DESTRA. CHE PAURA LA PAROLA.

Il Festival del nulla, della corsa senza fiato a una prateria deserta, sembra essere ricominciato. Davanti agli evidenti limiti politici di Salvini&Meloni, al loro gratuito regalo di un biennio di governo a Conte e di un biennio di tenda ossigeno a Grillo (bastava il coraggio di un lindo NO e a quest ora entrambi erano a casa, con grande gioia collettiva e trasversale) è tutto un ripetersi di parole vuote. Anzi di parole che hanno paura della parola.

“L’ Indifferibile necessità di una destra liberale”, parte sull’ Huffington Post Mattia Feltri, che ha l’ossessione di fare il destro elegante per distinguersi dal Feltri papà che va matto a giocare al destro col rutto. E non aveva finito di scrivere che Mara Carfagna , sempre più dedita al sistematico oblio della bella figliola che sculettava in tv e della pupa col botto che stava sulle ginocchia di Zio Silvio al pianoforte, riparte nel ruolo di filosofia del pensiero elevato Lib Lib : dopo aver creato la Voce Libera, ora scopre per l’ottava volta che occorre ricostituire un Centro Liberale naturalmente grande , anzi sconfinato. E il Centro Liberale è quello che pure anela l’ex leghista Flavio Tosi , mentre Paolo Romani ne è certo: Salvini ha finito gli slogan , ora c’è spazio per una grande forza liberale di centro. E giù fior di politologi a spiegare che si tratta di “attirare i moderati in fuga”, e di “coprire la coalizione a sinistra e al centro”, e di inseguire gli analoghi e un po’ opposti (ed ex ormai anch’essi) cugini dell’altra sponda, dove le buone Azioni di Calenda, lo sbando nel vuoto pneumatico di Renzi e l’azionismo Boninista versione Soros già dovrebbero indicare quanto l’ Horror Vacui sia prossimo. Quel Centro Liberale, quella Destra Moderata ricorda molto, molto da vicino la strepitosa passione che si credeva fosse amore e invece era un Calesse. Anzi alla voce “centro liberale” non si riesce a scrutare nemmeno un calesse, nè un cavallo e neppure un pony. Però il gioco ricomincia e ci partecipano tutti: Toti in cerca di patria oltre La Spezia, post fittiani illuminati dal miraggio di nuove sponde, forzitalioti in fuga dal non partito e perciò bramosi di riaccasarsi in un non-partito di nuovo conio che però non ha i soldi nè i voti di Silvio, al quale di Forza Italia importa non solo meno del Covid, ma anche meno di Dudù.

E dire che, a nostro avviso modestissimo, questa ansiogena rincorsa ad eleganti etichette che coprono il niente, è solo il frutto della paura. La paura di una parola , anzi di alcune parole, che sarebbe opera pia, laica e libertaria riconsegnare alla storia patria e alla dignità civile. Due sono in particolare le parole che in un’Italia civile – cioè declinata al futuro, perchè quella attuale non lo è – andrebbero estrapolate dagli angiporti e dalle suburre dove sono stati precipitati, riconsegnandoli a orgogliosa vita. La prima parola è Sovranità , termine che non appena pronunciato provoca il disgusto sui volti schifati dei Brubru buonisti e le smorfie degli euroti di ogni risma , ma che è concetto da rivendicare e occupare . Proprio così: Sovranità dal limite netto – ossia sovranità non nazionale come dogma bensì Sovranità Democratica come principio ineludibile – perchè non è data Italia, non è data Europa, non è dato Occidente senza Sovranità democratica , e se lo tenga bene a mente chi orrificato dall’ascoltare la parola sovranità altro non fa che inseguire il sogno violento e mostruoso di una democrazia senza demos, ossia senza popolo, senza diritto, senza voto. Ma l’altra parola che va riconquistata al dibattito civile , forse ancor più della Sovranità, è la parola Destra . Destra e punto. Destra e basta. Detta a chiare lettere con il coraggio di non attenuare, precisare, chiosare, salameleccare un concetto che è chiarissimo : non è la destra liberale, il centro moderato, il centrismo anoressico e asfissiato il correttivo di cui c’è bisogno.

Il punto è un altro : è che la Destra così come è non convince, non vince, non governa. Non ce la fa e non ce la farà. E quindi occorre una Destra che si proclami Destra e che sappia rappresentare qualche nuova , ragionevole e ragionata divisione che l’Italia comprenda immediatamente , senza inseguire il nulla sfinito e sfiancato dell’ultimo centrino della cucina partitocratica.
Destra che innanzittuto sappia dividere l’Italia della produzione dall’Italia parassita e assistenziale, l’Italia del lavoro spremuto e tassato dall’Italia del reddito di cittadinanza e dello stipendio di Stato garantito, l’Italia che ha voglia di fare, studiare, intraprendere dall’Italia che si arrabatta fra papà, la pensione di invalidità della nonna e il prossimo bonus, l’Italia delle regole dall’Italia degli Arcuri, l’Italia che rispetta crocefissi e religioni ma in politica crede nella religione della libertà, l’Italia dell’individuo e anche dei diritti individuali e persino dell’individualismo contro i rottami ecoequosolidali dei gretisti e gretini assistiti. Insomma una Destra senza aggettivi, una destra normale fondata su 4 punti e senza piccoli e grandi Calendini e Calendoni, dei quali non c’è alcun bisogno . Una Destra che non abbia manie di grandezze e filosofie ma che appassioni al fare, al ricostruire, al creare. Una Destra che insomma non abbia paura della parola : della sua parola . E che possibilmente conservi, annaffi e coltivi la memoria. L’Italia una Destra storica l’ha avuta . Fu quella – per dirla con la Treccani – nata in ogni angolo del Paese, dai piemontesi Sella, Lanza, Rattazzi, Ponza di San Martino ai lombardi Casati, Visconti Venosta, Jacini, dagli emiliani Minghetti e Farini ai toscani Ricasoli, Peruzzi, Cambray Digny, ai meridionali Bonghi, Spaventa, Scialoja, Pisanelli. Uomini di formazione culturale eterogenea, che andava dal liberalismo individualista inglese al neo-heghelismo, dal laicismo più rigido al riformismo religioso. Ma che in testa quattro idee chiare le seppe avere , e che non fu – davvero non fu – il peggio che la politica di questo Paese seppe esprimere .