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Redazioni e bloggers si stanno esercitando nella condanna sdegnata della condotta del management ALITALIA. La colpa pare sostanziarsi in una direzione incapace e confusa che non ha saputo...non ha potuto...non ha voluto. Veniamo alla brutalità dei numeri: La nostra ex compagnia di bandiera ha una perdita operativa di 500 milioni l’anno, in un panorama internazionale che registra un rallentamento dell'intero settore. Il problema storico di Alitalia è semplice: troppa interferenza politica e poca continuità ai vertici oltre alla mancata strategia per far fronte alla competitività del mercato. Il modello di business scelto non è stato molto produttivo se nel 2016 Alitalia ha perso più di un milione di euro al giorno, nonostante la privatizzazione del 2014 che avrebbe dovuto inaugurare periodi radiosi tappezzati da rotte internazionali e servizi Top Class per la clientela più esigente. Ma la storia della crisi di Alitalia risale a 8 anni fa, quando era ancora la ”compagnia di bandiera”. Silvio Berlusconi organizzò una cordata di imprenditori per acquistare e mantenere italiana la società, che stava per essere comprata da Air France-KLM. Il piano Fenice (conosciuto come quello dei Capitani Coraggiosi) fu studiato da Corrado Passera, allora amministratore delegato di Intesa Sanpaolo. L’operazione si rivelò un disastro, non solo perché Alitalia venne comprata per 700 milioni di euro in meno rispetto all’offerta dei francesi, ma anche perché la cordata italiana acquisì esclusivamente la parte ”in attivo” della compagnia. La parte negativa (cioè i debiti) fu trasferita in una “bad company” che rimase a carico dello Stato. A tal proposito Mediobanca ha stimato quanto sia costata al Paese la pessima gestione di Alitalia degli ultimi quarant’anni: il conto ammonta a 7,4 miliardi!

Deve esserci un destino cinico e baro che condanna Alitalia. Una sequenza imbarazzante di manager incapaci a condurre un'azienda dove tutto funziona a meraviglia, ma ho l'impressione che la verità si discosti da questa lettura comoda che finisce per convincere i suoi stessi narratori. La realtà brutale dei numeri ci dice che Alitalia ha vissuto per decenni al di sopra della sue possibilità producendo perdite che sono sempre state coperte da pubblico denaro. Prima avveniva sistematicamente ad ogni chiusura del bilancio, poi in occasione degli innumerevoli salvataggi a cui è stata sottoposta. Gli anglosassoni usano un termine molto efficacace "Too big to fail" e questo argomento era ben conosciuto da chi deteneva i cordoni della borsa. 


I governi che si sono resi protagonisti di un incredibile sperpero di risorse, per salvare il gigante dai piedi d'argilla, hanno colori diversi ma sono tutti contraddistinti dal comune terrore rispetto alla possibilità di essere anche solo percepiti come impopolari. E così, non affrontando il problema alla radice, si è preferito continuare a iniettare denaro in un impresa decotta, popolata da una costellazione di sigle sindacali in competizione tra loro. In palio ricchi premi come quando negoziarono la cassa integrazione per periodi incredibili e a costi folli. A puro titolo di esempio gli assistenti di volo Alitalia percepiscono da 4 anni la somma di €4500 mensili e (ovviamente) non li sfiora nemmeno il pensiero di trovare lavoro in una azienda concorrente, anche perché percepirebbero il 30% in meno di quello che incamerano senza alcuna fatica.
Nemmeno il management degli emiri assistiti da una Roland Berger un po' appannata è adatto a governare la compagnia che fino all'alba del 2000 aveva disposto il trasporto a domicilio per tutto il personale di volo. Il servizio avveniva con berline di proprietà e autista stipendiato dalla stessa Alitalia. Facile accumulare perdite con benefit di questa natura! Benefit che vennero rivendicati e cavalcati da un sindacato miope come mai nel non individuare per tempo i limiti strutturali di un assetto così deteriorato.
Non sono sufficienti i 160 milioni di euro di tagli. Le voci di costo di Alitalia, al netto del personale, raggiungono circa i 2,9 miliardi di euro e dunque un taglio pari a 160 milioni di euro equivale a circa il 6 per cento. I costi di Alitalia sono stimati essere intorno ai 6,5 centesimi di euro per posto chilometro offerto, vale a dire circa 65 euro per mille chilometri per ogni singolo posto offerto. Ryanair ha dei costi di circa 3,5 centesimi, e con questi numeri non si decolla... ci si schianta..

Oggi la soluzione praticabile sarebbe quella di lasciare Alitalia al suo destino. Il suo posto e le sue slot verranno rilevate da compagnie che conoscono il mercato e che hanno una struttura dei costi adeguata a proporre tariffe atte a favorire la mobilità da e verso il nostro paese. Non bisogna essere Keynes per realizzare quanto ciò sia importante ed auspicabile, ma la mediazione governativa ha disposto un esito diverso che finirà per gravare (per l'ennesima volta) sulle poche risorse destinate al lavoro.
Il personale di terra a tempo indeterminato calerà da 1.338 a 980 unità, il taglio degli stipendi sarà dell’8 per cento. Alla riduzione degli esuberi si è giunti attraverso il ricorso alla CIGS entro maggio 2017 per due anni, nulla di nuovo rispetto a 8 anni fa. Non rimane che sperare in una risposta massimalista dei sindacati più velleitari che in Alitalia spopolano. Solo con il loro NO, in nome della lotta a difesa degli iper-garantiti, riusciremo a portare ALITALIA verso il Commissariamento e la successiva liquidazione, aprendo il mercato alla libera concorrenza, ma non c'è spazio per troppe illusioni...
Ad Majora