NOI. I COGLIONI FESPE. (Fessi Euristi in Servizio Permanente Effettivo)

Ha cominciato con la tassa sul diesel per salvare il Pianeta, facendo nascere i gilet gialli e scatenandone la furia. E allora fece la prima rapida marcia indietro, che però a nulla servì, perché per un anno le piazze di Francia sono state un fiamme di proteste. Ha proposto la riforma delle pensioni, scatenando più di 40 giorni di scioperi come non se ne vedevano da decenni, che hanno paralizzato il paese. Nuova marcia indietro.

Voleva la web tax per colpire i giganti della Rete e voleva che a farlo fosse la Ue. Ma la Ue non ci è riuscita. E allora ha detto: la farà la Francia. E l’Italia subito dietro alla splendida idea, più europeisti dell’Ue, più macroniani di Macron, più realista del re. Solo che il presidente francese di fronte a Trump che ha annunciato come ritorsione dazi contro champagne, vini e formaggi francesi, ha fatto rapido la terza retromarcia. La web tax rimane, ma non verrà riscossa. E niente dazi.

Rimaniamo noi, splendidi euristi, che in solitudine dal 1° gennaio abbiamo fatto scattare la web tax in Italia. E Trump ci ha fatto subito sapere che ora, sistemata la questione con la Francia, tocca a noi e a possibili dazi sul nostro agroalimentare e il Made in Italy.

Ci comportiamo così da anni. Dal Trattato di Dublino 3, con tutti migranti a carico dell’Italia in cambio di un po’ di flessibilità sul bilancio, e con Macron e tutta l’Europa, che di immigrati non ne vogliono vedere neanche l’ombra e ce li rimandano indietro con le buone o con le cattive, a farci la predica per la nostra disumanità se diciamo che così non va.

L’Italia che fa il Conte 2 per fare la pace con l’Europa e poi viene presa a sberle senza pietà, che si riempie la bocca di Ue e non si accorge dei giochi di chi diceva che si doveva fare un accordo sulla Libia tutti insieme, la Ue con gli Stati Uniti. Poi Angela Merkel fa l’accordo con Putin, Macron fa l’accordo con Haftar che blocca i terminal petroliferi dell’Eni, Sarraj ci lascia per la Turchia, e noi rimaniamo con Di Maio che va a Tunisi, a Istanbul e Al Cairo a fare il voyeur di quel che fanno agli altri e a portare caffè e bibite ai partecipanti alla Conferenza di Berlino, con il patetico Giuseppi che cerca invano un posto in prima fila almeno per una foto.

L’Italia che si riempie la bocca del Green Deal europeo della presidente Ursula von der Leyen. L’Italia che ha sovvenzionato i piani per fotovoltaico ed eolico con una pioggia di miliardi di incentivi scaricati ogni mese sulle nostre bollette, salvo poi scoprire che i soldi del Green Deal di Bruxelles andranno a chi inquina di più, Polonia e Germania in testa. E il nostro ministro Gualtieri, quello indicato e benedetto dalla nuova presidente della Bce Christine Lagarde prima di essere nominato, che timidamente sussurra che forse per l’Italia si può fare di più.

C’è del metodo nel nostro farci del male.