CROLLA IL PUT

Ieri è venuta giù come un birillo quella che per un ventennio è stata la colonna portante della politica economica, di bilancio, monetaria e fiscale dell’Unione europea, quella che dal maggio 2003 poneva alla Bce l’obiettivo di mantenere l’inflazione su livelli inferiori ma prossimi al 2%.

Era il maggio 2003 quando il Consiglio direttivo della Bce decise che l’inflazione doveva essere mantenuta a livelli inferiori ma prossimi al 2%. Da allora la paura dell’inflazione, tipicamente tedesca, è diventata la colonna portante della politica economica, monetaria e fiscale dell’Unione europea, spingendo tutta l’Ue verso una politica di austerità, sacrificando la crescita sull’altare del dogma della parità di bilancio.

Ieri è bastato un intervento a una conferenza pubblica della presidente della Bce Christine Lagarde, per liquidare quello che per un ventennio il principio cardine indiscutibile. La formulazione di quell’obiettivo di inflazione “era adeguata a un periodo in cui la Bce stava cercando di affermare la propria credibilità e un’inflazione troppo alta era la principale preoccupazione”, ha detto la presidente della Bce. Ora, invece, “nella situazione attuale di bassa inflazione, le preoccupazioni sono diverse e questo deve riflettersi nel nostro obiettivo d’inflazione”.

Più o meno le stesse parole usate qualche giorno fa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per liquidare il Trattato di Dublino che scarica sui paesi di prima accoglienza il compito di farsi carco dei migranti e della loro richiesta d’asilo.  “Abbiamo archiviato il sistema di Dublino, che apparteneva a un’epoca diversa”, ha detto Von der Leyen.

Dopo i parametri di Maastricht, il patto di stabilità e quello di Schengen sulla libera circolazione delle persone, in pochi giorni sono venuti giù anche i pilastri Ue su immigrazione e inflazione. Senza che si sappia cosa verrà dopo.

La Ue è in piena fase distruttiva. Von der Leyen e Lagarde appaiono, prima l’una e poi l’altra, come Gorbaciov che annunciava la fine dell’Unione Sovietica, senza sapere cosa sarebbe sorto dalle sue ceneri. Anche dell’Unione europea rimangono, come allora a Mosca, i brontosauri del gigantesco apparato burocratico costruito a Bruxelles, che non sa più quale progetto servire.

E anche il tempo delle prediche da Berlino è finito. Mentre aleggia sempre il macigno della crisi della Deutsche Bank, proprio oggi è scoppiato il caso del colosso pubblico del credito KfW, cioè l’Istituto di Credito per la Ricostruzione, di proprietà per l’80% dello Stato tedesco e per il 20% dei Lander, finito nello scandalo del fallimento della società tedesca di pagamenti Wirecard.

Con la fine del Pensiero Unico Tedesco (PUT), la governance Ue, costruita per e intorno ad esso, si dimostra nella sua nudità, ridicola e totalmente ingestibile. Ora di tratta di ricostruire anche un progetto europeo, che abbandoni i sentieri della vecchia Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e dei suoi famigerati Piani Quinquennali, trasformati da Bruxelles in Piani Settennali, e che si liberi del dominio dei Mandarini di un’Europa dirigista senza democrazia.