UE POST BREXIT: IL RE E’ NUDO

Negli ultimi anni, la reazione degli euristi di fronte alla prospettiva della Brexit è stata “Se vogliono andarsene, si accomodino: peggio per loro”. Una reazione di supponenza ribadita ieri dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che non capisce le posizioni di Boris Johnson sui negoziati per regolare le future relazioni tra Regno Unito e Ue, e che comunque fa spallucce dicendo che “se vogliono accontentarsi di soluzioni al ribasso, a noi sta bene”. Insomma, contenti loro contenti tutti. Chi se ne frega.

In realtà a Bruxelles sono consapevoli che con la Brexit si è aperta all’interno dell’Ue quella che il britannico Express definisce una “guerra civile”, il cui terreno di scontro è il prossimo bilancio settennale 2021-2027, che secondo la proposta sul piatto prevederebbe che cinque paesi debbano quasi raddoppiare il loro contributo annuo, per colmare il vuoto di contributo del Regno Unito dopo la Brexit.

Si tratta di Germania, Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia. Il contributo della Germania dovrebbe passare da 16 a 26 miliardi annui, quello dell’Olanda da 4,5 a 8 miliardi, mentre l’Austria dovrebbe raddoppiare il suo contributo attuale per raggiungere i 2 miliardi.

Dopo mesi di negoziati, lo stallo è totale, con i paesi beneficiari della Politica di Coesione europea che invece sostengono la proposta della Commissione Ue secondo cui il bilancio pluriennale dovrebbe corrispondere all’1,1% del Pil dei 27 paesi o addirittura all’1,3% richiesto dal Parlamento europeo. Su questo fronte ci sono Spagna, Portogallo, Grecia, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia.

La Francia, preoccupata di non veder diminuire i contributi Ue alla propria agricoltura sta nel mezzo. Un’ipotesi che si fa strada prevede di affiancare ai contributi degli Stati delle nuove risorse proprie dell’Ue, come quelle che potrebbero derivare da una tassa sulla plastica e dall’imposizione di dazi alle frontiere per quei prodotti fabbricati senza rispettare i limiti di emissioni di CO2 in vigore nell’Ue. Insomma nuove tasse, questa volta europee, in nome dell’ambiente e una Ue protezionista in nome del clima. In realtà solo per fare cassa, per compensare il vuoto britannico.

La realtà post Brexit per la Ue è tutt’altro che rosea, al di là di quel che vorrebbe far credere Ursula von der Lyen, che in realtà non conta perché chi conta sono gli Stati nazionali: è scoppiata la guerra interna ai 27 paesi restanti dell’Ue sui soldi da pagare per stare nel club di Bruxelles. A questo punto ogni singolo Stato è costretto a chiedersi pubblicamente in cambio di cosa deve pagare tanto all’Ue e quali ricadute avranno sulle proprie industrie e sui posti di lavoro dei propri cittadini le nuove tasse Ue che si immaginano. Cosa direbbe l’europeista Emilia Romagna di Bonaccini, con la sua filiera della plastica, di fronte a una tassa imposta al solo fine di rimpinguare le casse Ue?

La Brexit ha sprigionato nel continente il virus della democrazia. Ora si comincia a discutere del quanto, del cosa, del come e del perché di questa Ue. Altro che fischiettare e dire che i problemi ce li ha il Regno Unito di Boris Johnson. Con la Brexit il Re è nudo.