RECOVERY FUND, PARTE LA GIOSTRA DEI VETI

L’Ungheria ha fatto partire la giostra dei veti nazionali che, come prevedibile, rischiano di bloccare il Recovery Fund e il bilancio pluriennale dell’Ue, così come sono usciti dall’intesa dei 27 governi nel Consiglio europeo di luglio.

Come ha ricordato l’altro giorno il vicepresidente della Commissione europea Josep Borrell, per avviare la raccolta di risorse sui mercati finanziari, occorre che Recovery Fund e bilancio pluriennale siano ratificati da tutti e 27 parlamenti nazionali e non è affatto scontato che ciò avvenga.

E infatti, subito dopo le parole preoccupate di Borrell, dal parlamento ungherese è arrivata la minaccia di bloccare tutto se il Parlamento europeo dovesse vincolare l’erogazione dei fondi del bilancio Ue al rispetto di condizioni sul rispetto dello Stato di diritto da parte dei vari paesi, utilizzando formule più stringenti rispetto a quella piuttosto vaga concordata dai governi al Consiglio europeo di luglio.

L’Ungheria di Orban, a cui potrebbe affiancarsi la Polonia, è solo il primo paese ad aprire le danze delle minacce di veto, a cui potranno poi seguire richieste di stop ai finanziamenti verso singoli paesi, per meglio negoziare su ciò che ad ogni governo sta più a cuore. L’Olanda di Rutte potrà farlo su questioni fiscali, l’Austria di Kurz sui migranti e le politiche d’asilo, oppure su altro come ogni paese, “frugale” o no.

Il problema non è il “cattivo” Orban ma la governance dell’Unione. Quando e come i soldi del Recovery Fund diventeranno reali non è ancora dato da sapere. Il fatto è che mentre il governo francese ha presentato oggi il suo piano di ripresa da 100 miliardi, compresi i soldi previsti dal Recovery Fund che intanto saranno anticipati dalla Francia, il nostro governo non ha alcun piano ma ancora solo un accatastarsi di singoli progetti dei vari ministeri, mentre Conte sino a tre giorni fa sognava un irrealistico anticipo di 20 miliardi dall’Ue entro Natale.

Il vero anticipo arrivato è il veto preannunciato dall’Ungheria, che ci dice cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi e anni: minacce e mercanteggiamenti su tutto da parte dei vari governi nazionali. Occorrerebbe prenderne realisticamente atto e iniziare a lavorare a un vero piano di ricostruzione dell’Italia, concretamente finanziabile, cosa che a Palazzo Chigi, dove Conte si è asserragliato auto-imbavagliandosi, nessuno sta ancora facendo.