“MERDE”

Cinque anni fa le bacheche di Facebook era tutte un fiorire di “Je suis Charlie”, dopo la strage della redazione del settimanale satirico francese ad opera di terroristi islamici. Rimasero a terra 12 persone mentre i due fratelli Kouachi assassini, uccisi due giorni dopo dalle forze speciali, fuggivano gridando “Abbiamo vendicato il profeta Maometto! Abbiamo ucciso Charlie Hebdo!”.

Dopo arrivarono le altri stragi nel nome di Allah, nei bistrot parigini, al Bataclan, a Nizza, ai mercatini di Natale di Berlino e poi di Strasburgo

Basta guardare le bacheche di oggi su Facebook per capire che Charlie Hebdo è di nuovo solo, come lo era prima di quella strage del 7 gennaio 2016. Perché quei giornalisti e vignettisti fuori dal coro, brutali nel difendere la libertà di parola anche contro le minacce di morte degli islamisti, non sono mai piaciuti ai tanti benpensanti che predicano la contaminazione.

Lo dicono chiaramente la copertina del numero speciale che Charlie Hebdo ha pubblicato in occasione del quinto anniversario della strage, che denuncia le “Nuove dittature” e le “Nuove censure”, e l’editoriale del direttore Laurent Sourisseau, in arte Riss: “Ieri dicevamo ‘merde’ a Dio, all’esercito, alla Chiesa, allo Stato. Oggi, bisogna imparare a dire ‘merde’ alle associazioni tiranniche, alle minoranze narcisistiche, ai bloggers che ci bacchettano come maestrine. Oggi, il politicamente corretto ci impone ortografia di genere, ci sconsiglia di usare parole che potrebbero disturbare”.

 “Ormai siamo obbligati a spiegare ogni disegno, ogni commento”, dice il caporedattore  Gérard Biard. “Siamo condannati a giustificarci sempre. Inoltre, come tutti i media, siamo confrontati a una forma nuova di censura, non istituzionale e difficile da contrastare perché agisce in nome di valori condivisibili come la lotta all’omofobia o al sessismo. Una censura che vieta di riportare delle dichiarazioni o di citare un’opera, un film ma che, così facendo, chiude la porta al dibattito democratico.”

Oggi, sotto il velo della “gentilezza”, domina il pensiero da Sardine, secondo cui un’Autorità Morale dovrebbe poter decidere chi “ha il diritto di parlare ma non di essere ascoltato”. Come a Teheran.

“MERDE !”