Risultati immagini per monti letta renzi    E’ cominciata la resa dei conti che non tornano. I conti, crudissimi per l’Italia, rispetto ai quali nessuno vuole trovarsi nella scomoda condizione di pettine. Perché ci vorrà un pettine, e quale pettine , per governare i conti che non si possono più nascondere e con i quali non si può più evitare di misurarsi.

E’ tutto qui il senso dello scontro di Palazzo che divide Renzi e i suoi da una consistente parte del Governo, da un pezzo del suo stesso partito e dal Quirinale.  In apparenza la posta in gioco è la data delle elezioni: per alcuni da anticipare a Ottobre, per altri da tenersi alla scadenza naturale della Primavera 2018 .  Ma mai come in questo caso l’apparenza inganna, la vera posta in gioco è altrove. Tutti i protagonisti della partita conoscono bene i conti pubblici reali del nostro Paese. Tutti sono consapevoli del tipo di manovra economica che toccherà infliggere agli italiani in autunno. La differenza è che Renzi – dopo aver ripreso pieno controllo del suo partito - vorrebbe sfilarsi e passare la patata bollente al dopo urne , e a un probabile governo non a guida PD. Altri ritengono la partita forse già politicamente compromessa ma vedono più svantaggi che vantaggi nel chiamare il Paese alle urne in autunno, evento già di per sé senza precedenti per le elezioni politiche.

La morale di questa favola e dei conti che non tornano prescinde tuttavia dalla data delle urne o dai calcoli dei palazzi del potere. Il punto vero, il pettine al quale arrivano i conti è lo scenario descritto con buona dose di angoscia dal Wall Street Journal pochi giorni fa : "L'Italia sembra l'anello debole della catena, con problemi economici di vecchia data che si combinano allo stallo politico. Crescita frenata per anni , banche che hanno in pancia prestiti in sofferenza, un debito pubblico a livelli stellari: gli spread italiani si amplierebbero molto sulla possibilità di una frantumazione dell' euro". Paese debolissimo, Europa immobile nella sua governance, confusione globale e speculazione in agguato. Nella lente di ingrandimento degli osservatori c’è insomma il caso Italia.

Ora, delle due l’una . O le parole degli analisti economici di Oltreoceano sono il frutto di analisi e dati profondamente errati, oppure suonano come un epitaffio. Una certificazione del fallimento dell’establishment politico italiano che ha governato il Paese nell’ultimo lustro, promettendo Ripresa, Crescita, Europa. Una fase che inizia con l’insediamento del Governo di Mario Monti – era il 16 Novembre 2011 – prosegue con il Governo di Enrico Letta (Aprile 2013)  , sfocia negli esecutivi guidati da Matteo Renzi (Febbraio 2014) e Paolo Gentiloni.

Le caratteristiche di questi esecutivi sono a tal punto omogenee in termini di politica economica da renderli quasi indistinguibili uno dall’altro. Tutti questi governi – da Monti a Gentiloni – hanno identificato il progetto politico dell’Europa con la politica economica dettata nell’ultimo lustro da Bruxelles, e raccontato quella politica economica come la panacea dei nostri mali. Tutti si sono quindi ben guardati dal ridiscutere, tentare di correggere o anche marginalmente contestare i parametri astratti che hanno dettato le concrete politiche economiche nel continente, determinando la creazione di aree avvantaggiate e aree fortemente penalizzate e depresse. Tutti questi esecutivi hanno balbettato di ripresa, sviluppo, crescita ormai imminenti mentre si innalzava la crisi sociale e si assisteva al tracollo economico degli esercizi commerciali, dell’artigianato, della piccola industria. Tutti hanno millantato lotta alla disoccupazione e alleggerimento fiscale mentre veniva stracciato ogni record . Mai dal dopoguerra ad oggi sono state così elevate la disoccupazione giovanile e l’emigrazione degli Over 40. Mai la recessione così profonda. Mai la contrazione del tenore di vita così evidente per milioni di famiglie. 

Il nodo che viene al pettine è insomma quello di un lustro di politiche economiche fallite, seppure declinate da ogni premier secondo il proprio temperamento: all’insegna di un finto buonsenso tecnocratico (Monti), di un vuoto europeismo di facciata (Letta), di vacue proteste anti UE senza alcun cambiamento reale di registro e di passo (Renzi). In soldoni, i conti possiamo anche quantificarli. Senza una manovra economica da 30 miliardi di lire (oltre 40 computando gli eventuali interventi di salvataggio da dissesti bancari) , in autunno il Paese si troverà a pagare un’Iva del 24% sul pane , l’acqua e ogni altro bene di consumo, oltre a scucire all’istante circa 20 miliardi a garanzia della propria tenuta. Sissignori: 24% di Iva sta a significare Caporetto dei consumi, sadismo fiscale, cattiveria sociale.

Di fronte a questa prospettiva appare normale che il Paese respinga e voglia mandare a casa chi nell’ultimo lustro ha esercitato le leve del comando. Persino rischiando di affidarsi al “Nulla che Avanza”. Per sostituire però la classe dirigente che ha perso con quale alternativa, e in nome di quale politica? Questo il punto cruciale. (Carlo Bellodi)