Un fantasma si aggira per Palazzo Chigi. Dopo quasi due anni, nessuno è ancora in grado di dire da dove sia sbucato e perché sia finito lì. La verità ufficiale racconta che sia dovuto semplicemente al fatto che fosse amico d’avvocatura dell’inquietante ministro della Giustizia Bonafede, quello che ci ha fatto appena sapere che “gli innocenti non finiscono in galera”. I meglio informati spiegano che in realtà è riuscito a infilarsi in quelle storiche stanze perché ha influenti santi in Vaticano, dove di intrighi e misteri si nutrono da secoli. Va a Berlino e cerca il posto in prima fila per la foto ma è già tutto pieno e finisce nelle retrovie, certificando l’irrilevanza dell’Italia nella crisi libica. Deve andare a Davos al World Economic Forum dove ci sono i potenti del mondo per fare il suo speech (che già solo la parola gli potrebbe provocare un orgasmo) e invece all’ultimo minuto rinuncia per “impegni urgenti”. Comunque, a Davos nessuno si è accorto di tanta assenza. Cos’aveva da fare di tanto urgente lo si capisce a sera, quando presiede un Consiglio dei ministri come quelli di 10-20- 30-40-50 anni fa, per sfornare un bel decreto-regalo, che domenica in Emilia Romagna si vota, estendendo e ampliando il bonus renziano da 80 a 100 euro. E mentre a Davos parla la sua amica Angela Merkel, quella a cui nella precedente vita gialloverde dava all’insaputa di tutti la delega a rappresentare anche l’Italia, oltre che la Germania, Conte va nell’Assisi di San Francesco a parlare di un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica. Del vuoto Conte è un campione e ne sa parlare come nessun altro. Giuseppi è sempre più nulla ma sta lì e aspetta, attore passivo delle decisioni degli altri, in attesa di vedere quel che accade. Mentre i 5Stelle entrano in crisi conclamata e scatta il “liberi tutti contro tutti”, e mentre Zingaretti manda affettuosi abbracci al dipartito Di Maio, lui contempla immobile lo scatafascio e più diventa debole più rimane lì. Nella sua precedente vita gialloverde era il notaio dei suoi due vicepremier. Ora è stato promosso statista ed è il notaio del niente. E quindi, per l’acuto Zingaretti, “un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste”. Giuseppe Conte in realtà non c’è, non è mai esistito, è nulla. E nel nulla si rafforza....

E' giusto prendersela con i politici incapaci e i dirigenti inetti. Ogni tanto, però, è anche giusto prendersela con sè stessi. Abbiano pazienza gli amici del mondo del vino ma oggi lo devo dire : prendetevela con voi stessi, anzi prendiamocela con noi stessi. Da quattro mesi a questa parte non ho fatto altro che ascoltare sempre e solo la stessa tesi: il rischio dei nuovi dazi Usa sul vino è un tema che attiene all'equilibrio mentale di Trump. Tutti, letteralmente tutti a cominciare dalle premiate istituzioni del vino e dell'agricoltura hanno declinato e ripetuto fino alla noia questa tesi, lanciando pianti, grida, petizioni contro "Trump il pazzo". Inutile, del tutto inutile provare a spiegare che il problema era politico: se fai gli Airbus con i soldi pubblici e il Wto ti condanna, se da decenni ti fai difendere dalla Nato e non versi la tua quota, se per la Rai italiana ti inventi persino il Canone ma a Google e Amazon che di fatto sono ormai servizi pubblici e pure hanno 6.000 dipendenti in Italia pretendi di creargli la Web Tax perchè "lo fa l'Europa, l'ha fatto Macron e ha ragione", non ti stupire che un bel dì qualcuno minacci di piazzare i dazi sul parmigiano e sul vino. Ma invece no: di fronte a questi ragionamenti per 4 mesi sono stato trattato come un marziano e persino preso per i fondelli: "Ma che cacchio c'entra la webtax con il vino, ma facci il piacere". Bene, tutto bene sino a ieri mattina quando - esattamente come sui migranti, sul Green Plan, sulla Libia - Macron si alza, telefona a "Trump il pazzo", annuncia che la Francia tira indietro la webtax, e in cambio spariscono i dazi su formaggi e champagne. E noi ? Noi no: dal 2020 avanti con la webtax che "ce la chiede l'Europa e la fa anche Macron". Così restiamo soli, con il cerino in mano e con i dazi su parmigiano, vini e spaghetti. Su, coraggio amici del mondo del vino, guardatevi allo specchio, ditevi una parolina e fate qualcosa. Il problema non era "Trump il pazzo". E forse bisogna chiedere alle vostre organizzazioni, alla politica , al Governo di fare qualcosa. Seppure tardi e in condizioni umilianti, ma meglio tardi che mai. Giovanni Negri...

Prima Angela Merkel sul Financial Times ha spiegato chiaramente come l’Unione europea non sia altro che una Grande Germania. “L’Unione è la nostra assicurazione sulla vita, dato che la Germania è troppo piccola per esercitare da sola un’influenza politica”, detto la cancelliera tedesca, sollevando anche “il tema della sovranità. Credo che i chip dovrebbero essere fabbricati nell'Unione europea, che l'Europa dovrebbe avere i propri hyperscaler e che dovrebbe essere possibile produrre celle di batteria”. E per far questo la Commissione della tedesca Ursula von der Lyen ha già annunciato che sarà rivista la normativa sugli aiuti di Stato, per allargare le maglie, senza escludere l’imposizione di dazi unilaterali sui prodotti di importazione che non siano fabbricati secondo gli standard ambientali europei. E ieri al World Economic Forum di Davos Ursula von der Leyen ha presentato quello che può essere considerato il Manifesto del Nazionalismo Europeo, facendo propri tutti i temi enunciati al Financial Times da Angela Merkel, dalla protezione dei dati a livello europeo alla difesa comune, compresa la necessità che l’Europa si ritagli un proprio ruolo geopolitico, visto che già con la presidenza Obama l’attenzione degli Stati Uniti verso l’Europa è in diminuzione. Con la Francia di Macron, che parla anche lei di “Sovranità Europea” ma che di fatto è vassalla della Germania, come scrive oggi sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia, secondo il quale “la deriva egemonica franco-tedesca nella Ue avrebbe dovuto indurci, se avessimo voluto conservare un ruolo nelle nostre tradizionali aree d’influenza almeno in Medio Oriente e in Africa (divenuta vieppiù cruciale a causa del fenomeno migratorio), a pensare per la nostra politica estera scelte innovative e coraggiose”. E invece, “abbiamo fatto di tutto – in omaggio al nostro cieco supereuropeismo e anche perché gravati dalle condizioni paralizzanti dei conti pubblici – per restare agganciati comunque al duo Parigi-Berlino. Con il bel risultato che oggi vediamo in Libia e altrove”. Perché “l’Unione Europea vuol dire Francia e Germania, le quali si prefiggono innanzi tutto di tutelare i loro interessi e non i nostri”. Galli della Loggia chiede: “Sono state forse scelte prese consultando qualcuno quelle (pur gravide di conseguenze) che la Francia viene facendo da anni nella crisi sirio-mediorientale o nell’Africa occidentale? E chi mai ha consultato Berlino quando ad esempio ha deciso di costruire il gasdotto Nord Stream che in pratica rafforza enormemente la dipendenza energetica sua e dell’intera Europa occidentale dalla Russia di Putin?”. L’editorialista del Corriere, afferma che l’Italia, anche solo per difendere i propri interessi nazionali, “ha bisogno di un partner forte, quanto più possibile forte. Ora, non potendo questo partner essere l’Unione Europea per le ragioni dette sopra – perché l’Unione Europea vuol dire Francia e Germania, le quali si prefiggono innanzi tutto di tutelare i loro interessi e non i nostri – la scelta si restringe di fatto agli Stati Uniti”, la cui posizione è vero che è oggi ondivaga ma si basa comunque su alcuni punti fermi: “l’inevitabile rivalità-contrasto strutturale con l’espansionismo russo, un consolidato buon rapporto con il fronte islamico tradizionalista e anti-iraniano, una permanente, forte intesa di fondo con Israele”. Secondo Galli della Loggia, la qualità dell’Italia “di terzo Paese dell’Unione Europea e quindi di potenziale importante sponda con Bruxelles, appaiono altrettante premesse utili per consentire di stringere un rapporto significativo con gli Stati Uniti più stretto e concertato di quello attuale. Un rapporto che molto probabilmente sarebbe in grado di dare alla nostra politica estera quelle possibilità di movimento nonché quell’orientamento di fondo che da tempo le mancano. E con ciò un ruolo finalmente definito e proficuo”. Insomma, la ricetta ormai esplicita della Grande Germania nascosta dietro le stelle dell’Unione europea col supporto della Francia è: Nazionalismo, Sovranismo e Protezionismo Europei. Con nessun ruolo e nessuna possibilità per l’Italia di difendere neppure i propri interessi nazionali. L’alternativa all’immobilismo subalterno attuale del nostro paese, che si cerca di nascondere dietro un vuoto e retorico europeismo, è di volgere decisamente lo sguardo ad Occidente, verso Londra e Washington, per difendere attivamente i nostri interessi e poter svolgere un ruolo anche in Europa....

Ha cominciato con la tassa sul diesel per salvare il Pianeta, facendo nascere i gilet gialli e scatenandone la furia. E allora fece la prima rapida marcia indietro, che però a nulla servì, perché per un anno le piazze di Francia sono state un fiamme di proteste. Ha proposto la riforma delle pensioni, scatenando più di 40 giorni di scioperi come non se ne vedevano da decenni, che hanno paralizzato il paese. Nuova marcia indietro. Voleva la web tax per colpire i giganti della Rete e voleva che a farlo fosse la Ue. Ma la Ue non ci è riuscita. E allora ha detto: la farà la Francia. E l’Italia subito dietro alla splendida idea, più europeisti dell’Ue, più macroniani di Macron, più realista del re. Solo che il presidente francese di fronte a Trump che ha annunciato come ritorsione dazi contro champagne, vini e formaggi francesi, ha fatto rapido la terza retromarcia. La web tax rimane, ma non verrà riscossa. E niente dazi. Rimaniamo noi, splendidi euristi, che in solitudine dal 1° gennaio abbiamo fatto scattare la web tax in Italia. E Trump ci ha fatto subito sapere che ora, sistemata la questione con la Francia, tocca a noi e a possibili dazi sul nostro agroalimentare e il Made in Italy. Ci comportiamo così da anni. Dal Trattato di Dublino 3, con tutti migranti a carico dell’Italia in cambio di un po’ di flessibilità sul bilancio, e con Macron e tutta l’Europa, che di immigrati non ne vogliono vedere neanche l’ombra e ce li rimandano indietro con le buone o con le cattive, a farci la predica per la nostra disumanità se diciamo che così non va. L’Italia che fa il Conte 2 per fare la pace con l’Europa e poi viene presa a sberle senza pietà, che si riempie la bocca di Ue e non si accorge dei giochi di chi diceva che si doveva fare un accordo sulla Libia tutti insieme, la Ue con gli Stati Uniti. Poi Angela Merkel fa l’accordo con Putin, Macron fa l’accordo con Haftar che blocca i terminal petroliferi dell’Eni, Sarraj ci lascia per la Turchia, e noi rimaniamo con Di Maio che va a Tunisi, a Istanbul e Al Cairo a fare il voyeur di quel che fanno agli altri e a portare caffè e bibite ai partecipanti alla Conferenza di Berlino, con il patetico Giuseppi che cerca invano un posto in prima fila almeno per una foto. L’Italia che si riempie la bocca del Green Deal europeo della presidente Ursula von der Leyen. L’Italia che ha sovvenzionato i piani per fotovoltaico ed eolico con una pioggia di miliardi di incentivi scaricati ogni mese sulle nostre bollette, salvo poi scoprire che i soldi del Green Deal di Bruxelles andranno a chi inquina di più, Polonia e Germania in testa. E il nostro ministro Gualtieri, quello indicato e benedetto dalla nuova presidente della Bce Christine Lagarde prima di essere nominato, che timidamente sussurra che forse per l’Italia si può fare di più. C’è del metodo nel nostro farci del male....

Ha iniziato Calderoli promuovendo con otto Regioni un referendum per l’uninominale secco all’inglese, ispirandosi dichiaratamente a Marco Pannella, che ricordava sempre come Gandhi stesso non volesse essere celebrato come un santone orientaleggiante, perché era un avvocato formatosi in Sud Africa e senza i principi del diritto e della civiltà britannica e anglosassone non sarebbe approdato al metodo nonviolento e alla disobbedienza civile. Gli fottono il referendum, come nella miglior tradizione, e a questo punto dal Pd di Grillo si alza il grido: “Processatelo!”. Ma poi guardano il calendario, e no: non si può certo mandarlo a processo prima delle elezioni in Emilia Romagna. “Il popolo non capirebbe!”. Insomma, “Cazzo compagni, stiamo facendo una stronzata!”. E allora giù con i cavillosi distinguo, che sicuramente appassionano il popolo: eh no, avevamo detto che il Senato era chiuso dal 20 al 26 (e dal popolo si alza un “Pelandroni!”); eh no, la presidente del Senato non doveva votare, glielo vietava la prassi… “Compagni: la prassi!”. E allora il Nostro, tra un Guareschi e un Silvio Pellico, vira deciso: “Sono innocente, ma se avete deciso di processarmi non vi lascerò scegliere anche i tempi e i modi che vi sono più comodi. A processo! Subito! Se non avete il coraggio voi, ce l’abbiamo noi. In galera per la libertà, se necessario. Il popolo ha già capito!”. E ottenuto il voto dei suoi per mandarlo a processo come vogliono ma hanno paura di fare gli altri (“Eh no, però: così non vale. La prassi, la filosofia della prassi…”, lamentano dal Nazareno grillino) lancia un digiuno di massa di solidarietà. E al diavolo la Nutella. Dal Papeete al Mahatma. Dal Mohito al Tè Masala Chai. Dai bermuda al Khadi Kurta. Bisogna riconoscere che, forse ben consigliato, qualcosa ha imparato, mentre i suoi avversari annaspano, maledicendo il popolo credulone che non crede più a loro. Manca ancora un passo però, decisivo: tagliarsi barba e baffi, indossare un paio di occhialetti tondi e mettersi alla testa di una marcia dello zucchero. Sarà lunga, sarà dura, ma a quel punto sarà fatta!...