DAVIGO + SARDINA = GHIGLIOTTINA

Al Palazzo di Giustizia di Milano si preannuncia un sabato pirotecnico, dove all’apertura dell’Anno giudiziario il Csm si farà rappresentare da Piercamillo Davigo, reduce da un’intervista a Travaglio in cui ha detto che il gratuito patrocinio ai non abbienti sarebbe da rivedere perché “molti imputati risultano nullatenenti, così lo Stato paga i loro avvocati a pie’ di lista per tutti gli atti compiuti, e quelli compiono più atti possibile per aumentare la parcella”.

“Ha superato il limite”, hanno protestato gli avvocati penalisti di Milano. Le sue esternazioni “negano i fondamenti costituzionali del giusto processo, della presunzione di innocenza e del ruolo dell’avvocato nel processo”, e “diventano inaccettabili se pronunciate da un consigliere del Csm”.

Gli avvocati penalisti hanno quindi chiesto che sabato non sia Davigo a rappresentare il Csm a Milano, suscitando la reazione indignata dello stesso Csm e dell’Anm che hanno denunciato l’inaccettabile tentativo di privare il magistrato del diritto di parola. “Voglia di bavaglio” titola Il Fatto di Travaglio.

E così sabato al Palazzo di Giustizia di Milano Davigo ci sarà e a scortarlo sarà lo stesso ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Davigo e Bonafede, campioni della democrazia giudiziaria uscita da Mani Pulite.

Davigo, magistrato di riferimento per i due maggiori partiti del governo, che hanno espresso gli ultimi due terrificanti ministri della Giustizia. Prima il piddino Andrea Orlando, padre del nuovo Codice antimafia, con il sequestro preventivo di beni, conti e proprietà degli indagati di corruzione. Senza alcuna condanna, ovviamente. Un giudice prima sequestra tutto, poi se ne parla: spetta al cittadino dimostrare la propria innocenza. Intanto, vita e lavoro distrutti. Di quale retaggio ideologico sia figlio un provvedimento del genere l’ha detto lo stesso Orlando: “Io credo che la certezza della proprietà possa essere messa in discussione quando la proprietà è di dubbia provenienza”.

Poi è arrivato il grillino Bonafede a completare l’opera, mettendo il tassello mancante: l’abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, che crea la figura dell’imputato a vita. Tanto, dice, “gli innocenti non finiscono in carcere”. E il Pd lì a sostenerlo. E Davigo (“L’imputato che non rifiuta la prescrizione è un imputato che deve vergognarsi”) a rappresentarli entrambi nel loro realizzare il Governo della Repubblica Giudiziaria.

E ora arriva il partito nuovo, quello strategicamente alleato di Beppe Grillo e del suo pauperismo forcaiolo, che si apre alle Sardine e alla loro voglia di Polizia per ripulire i social dalle idee non “democraticamente sostenibili”. Tipo quello che stiamo scrivendo qui.

Perché quando ci si rivolge a Davigo non ci si deve lasciar andare, ma essere zerbinamente genuflessi come ha fatto Travaglio con le sue impertinenti domande nell’intervista che ha fatto infuriare gli avvocati milanesi e che Piero Sansonetti ha riscritto tali e quali sul Riformista:

1) «Lei che farebbe per abbreviare i processi?» 2) «Non ci sono già?» 3) «Quindi che fare?» 4) «L’avvocatura non ci sente» 5) «Altre soluzioni?». E poi la sesta domanda che davvero è il colpo del kappaò: «Basta così?».

Orlando+Bonafede, Pd+M5S+Sardine, Davigo+Travaglio, shakeri ben bene e il cocktail “La Forca” è servito.