NON SON SOLO CANZONETTE? MARIANNA LANCIA PETIZIONE PER AYAAN, ALAA, MASIH E VIDA SUL PALCO DI SANREMO

Alla fine Rula Jebreal sarà sul palco del Festival di Sanremo, dove farà un monologo sulla violenza contro le donne. Benissimo. Ma allora andiamo oltre, la Rai colga l’occasione per dare voce anche ad altre donne, ad altre storie, anche a punti di vista differenti. Non c’è una sola donna che possa raccontare le donne.

Sarebbe bello che oltre a Rula Jebreal a Sanremo potesse parlare anche Ayaan Hirsi Ali, scrittrice, sceneggiatrice e attivista politica somala naturalizzata olandese. Proveniente da una famiglia di fede islamica, Ayaan Hirsi Ali ha trascorso l’adolescenza tra Somalia, Etiopia, Kenya e Arabia Saudita. Sottoposta a infibulazione a cinque anni e costretta a un matrimonio combinato, nel 1992 ha ottenuto asilo come rifugiata politica in Olanda, dove nel 2000 si è laureata in Scienze politiche, elaborando nel corso degli anni una posizione di aperta critica contro gli estremismi ideologici dell’islamismo. Nel 2003 è stata eletta nel Parlamento olandese come deputato del Partito popolare per la libertà e la democrazia. Nel 2004 ha scritto la sceneggiatura del cortometraggio Submission, potente atto di denuncia contro gli abusi subiti dalle donne islamiche che è costato la vita al suo regista Theo van Gogh, ucciso ad Amsterdam da un fondamentalista islamico. Da allora fu costretta a vivere tra guardie del corpo e automobili blindate, ma i suoi vicini di casa protestarono, perché la sua presenza rendeva pericolosa la vita nel quartiere. Un tribunale olandese diede loro ragione e ordinò ad Ayaan Hirsi Ali di lasciare la sua casa e lei decise di andarsene. A quel punto, nel 2006 si è dimessa da parlamentare e si è trasferita negli Stati Uniti.

La sua testimonianza a Sanremo, accanto a quella di Rula Jebreal, sarebbe importante perché, come ha spiegato nel suo libro “Eretica”, “è mia intenzione mettere a disagio molte persone: non solo i musulmani, ma anche i difensori occidentali dell’Islam. Non lo farò disegnando vignette, voglio invece sfidare secoli di ortodossia religiosa con idee e argomenti che, sono certa, saranno definiti eretici: l’Islam non è una religione di pace.”

Sul palco di Sanremo dovrebbe salire anche Alaa Salah, studentessa ventiduenne di architettura all’Università di Karthoum, diventata il simbolo internazionale della protesta degli ugandesi contro il tiranno. Ribattezzata “Statua della Libertà”, Alaa Salah ha guidato cantando, insieme ad altre sei donne e poi a una folla sempre più numerosa, le proteste che lo scorso aprile hanno portato alla deposizione del presidente dell’Uganda Omar al-Bashir, al potere da trent’anni.

Vida Movahedi

A Sanremo sarebbe giusto che parlasse anche Vida Movahedi, ora libera dopo essere stata condannata in Iran a un anno di galera per essersi tolta l’hijab in pubblico a Teheran, aderendo all’iniziativa di My Stealthy Freedom, il movimento per i diritti delle donne iraniane che manifestano il terzo giorno della settimana a volto scoperto e con i capelli sciolti sulle spalle, sventolando un drappo bianco simbolo del White Wednesday (mercoledì bianco). Un movimento che ha già portato in carcere decine di donne iraniane che si ribellano all’obbligo di indossare il velo.

E sul palco di Sanremo dovrebbe salire anche la promotrice di My Stealthy Freedom, Masih Alinejada, giornalista e attivista iraniana che dal 2009 vive in esilio tra Londra e New York e che afferma: “Voglio dire chiaramente alle politiche occidentali, le turiste o le atlete che vengono nel mio bellissimo Paese e dicono di indossare l’hijab in segno di rispetto per la nostra cultura che definire parte della nostra cultura una legge discriminatoria è un insulto alla nostra nazione.”

E Masih Alinejada potrebbe dar voce anche ad altre tre attiviste iraniane per i diritti delle donne – Yasaman Aryani, sua madre Monireh Arabshahi e Mojgan Keshavar – che lo scorso 31 luglio, mentre erano già in stato di detenzione, sono state condannate dalla Corte rivoluzionaria di Teheran a 55 anni complessivi di carcere, da scontare completamente. La loro colpa è aver donato fiori bianchi in occasione della Festa della donna nella metropolitana di Teheran senza indossare il velo reso obbligatorio dal regime fascista teocratico iraniano. Sono state ritenute colpevoli di aver “incoraggiato e promosso la corruzione togliendosi il velo”, di “propaganda contro lo Stato” e “collusione e assemblea per agire contro la sicurezza nazionale”. Moigan Keshavarz è stata condannata anche per “blasfemia”.

Yasaman Aryani, sua madre Monireh Arabshahi e Mojgan Keshavar

E tutte insieme potrebbero far conoscere a milioni di italiani Nasrin Sotoudeh, famosa avvocatessa iraniana in difesa dei diritti umani, condannata lo scorso marzo a 38 anni di carcere e 148 frustate, dilazionate nel tempo, per “collusione contro la sicurezza nazionale”, “propaganda contro lo Stato”, “istigazione alla corruzione e alla prostituzione”, e per “essere apparsa in pubblico senza hijab”. Premio Sacharov per la libertà di pensiero nel 2012, Nasrin Sotoudeh è rinchiusa nel carcere di Evin dal 13 giugno 2018.

Se a Sanremo non devono essere solo canzonette ma si vuole parlare veramente della condizione delle donne, una sola donna non basta a riassumerle tutte. Oltre a quello che vorrà dire Rula Jebreal, servono anche altre voci. Occorre finalmente avere un minimo di coraggio e togliere il velo alle violenze contro le donne che lottano per la libertà in tutto il mondo, anche nel mondo islamico.