L’ISOLA DELLA VERGOGNA UE

Il tristemente noto campo profughi di Moria sull’isola greca di Lesbo, di fronte alle coste turche, dove da anni vivono in condizioni disumane migliaia di migranti, è stato quasi completamente distrutto da un incendio. Nei giorni scorsi erano state conteggiate 35 persone contagiate dal Covid e secondo le autorità greche l’incendio sarebbe stato appiccato deliberatamente da migranti in rivolta.

Un episodio simile, seppur meno devastante ma con cinque morti, era avvenuto un anno fa. Questa volta non ci sono vittime ma sono migliaia i profughi che vagano sull’isola senza più un riparo.

A Lesbo vivono 13.000 migranti, mentre il campo di Moria ne dovrebbe ospitare al massimo 3.000, con tutto quello che ne consegue sulle condizioni sanitarie e di vita.

Una situazione nota da anni, tollerata nel silenzio, voltando sempre la faccia dall’altra, divagando sulla ferocia di Trump e Bolsonaro, mentre nel cuore del Mediterraneo c’è un’isola della morte, che non è neppure l’unica.

La questione migrazione è ormai sparita dall’agenda dell’Ue, ferma al Trattato di Dublino 2, che scarica sui paesi di prima accoglienza la responsabilità di gestire il problema. Dei ricollocamenti obbligatori non si parla più. Anzi, una settimana fa fonti Ue hanno detto che questa “non è la mission della presidenza tedesca” e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha dichiarato che i ricollocamenti “non sono l’alfa e l’omega della discussione sulla migrazione”. E così oggi la frugale Olanda di Rutte fa sapere che non intende accogliere neppure uno dei minori non accompagnati che si trovano a Lesbo.

Intanto la proposta annunciata dalla Commissione europea sul tema dei migranti slitta di mese in mese, senza che l’Unione si ponga mai il problema della necessità di una politica di sicurezza e controllo del Mediterraneo e dei Paesi da cui questi disgraziati arrivano, e di cosa sono costretti a subire prima della loro partenza.

E il degno papa di questa Ue è Bergoglio, che nell’aprile del 2016 era andato a Lesbo da cui era tornato con dodici profughi siriani, che però non aveva ospitato in Vaticano, dandoli in carico all’Italia. Grandi prediche e alti proclami, ma Lesbo rimane l’isola della vergogna. E va a fuoco.