UN PRESIDENTE DEL PARLAMENTO EUROPEO DA CACCIARE

Obtorto collo, dopo la sentenza della Corte di giustizia Ue, il presidente senza vergogna del Parlamento europeo David Sassoli (Pd) è stato costretto non solo a revocare il divieto di ingresso ai Palazzi dell’europarlamento che aveva disposto sulle orme del suo predecessore Anonio Tajani (Forza Italia) nei confronti dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont e del suo ex ministro Toni Comin, ma ha dovuto farli entrare come deputati, riconoscendo che il 26 maggio sono stati regolarmente eletti, godono da allora dell’immunità e la Spagna, che ha emesso un mandato d’arresto nei loro confronti, non può imporre loro alcun vincolo, come l’andare a Madrid per giurare sulla Costituzione spagnola facendosi arrestare, prima di entrare in carica.

In Spagna resta invece ancora in carcere, per ora, l’ex-vicepresidente catalano Oriol Junqueras, autore del ricorso giudiziario e anch’egli regolarmente eletto al Parlamento europeo mentre era in carcerazione preventiva, che in ottobre è stato condannato in Spagna a 13 anni di galera e ad altrettanti di privazione dei diritti civili, per aver organizzato il referendum consultivo sull’indipendenza catalana dell’ottobre 2017, represso dalla polizia.

Insomma, ci sono voluti sette messi di calvario perché la montagna a-democratica dell’Unione europea partorisse il topolino del ripristino minimo della normalità democratica per deputati regolarmente eletti. E questo solo per via giudiziaria, grazie ad una sentenza della Corte di giustizia, e non su ricorso del presidente del Parlamento europeo, che come il suo predecessore ha dimostrato di non avere alcun senso del Parlamento e della dignità delle istituzioni, ma grazie all’iniziativa di uno dei deputati i cui diritti sono stati violati, insieme a quelli degli elettori che li hanno eletti a rappresentarli.

Intanto, in tutti questi mesi, i tre seggi degli indipendentisti catalani sono rimasti vacanti, come aveva stabilito la Spagna e come il Parlamento europeo con il suo presidente ha vilmente eseguito. Questo, però, pone un problema. Il Diritto insegna che nelle istituzioni la prima cosa che bisogna garantire è la pienezza del plenum, che invece in questo Parlamento europeo è stato alterato dal 26 maggio in poi, inficiando la legittimità di tutte le decisioni assunte, a cominciare dall’elezione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dei suoi commissari.

“Vi informo che non accetterò richiami al regolamento su questo tema”, ha detto oggi in Aula agli europarlamentari il presidente Sassoli, comunicando di aver dato mandato ai servizi del Parlamento di valutare nei tempi più brevi possibili l’applicazione degli effetti della sentenza della Corte di giustizia sulla composizione del Parlamento.

Il presidente non accetta richiami al regolamento sulla composizione del Parlamento. Se il Parlamento europeo fosse un vero Parlamento si sarebbe sollevato di fronte all’imposizione del silenzio sulla pienezza del proprio plenum e su quanto fatto e non fatto dal suo presidente in questi mesi per affermare il principio base della democrazia e cioè che l’assunzione del mandato parlamentare, immunità compresa, risulta dal voto degli elettori e da null’altro, e scatta immediatamente dopo la proclamazione dell’elezione. Sassoli sa bene che se si discutesse di come non è stato garantito questo principio elementare della democrazia, lui verrebbe cacciato su due piedi.

Perché un vero presidente di un vero Parlamento sarebbe già volato da tempo in Spagna, per consegnare a Oriol Junqueras, in carcere, il suo badge di deputato europeo. David Sassoli, invece, è a Strasburgo a garantire il silenzio.