UE – USA. ALTA TENSIONE

Si prospetta un fine anno – e fine presidenza Ue di Angela Merkel – ad altissima tensione fra l’Unione Europea e Anglosfera, intesa come Usa Gran Bretagna Australia e alleati più stretti. “Saremo terzi ed equidistanti”, aveva giurato la Cancelliera al suo insediamento alla guida del semestre europeo. Eppure l’ equidistanza si tradurrà in uno scenario molto complesso. Se l’annuncio di un Recovery Fund basato anche su nuove tasse europee sul digitale e sul web ha già riattizzato le prime minacce di ritorsione americane sui dazi dei prodotti importati dai paesi Ue, i veri colpi di scena devono ancora consumarsi. Il primo si chiamerà Brexit No Deal: ben pochi ormai scommettono sulla possibilità, e sulla stessa volontà da parte britannica, di approdare ad un’uscita concordata. E , contrariamente a ciò che i media italiani più conformisti ripetono da anni il bilancio rischia di essere assai più catastrofico per la UE (segnatamente per l’industria tedesca) che per l’economia britannica.

Ma a questo scenario già fosco si aggiunge un altro tema, forse ancora più pesante, che ha visto ieri protagonista la Casa Bianca . Lo racconta con efficacia Marco Ventura su Il Messaggero, in un panorama di stampa italiana del tutto disattenta. Anche per questo crediamo giusto proporre il suo articolo.

“La decisione tanto annunciata alla fine è arrivata, accompagnata dal secco commento di Donald Trump dalla Casa Bianca: «Non vogliamo continuare a fare i fessi. Stiamo riducendo le nostre forze perché non pagano il conto, è semplice. Sono mascalzoni». E così, dalla conferenza stampa intitolata alla «revisione dell’ assetto strategico delle forze in Europa» con i vertici del Pentagono tutti schierati, dal segretario di Stato alla Difesa Mark Esper al generale John E. Hyten, vice capo di Stato maggiore, al comandante delle Forze Usa in Europa e del comando Shape della Nato, Tod Wolters, collegato da Stoccarda, arriva l’ annuncio che gli Stati Uniti ritireranno dalla Germania non più i 9500 soldati previsti, ma 11.900, in pratica un terzo dei 36mila presenti.

La maggior parte torneranno negli Stati Uniti (circa 6400), in linea con le promesse elettorali di Trump di un parziale disimpegno dall’estero, gli altri 5600 andranno in Belgio, dove si trasferirà a Mons il comando Usa per l’ Europa, e in Italia, dove potrebbe spostarsi l’ Africa Command, a Napoli, se non prevarrà invece l’ opzione Spagna. Tre quartier generali di Brigata andranno in Belgio. «Due organizzazioni più piccole di supporto si sposteranno in Italia», dice Wolters. In pratica, due battaglioni dell’ esercito e tra Aviano e Sigonella, uno squadrone di caccia F-16 oggi a Ramstein e Spangdahlem.

Ma ulteriori ricollocamenti potranno riguardare la Polonia, i Paesi Baltici e il Mar Nero. Il tutto non avverrà subito né presto, richiederà «mesi per la pianificazione e anni per l’ esecuzione». Il che significa che se Biden vincerà le presidenziali, il piano potrebbe essere rivisto. Non soltanto i democratici, ma anche molti settori repubblicani (capitanati da Mitt Romney) protestano per lo schiaffo all’alleato tedesco.

Le parole di Trump sul conto non pagato riguardano l’ obiettivo del 2 per cento del Pil da spendere per la Difesa, indicato dagli Usa, già prima di Trump, come contributo necessario dei singoli Paesi per il mantenimento della Nato. Ma ci sono anche considerazioni strategico-militari. Secondo Esper ci sarà una «presenza più robusta» in aree come il Mar Nero, in chiave anti-russa, «dandoci più flessibilità nell’ azione di deterrenza e difesa». Verrebbe così avvicinato dal ridislocamento il fianco sud-orientale della Nato.

Ma in gioco c’ è anche il risiko del rapporto di forze con le altre potenze. «Vogliamo esercitare maggiore deterrenza sul comportamento aggressivo di Russia e Cina per contrastarne l’ influenza malevola», spiega Hyten. Per dirla con Wolters: «Vigilare sul confronto tra grandi potenze è un imperativo assoluto».

E allora, al tema del 2 per cento e al risiko europeo si aggiunge la volontà di Trump di punire la Germania per il suo No all’ estensione del G7 alla Russia, che avrebbe trasformato il G8 in un’ alleanza anti-cinese (oltre al noto conflitto sui corridoi energetici, in particolare il Nord Stream 2, per il quale Trump accusa Berlino di non spendere abbastanza per difendersi dalla Russia con cui invece fa affari sul gas). E conta pure la grande disponibilità di un Paese ormai di gran peso in Europa come la Polonia, pronta con il presidente Andrzej Duda, insieme ai Paesi baltici, ad accogliere altre truppe americane.

Per Germano Dottori, docente alla Luiss Guido Carli, la chiave è doppia. «Quella interna, per cui Trump deve dimostrare di mantenere le sue promesse, e quella legata alla opposizione non solo al reintegro della Russia nel G7, ma anche a un G11 anti-cinese. Peraltro, la Cina è ormai il primo partner commerciale di Russia e Germania e questo va considerato». Per Michele Valensise, già segretario generale della Farnesina e ambasciatore in Germania, «Trump ha interesse a serrare i tempi puntando tutto sull’ obiettivo fondamentale: la sua rielezione a novembre.
Presentarsi come l’ artefice del ritorno a casa di migliaia di militari lo può aiutare. E Joe Biden deve stare in guardia».

In ogni caso, sia il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, sia il ministero della Difesa italiano in una nota, osservano che le ulteriori decisioni dovranno essere concordate tra gli alleati e ci vorrà tempo. E Stoltenberg fa sapere che comunque gli americani si erano consultati con i partner della Nato.