcuna politica economica. Né buona, né cattiva. Né di bonus, né di flat tax, né di reddito di cittadinanza, né di niente. Semplicemente, con quei vincoli, non si può fare nessuna politica economica. Per tutta risposta i partiti – tutti i partiti: i sedicenti europeisti e i sedicenti populisti – hanno semplicemente ignorato il problema. Ad Atene si vendevano porti, aeroporti e isole, moltiplicando solo gli orfanatrofi? L’Italia guardava altrove. La Gran Bretagna a torto o a ragione diceva che la democrazia, o meglio la non-democrazia e la politica economica formato UE, non le stanno bene e perciò tanti saluti? Niente, l’Italia guardava altrove. Senza dire una parola, senza alzare un dito, senza fare nulla. Ed eccoci qui a far finta di discutere di Reddito e di Flat Tax e di altre fesserie mentre si avvicina solo l’aumento dell’Iva, ed eccoci ad ammirare i sondaggi dell’inutile voto europeo mentre si avvicina solo una manovra fra i 30 e i 40 miliardi di euro, e anche su questo versante non resta purtroppo che prevedere brutti, bruttissimi tempi.  E non lo scriviamo per dire che i due punti che La Marianna aveva indicato come vere priorità della politica erano quelli giusti e noi lo avevamo detto. Lo scriviamo perché nel frattempo i due punti sono diventati due macigni che bloccano ogni azione politica e di governo. Massi ingombranti che è comodo quanto inutile fingere di non vedere. Massi che rischiano di cadere sulla testa di un Paese già stanco e sfiduciato.  Ma attenti voi che non avete voluto vedere, capire, agire: i primi a rischiare di finirci sotto, siete proprio voi....

Dopo che i due partiti del governo gialloverde avranno fatto il pieno di voti alle europee e quando...

Ieri ha dato ragione a Eugenio Scalfari, scrivendo su Repubblica che “Occorre un salto dell’impegno e della chiarezza nella selezione della nostra classe dirigente. Senza alcuna remora”. Oggi dà il benservito alla presidente Pd della Regione Umbria Catiuscia, detta Catia, Marini: “Nel merito dell’indagine di Perugia confido nell’autonoma capacità di valutazione e nel senso di capacità della presidente perché faccia ciò che è utile all’Umbria”. Intanto nella capitale campeggiano i manifesti del Pd che danno il benvenuto, senza nominarla, a Greta Thunberg, la sedicenne paladina del clima che domani sarà dal Papa, giovedì dalla presidente del Senato e venerdì in Piazza del Popolo, su un palco allestito dalla Cgil e alimentato dalle pedalate di 150 giovani in bicicletta. “Difendiamo il Pianeta, non chi lo distrugge”, si legge sui manifesti 6 metri x 3, sui cui campeggia il faccione di Nicola Zingaretti e dove, a fianco del simbolo del Pd – Siamo Europei, si legge “Una nuova Europa, un’Italia più verde”. Tutto politicamente ultra corretto, tutto vago, inconsistente. Quella di Zingaretti sembra la mezza imitazione del Pd che fu. Non c’è alcuna innovazione di politica, di linguaggio, di proposta, di battaglia. Non c’è niente di nuovo. Tutto si risolve nel dare un tanto al fighettismo calendiano, un tanto al fighettismo scalfariano, un tanto al partito dei giudici, un tanto a Greta e al siamo buoni. Ma, alla fine, il Pd di Zingaretti cos’è? Si pensava che sarebbe ridiventato rosso. Invece il rosso non si vede. È verde Greta, nero giudice, colletto bianco Scalfari. Vuole essere tutto e il suo contrario. Quanto a contenuti, siamo vicini alla soglia zero.  ...