Oggi quinto giorno di sciopero in Francia e nuova grande manifestazione di protesta contro la riforma delle pensioni proposta dal presidente Emmanuel Macron. Cos’ha scatenato le proteste lo spiega in una lucida intervista all’Agi l’economista Jean-Paul Fitoussi, analizzando le implicazioni profonde e le conseguenze del processo di riforma annunciato da Macron. “Siamo vicini al punto di rottura sociale, e non solo in Francia”, avverte Fitoussi. “Le manifestazioni di questi giorni sono la risposta alla paura di perdere diritti storici, l'intento dell'Europa è ridurre le tutele dei lavoratori”. “È in atto un braccio di ferro tra l'esigenza dello Stato francese di ridurre la spesa pubblica, tagliando le pensioni che costano troppo, e dall'altra la reazione della gente che si vede impoverita, con a disposizione meno mezzi rispetto a 50 anni fa, e per giunta senza aver capito con chiarezza cosa prevede la riforma, altro fattore che genera paura.” Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati dai media d'Oltralpe, il 76% dei francesi concorda sulla necessità di una riforma del sistema pensionistico, ma il 64% non ha fiducia nell'attuale governo per portarla avanti. "E come si fa ad avere fiducia?”, si chiede Fitoussi. “Il governo ci sta lavorando da 2 anni e ancora oggi non è capace di illustrare nel dettaglio la sua riforma e soprattutto ha messo sul tavolo troppi cambiamenti tutti insieme". In Francia negli ultimi 25 anni sono già state operate 7 riforme delle pensioni, tutte impopolari, che quasi ogni volta hanno alimentato proteste, ma alla fine sono state adottate. "Questa volta è un po' diverso. Il nodo della riforma è l'abolizione dei regimi speciali, conquista ottenuta progressivamente dal Dopoguerra in poi, punta di diamante del sistema pensionistico francese", ricorda Fitoussi. Ma il caso della Francia in Europa non è isolato, osserva l’economista. "Parigi e altre capitali europee hanno fatto la promessa di essere buoni allievi di Bruxelles. Significa ridurre la spesa pubblica, disinvestire nei beni e servizi pubblici, limare il Welfare State per paura del disavanzo e del debito pubblico". Guardando oltre la contestazione dei francesi per la riforma delle pensioni, Fitoussi afferma che “dall'Ue l'intento è proprio quello di ridurre diritti e tutela dei lavoratori, che di conseguenza hanno un potere negoziale e stipendi più bassi, mentre aumenta quello delle aziende private, dei profitti”. In caso di conflitto sociale quelli presentati come cattivi dalle istituzioni sono quanti denunciano un indebolimento dei propri diritti e redditi. “Il caso della Francia è emblematico: dimostra che investire nel sociale non blocca l'economia, anzi. Da 10 anni, costretta dall'Ue a ridurre costantemente diritti sociali e Welfare State, ha visto le sue performance economiche bloccate. E lo stesso avviene in molti altri paesi del vecchio continente. Il sistema attuale sta ampiamente dimostrando i suoi limiti e non potrà durare a lungo senza generare violenze. Siamo sempre più vicini al punto di rottura sociale. Non solo in Francia”, conclude Fitoussi. Insomma, mentre Macron gioca sullo scacchiere internazionale per approfittare del declino di Angela Merkel e della Grande Coalizione tedesca, per affermare il nazionalismo francese come nuova guida dell’Europa, ogni volta che si muove in patria da più di un anno scatena proteste di massa. E lucidamente Fitoussi avverte come questa Europa franco-tedesca sia diventata un Moloch capace solo di produrre vincoli e ingiustizie, il cui sbocco possono essere solo grandi incendi sociali....

Partito a 13 anni da un' oscura officina indiana e divenuto uno degli uomini più ricchi del mondo, il Re dell' Acciaio Lakshmi Mittal in Gran Bretagna donò milioni ai laburisti di Gordon Brown (non di Corbyn oggi) ma soprattutto ha capito tutto dell'Italia. Perchè avrebbe dovuto sottoporsi a processi sommari, perchè fare come Amazon che spende 2 miliardi di euro e assume 6.000 persone per sentirsi dire che è un mostro dello sfruttamento e del privilegio visto che le web companies pagano poche tasse? No, in Italia si fa in un altro modo. Si chiama Modello Fiat. Il metodo è sempre lo stesso : si proclama un esubero di migliaia di dipendenti, passa un mese di parole roboanti, scioperi, marce , tavoli a Palazzo Chigi e al Ministero dell'Economia, prediche dell'arcivescovo, dibattiti tv, dotti editoriali. Poi arriva la Cassa Integrazione , lo Stato Mamma, Pantalone Contribuente. Sissignori: lo Stato "salverà l'Ilva". Naturalmente affiancando l'astuto compagno Mittal e diminuendo i dipendenti silenziosamente. Nel 1975 i dipendenti diretti della Fiat erano 250.000. Nel 2000 erano 112.000. Nel 2004 erano scesi a 71.000 e oggi i dipendenti degli stabilimenti di Fca auto in Italia sono 23.500. A fronte di questo crollo dei dipendenti, secondo i calcoli della Cgia di Mestre, tra il 1977 e il 2012 Fiat ha ricevuto dallo Stato l’equivalente di 7,6 miliardi di euro. Esclusi gli ammortizzatori sociali e cioè cassa integrazione, prepensionamenti e indennità di mobilità. Secondo Massimo Mucchetti (autore del libro “Licenziare i padroni?” ) solo tra il 1990 e il 2000 la cassa integrazione delle principali società del gruppo Fiat sono costate alle casse dello Stato 1.228 miliardi delle vecchie lire. Altri 700 miliardi di lire è costato il prepensionamento di 6.600 dipendenti avvenuto nel 1994, mentre altri 300 miliardi se ne sono andati per le indennità di 5.200 lavoratori messi in mobilità nel decennio. Ecco : l'astuto Compagno Mittal ha capito che in Italia è inutile perdere tempo con le politiche serie di sviluppo, inutile farsi bollare come Vampiro, inutile farsi linciare chiedendo una fiscalità di sostegno visto il salvataggio dell' Ilva, inutile farsi dare del balordo Dazista Trumpiano. Basta fare come la Fiat, o se preferite come Alitalia. E quando i soldi saranno (anzi già sono) finiti, lo Stato traballerà (come già sta traballando) e non ci sarà neanche più il cialtrone Conte al governo? Ah, state tranquilli. Arriverà il "SalvaStati" . La livella che ci rifarà tutti poveri, che sa dove prendere i soldi. Giovanni Negri...

Se ArcelorMittal vuole veramente andarsene da Taranto, i cinesi sono pronti a subentrargli. Non importa quale azienda cinese, tanto sono tutte controllate dal governo di Pechino, che pone come condizione che ci sia la presenza anche dello Stato italiano. Avremmo così un’acciaieria non di Stato ma di due Stati, e di due Partiti, accomunati dall’allergia al libero mercato e a quella sovrastruttura per loro ingombrante e inutile che è la democrazia parlamentare. I cinesi sono stati sondati positivamente dal nostro ministro degli Esteri Di Maio, riferisce La Stampa. E in ballo non c’è solo la più grande acciaieria d’Europa ma anche il porto di Taranto. Riassumiamo ciò che è avvenuto nell’ultimo mese. All’inizio di novembre Di Maio va in Cina per la seconda China International Import Expo di Shanghai, inaugurata dal presidente cinese Xi Jinping, che riserva al nostro ministro un trattamento speciale, facendolo partecipare in via straordinaria alla cena di benvenuto offerta ai capi di Stato e di governo. Di Maio ricambia dichiarando che l’Italia, sulle proteste in corso da mesi da parte degli studenti di Hong Kong, “non vuole intromettersi nelle vicende interne di altri Paesi”. Il nostro ministro dichiara anche che Italia e Cina “non sono mai stati così vicini”. Il 23 e 24 novembre Beppe Grillo incontra due volte, per un totale di quattro ore e mezza, l’ambasciatore cinese. In parlamento Di Maio dichiara che Grillo si è mosso da privato cittadino ma l’ambasciatore cinese dichiara che hanno avuto uno scambio di “vedute sull’ulteriore approfondimento dell’amicizia tradizionale e della cooperazione pragmatica tra Cina e Italia”. Grillo fa precedere l’incontro all’ambasciata cinese da un post sul suo blog in cui si dice che le notizie che stanno emergendo sulla detenzione in campi rieducazione nello Xjniang di oltre un milione di uiguri, kazaki e altri, fanno parte di “una campagna mediatica sui diritti umani volta a screditare l’operato del governo cinese”. Ci sono poi le due missioni in Cina di Stefano Buffagni, potente uomo dell’establishment pentastellato, una volta in marzo come sottosegretario agli affari regionali del governo gialloverde e una a fine settembre come viceministro allo Sviluppo economico del governo giallorosso. A Taranto i cinesi non entrerebbero solo nella più grande acciaieria d’Europa ma anche nel porto, attraverso la joint venture tra il colosso cinese dei trasporti via mare Cosco e i turchi di Yilport. E da Taranto Pechino vorrebbe entrare anche in altri porti del Sud, Napoli e Bari, oltre che in quelli di Trieste e Genova. Ma i cinesi non sono investitori qualunque. L’investitore reale è sempre il governo di Pechino, espressione del Partito Comunista Cinese, di cui Xi Jinping è Segretario generale. E cosa significhi essere ricattabili da Pechino lo ha mostrato pochi giorni fa l’incredibile reazione dell’ambasciata cinese a Roma contro i parlamentari che hanno ospitato, durante una conferenza stampa, un intervento via Skype di Joshua Wong, uno dei leader delle proteste a Hong Kong, al quale è impedito l’espatrio. “Joshua Wong ha distorto la realtà, legittimato la violenza e chiesto l'ingerenza di forze straniere negli affari di Hong Kong. I politici italiani che hanno fatto la videoconferenza con lui hanno tenuto un comportamento irresponsabile”, ha detto il portavoce dell’ambasciata cinese, dove Beppe Grillo è di casa. Prima di mettere settori strategici della nostra economia nelle mani di questi dittatori comunisti sarà bene pensarci cento volte e non lasciare mano libera ai Mandarini a Cinque Stelle. La nostra democrazia rischia di pagare un conto salato....

Favoloso questo 2019. Dopo la primavera di Greta, l’estate di Carola, l’inverno è tutto di Mattia. Il trentaduenne eterno ragazzo nato senza camicia, che con i suoi ricci sta lanciando il nuovo look del cittadino solidale, scanzonato ma non troppo, ingenuo ma scafato. Mattia non si nega mai a nessuno, purché giornalista, dotato di microfono e telecamera. Ormai la sera accendi la tv e lui è lì, da Lilli Gruber, poi da Floris, un salto da Daria Bignardi e poi da Formigli, e al risveglio a cazzeggiare a “Un giorno da pecora”. Tutti in fila a intervistare Mattia che, per carità, “Io non sono il leader delle sardine, sono il martire dei media”. Mattia che dopo tre settimane già soffre, “Non vedo l’ora di tornare alla vita normale, che ha già tanto di politico: lavorare con i bambini, con i disabili, nella ricerca, con le associazioni”. Mattia che fa tanto Terzo settore e che non dice nulla su niente, ma lo dice bene, col sorriso da bravo ragazzo rassicurante. Mattia che non è mai stato del Pd, sembra venire dal nulla e cita solo Prodi, che dice di non aver mai visto né conosciuto. Eppure fa parte della redazione della rivista "Energia", co-fondata da Romano Prodi che ne è ancora il garante. Prodi che dice che le manifestazioni delle Sardine “esaltano la civiltà dei toni". E in attesa di riconquistare alla sinistra Piazza San Giovanni a Roma, dove potrebbe scendere in piazza anche Mario Monti, che guarda alle Sardine “con molto interesse”, l’umile Mattia non esclude nulla per il futuro: “Se entreremo in guerra e l’Italia avrà bisogno di me…”. Mattia Santori è il giovane Valter Veltroni del 2019. Veltroni che cominciò a far politica in una cellula romana della Fgci, la Federazione giovanile comunista italiana, e che dopo essere stato dirigente del Pci per lunghi anni, nel 1995 dichiarò candido di non essere mai stato comunista. Oggi il Pd ha bisogno delle Sardine di Mattia, che non è mai stato del Pd, e affida loro il compito di dare una cornice nazionale alla gloriosa battaglia per la difesa dell’Emilia Romagna di Bonaccini. Un Veltroni versione lasagna e piadina. Un elemento di novità, però, c’è. In passato dal Pci-Pd nascevano movimenti come i Girotondi, il Popolo viola, Se non ora quando, l’Arci gay, che chiedevano di inserire nel Partito le istanze e le rappresentanze della Società civile, delle donne, dei gay, del Terzo settore. E il Partito rispondeva positivamente, aggiungendo e includendo. Questa volta, invece, siamo di fronte alla creazione a freddo di un movimento puramente difensivo, per aiutare il Pd, che da solo non sarebbe riuscito a mobilitare nessuno, a presidiare l’Emilia Romagna. Le Sardine - che hanno trovato già pronti e disponibili tutti i mezzi d’informazione, come mai è avvenuto per nessun altro movimento - sono l’invenzione di un’altra faccia per combattere la cruciale battaglia dell’Emilia Romagna in difesa di Bonaccini. Le Sardine non allargano di nulla il perimetro del Pd. Servono a condurre una battaglia puramente difensiva. Se si toglie l’antisalvinismo, delle Sardine non rimane nulla. ...