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Due mesi fa il governo Gentiloni ha abolito per decreto i buoni lavoro o voucher, per impedire lo svolgimento di un referendum abrogativo promosso dal sindacato confederale Cgil. In questi giorni la manovra correttiva all’esame della Camera dei Deputati offre ai parlamentari della stessa maggioranza l’opportunità di reintrodurli attraverso emendamenti. Diverse le soluzioni proposte, la più elegante è probabilmente quella dell’economista Irene Tinagli, eletta nelle liste di Scelta Civica. Tinagli vuole distinguere in modo netto il lavoro accessorio svolto per conto di privati, fondazioni o enti benefici da quello alle dipendenze di imprese. Inoltre il suo emendamento cerca un coordinamento tra la disciplina del lavoro accessorio, i voucher appunto, e quella del lavoro a chiamata. Il rischio politico del referendum è ormai scongiurato definitivamente, ma perché il governo e la maggioranza hanno tanta fretta di tornare sui loro passi? Nella loro breve e travagliata storia i voucher hanno sempre coperto solo una quota marginale del mercato: all’incirca 0,23% dei redditi da lavoro privato e 0,3% delle ore lavorate. Dobbiamo però considerare tre caratteristiche della nostra economia: la crescente domanda di servizi alla persona da parte delle famiglie; un tessuto produttivo composto in prevalenza da piccole e medie imprese; un numero elevato di comuni con una popolazione intorno ai mille abitanti. Famiglie, piccole imprese e piccoli comuni non hanno le risorse umane necessarie per gestire la complessità di un rapporto di lavoro ordinario, devono quindi rivolgersi a professionisti esterni e pagarli di conseguenza. Questo ha senso nel caso di lavoratori che svolgono mansioni continuative e rilevanti all’interno dell’organizzazione – ad esempio, rispettivamente, la badante, l’operaio specializzato, il segretario comunale – ma non nel caso di lavori occasionali o di scarso valore economico. La semplicità di utilizzo dei voucher rispondeva appunto a questa esigenza, offrendo a prestazioni lavorative marginali un quadro legale e almeno la garanzia contro gli infortuni. L’alternativa è il lavoro nero o, più probabile, nessun lavoro. I promotori del referendum abrogativo hanno più volte sottolineato che grandi imprese (e la stessa Cgil...) abusavano di questo strumento, per evitare di stipulare contratti di lavoro più vantaggiosi per i dipendenti. Un problema che si può risolvere facilmente, con un piccolo accorgimento tecnico e cioè ponendo un tetto non solo al numero di voucher che un lavoratore può ricevere in un anno ma anche a quelli che un datore di lavoro può usare. E d’altra parte dovrebbe stimolare una riflessione più approfondita. La straordinaria complessità delle regole del nostro diritto del lavoro rappresenta un costo significativo per i datori di lavoro ed è quindi comprensibile che questi cerchino ogni modo legale per non doverle rispettare. Ma siamo sicuri che questa complessità sia nell’interesse dei lavoratori? Non sarebbe meglio avere poche leggi, chiare e comprensibili, e poi una vigilanza rigorosa?