UNA TASK FORCE PER GESTIRE L’EMERGENZA PROMESSE

A Giuseppi è scattato subito il riflesso pavloviano. Piovono da Bruxelles 209 miliardi? Facciamo subito una task force.

Ma questi soldi sono proprio 209 miliardi? E quando arriveranno? E a che condizioni?

Carlo Calenda spiega che gli 80 miliardi di sussidi a fondo perduto sono in realtà 25, perché dal 2028 dovremo restituirne 55.

Inoltre, tutti i soldi del Recovery Fund sono molto più condizionati del Mes. Infatti, come spiega anche Federico Fubini sul Corriere della Sera, entro il 15 ottobre l’Italia dovrà presentare alla Commissione europea un piano di investimenti in linea anche con le raccomandazioni già fatte dalla Commissione sulle riforme necessarie per l’Italia.

Poi la Commissione Ue avrà due mesi per approvare o respingere il piano presentato dall’Italia, che in ogni caso dovrà poi passare al Consiglio dei ministri finanziari (Ecofin), che dovrà pronunciarsi a maggioranza qualificata (almeno 15 Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione europea).

Ma basterà che una minoranza di almeno 4 Paesi rappresentanti il 35% della popolazione europea non sia convinta e il piano nazionale verrà fermato, anche se la Commissione l’avrà promosso. Ciò, osserva Fubini, “dà senz’altro un potere alla Germania: in quanto Paese più popoloso e con più alleati, il governo di Berlino è il più capace di formare attorno a sé delle minoranze di blocco”.

Ma anche dopo l’approvazione del piano di investimenti, basterà che un solo paese sollevi obiezioni su come stiamo spendendo i soldi, e tutto verrà bloccato. La questione passerà al Consiglio europeo, che avrà tre mesi di tempo e dovrà decidere a maggioranza qualificata. Intanto, tutto resterà sospeso.

In ogni caso, prima che il Recovery Fund possa mettersi in moto occorrerà l’approvazione unanime dei 27 parlamenti nazionali dell’Ue. E se anche un solo parlamento obiettasse su qualche aspetto? E se un parlamento decidesse di indire un referendum? Tutto si bloccherebbe ancor prima di partire.

Ma anche ipotizzando che tutto fili liscio (Commissione, Ecofin, Consiglio europeo, 27 parlamenti nazionali), prima di un anno dal Recovery Fund non uscirà neppure un euro. Forse neppure prima del 2022, perché ormai i paesi frugali hanno acquisito un ruolo politico che faranno pesare, come il Regno Unito prima della Brexit.

Questa è la realtà del Recovery Fund, mentre i problemi reali dell’economia italiana scoppieranno in tutta la loro drammaticità a settembre. Quindi si torna al punto di partenza, cioè ai prestiti del Mes, gli unici subito disponibili.

Ma Giuseppi già sogna la sua ennesima task force. 10, 40 nuovi Arcuri per affrontare il Recovery Fund, nuova emergenza nazionale per garantirsi di restare a Palazzo Chigi dopo l’eroico duello con il barbaro Rutte.

In realtà, come spiega l’economista Mario Baldassarri su Formiche e Avvenire, non serve alcuna task force ma “la responsabilità politica di scegliere cinque temi, fare cinque progetti, presentarli al Parlamento e approvare tutto in tempi rapidi e con una solida maggioranza”. Sanità, Giustizia civile e penale, Pubblica amministrazione, Scuola-università, Piano per il riassetto idrogeologico e le infrastrutture, Ricerca ed innovazione tecnologica con al centro la riconversione ambientale.

Ammesso e non concesso che i soldi del Recovery Fund arrivino nel 2022 e siano concretamente spendibili. Perché il vero problema, al di là degli entusiasmi sulla “storica” vittoria dell’Italia, dall’inizio della pandemia è sempre quello. Tante parole, tanti numeri, ma dopo cinque mesi soldi veri ancora zero.