Nuova pagina vergognosa per il Parlamento europeo, che ha riattivato il divieto di accesso ai suoi edifici per l’ex presidente catalano Carles Puigdemont, dopo che un giudice spagnolo ha emesso un nuovo mandato di cattura europeo nei suoi confronti, subito dopo la vergognosa condanna politica di dodici indipendentisti catalani tre giorni fa. Puigdemont, rifugiatosi in Belgio, è stato eletto parlamentare europeo lo scorso maggio ma non è potuto entrare in carica perché, per la legge spagnola, avrebbe dovuto andare prima a Madrid a giurare fedeltà alla Costituzione spagnola. Appena arrivato a Madrid, però, sarebbe stato arrestato. Il Parlamento europeo, oltre a tacere sull’assurdità di obbligare alcuni suoi membri a giurare sulla Costituzione del proprio Paese, aveva anche taciuto in modo pavido sul vulnus democratico dell’impedire a un suo membro eletto di entrare in carica. Ma il silenzio non bastava, il Parlamento europeo si era reso complice attivo, con il presidente uscente Antonio Tajani, impedendo l’accesso ai suoi edifici a Puigdemont e a un altro ex ministro catalano regolarmente eletto, Toni Comin, ancor prima che la Corte di giustizia Ue stabilisse che non potevano entrare in carica perché non erano nella lista degli europarlamentari (che avevano giurato a Madrid) trasmessa dal governo spagnolo a Bruxelles. Ora il successore di Tajani, David Sassoli, ha fatto il vergognoso bis. Un Parlamento europeo vile come le altre istituzioni dell’UE e che, oltre a non contare nulla, conferma ogni volta di non sapere neppure dove stia di casa la democrazia. A ricordare all’UE e a tutti noi cos’è un vero Parlamento è stata proprio ieri la più antica democrazia, quella inglese. Mentre era in corso un dibattito alla Camera dei Comuni sulla sentenza spagnola nei confronti degli indipendentisti catalani, lo speaker John Bercow si è alzato dichiarando che Puigdemont potrebbe certamente “venire e parlare nel Palazzo di Westminster”, dove sarebbe “estremamente benvenuto”. Ma per questo mostro cresciuto a Bruxelles - sempre più simile alla vecchia Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, con i suoi dirigisti e fallimentari Piani Quinquennali – la democrazia è un inutile orpello, proprio come il suo cosiddetto Parlamento europeo. La democrazia sta a Londra, che non a caso da questa UE sta per andarsene....

Nei primi nove mesi di quest’anno Alitalia ha perso più di 715.000 euro al giorno. Chi vuol vederci qualcosa di positivo, può dire che è molto meno dei circa due milioni della primavera 2017, che poi ha portato la liquidità ad essere in negativo per 92 milioni di euro il 31 dicembre 2017. Fatto sta che dopo il prestito ponte di 900 milioni di euro deciso dal governo Gentiloni, ora potrebbe esserci bisogno di staccare un altro assegno da 250 milioni per gestire l’ennesima transizione tra la vecchia e la nuova Alitalia. Le cifre le fornisce il Corriere della Sera, incrociando vari documenti. Da un altro calcolo fatto dal Sole 24 Ore, risulta che sono ben undici i governi che hanno iniettato soldi in Alitalia, da Moro ad Andreotti, da Cossiga a Spadolini, Craxi e De Mita, Prodi, Berlusconi, Letta, Renzi e Gentiloni. Il governo Conte 2 sarebbe il 12°. Continua quindi la saga della compagnia di bandiera trasformatasi in una macchina mangiasoldi e che in quarant’anni, dal 1974 al 2014, era già costata 7,4 miliardi di euro allo Stato e alla collettività in interventi diretti per salvataggi e operazioni di varia natura. Intanto, oggi, scade il termine per presentare ai commissari straordinari l’offerta vincolante per rilevare Ailitalia, con lo Stato che rientra pesantemente attraverso le Fs, dirette concorrenti di Alitalia sulle tratte brevi, e ministero del Tesoro. Ma anche su questo, dopo 29 mesi di gestione straordinaria e sei rinvii, si profila un’altra proroga, perché rimane l’incertezza su cosa faranno i potenziali soci privati. “È una gara a chi prende la quota più bassa”, ha commentato l’ex amministratore delegato di Fs, Renato Mazzoncini. Crisi, proroghe, salvataggi continui con i soldi dei contribuenti, da Moro e Andreotti fino a Conte 1 e 2.  Si continua a far finta che Alitalia non sia fallita e si prosegue all'infinito con la collaudata politica assistenzialista della Prima Repubblica. Verso lo schianto....

L'Unione Europea tace davanti a una incredibile, vergognosa condanna politica: da 9 a 13 anni di galera per 12 esponenti politici catalani, dieci dei quali rappresentanti istituzionali plebiscitati dai voti degli elettori, per i reati di sedizione o disobbedienza, in relazione ai fatti che portarono al referendum sull’indipendenza della Catalogna nell’ottobre 2017. Tace l'Europa, perchè è ciò che questa Europa sa fare: tacere. Tacere davanti ai Catalani in galera e tacere davanti ai Curdi aggrediti, tacere davanti alle morti nel Mediterraneo finchè non bussano a casa i disperati e tacere davanti al disastro di Libia, provocato dai francesi e scaricato sui - complici e taciturni - partner. E' il silenzio la cifra politica di questa Europa. O la complicità. Complicità di fatto con Putin, trattato ufficialmente come torbido Grande Fratello dei Populisti salvo scoprire che è Merkel la prima alleata di Putin nel progetto bollato dalla Polonia come “il nuovo patto Ribbentrop-Molotov”, il gasdotto NordStream2 che consentirà all'orso russo di mettere non una ma due zampe sul nostro continente. Complicità di fatto con Erdogan, praticata da una UE che ha riempito il sultano turco di miliardi per tenere lontani i rifugiati in fuga dalla Siria e da una Germania che non ha alcun interesse a disturbate il manovratore di un'imprenditoria turca che nella Repubblica federale ha ormai assunto un peso e un ruolo esorbitanti. Complicità di fatto con i banchieri del fallimento targato Deutsche Bank, la banca protagonista di un tracollo che si annuncia peggiore di quello di Lehman Brothers, in barba a qualsiasi mito di inossidabile stabilità tedesca. No, non ci piace questa Europa che con quella immaginata da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi non ha più visibilmente niente a che fare. No, non ci piace questa Europa che ha una clamorosa responsabilità nel determinare Brexit, che perde Londra per blindarsi a Berlino e a Parigi, che tratta gli Usa come un interlocutore terzo e diverso quasi gli Stati Uniti fossero paragonabili alla Russia e ai mandarini di Pechino. No, non ci piace un'Europa sempre più a guida tedesca, sempre meno atlantica, sempre più cartina geografica dove ogni Alto Adige si riscopre per sempre Sud Tirolo. No, davvero non ci piace. E lasciamo ben volentieri ai Calenda e alle Bonino che continuano a invocare lo Status Quo di questa Europa, il ruolo di fallimentari difensori di un ordine al tramonto. Quella che occorre, ogni giorno di più, non è questa ma tutta un'altra Europa. ...

L’ex pm palermitano Nino Di Matteo, attualmente alla Direzione nazionale antimafia, è stato eletto al Consiglio superiore della magistratura, nelle elezioni suppletive seguite alle dimissioni di questa estate dopo lo “scandalo Palamara”. Il Fatto Quotidiano la descrive come una rivincita del magistrato che non si è mai iscritto ad alcuna corrente e che per questo sarebbe stato penalizzato nella sua carriera. Questa volta, però, ce l’ha fatta, pur arrivando secondo dietro Antonio D'Amato, di Magistratura Indipendente, che nella geografia correntizia della magistratura si qualifica come “moderata”. Di Matteo ce l’ha fatta grazie alla sponsorizzazione di Autonomia e indipendenza, la corrente di Piercamillo Davigo, ma anche grazie al fatto che quella che si qualifica come corrente di sinistra, Area, ha scelto di disperdere i propri voti su cinque candidati, non eleggendone neppure uno, anziché farli confluire su un unico candidato, che sarebbe arrivato primo. Che quella della magistratura di “sinistra” sia stata ingenuità o errore tattico consapevole, il fatto è che ci voleva l’aria del governo giallorosso per dare nuova forza al populismo giudiziario nell’organo di autogoverno della magistratura. E questo proprio mentre a livello politico si dà fiato al populismo anti-parlamentare con il Pd che si sottomette alla demagogia dei 5Stelle, tagliando deputati e senatori, il cui scalpo può ora essere orgogliosamente esibito nelle piazze da Di Maio e soci. E così, mentre il ministro della Giustizia grillino Bonafede e il suo predecessore del Pd Orlando registrano le loro sintonie, il giustizialismo gonfia le vele. La corrente di Davigo (“Nessuno viene messo dentro per farlo parlare; viene messo fuori se parla, che è una cosa diversa”, “Non esistono innocenti; esistono solo colpevoli non ancora scoperti”) diventa ago della bilancia del Csm, grazie all’elezione di Nino Di Matteo, l’eroe dalle 40 cittadinanze onorarie che sulla base del teorema della “Trattativa” tra Stato e mafia ha perseguito per anni Mario Mori, il leale servitore dello Stato che catturò Totò Riina....