HAN PERSO IL CONTE

Quelli seri, che non stavano al Papeete, hanno passato luglio e agosto a spiegarci che non si poteva votare in autunno perché c’era da fare la legge di bilancio, a cominciare dalla scadenza del 15 ottobre, data entro cui inviare il Def a Bruxelles. Alla fine, l’unica cosa che i giallorossi del Conte 2 sono riusciti a fare, oltre ad impedire il voto anticipato, è di aver abrogato il parlamento.

Hanno cominciato alla fine di settembre con lo scontro sulla rimodulazione o sterilizzazione dell’Iva. Poi è iniziata la telenovela dell’abolizione del contante, dell’obbligo del Pos e delle multe subito. Poi la plastic tax per salvare il Pianeta e la tassa su merendine e bibite zuccherate per pagare gli insegnanti e farci dimagrire ma non troppo, che se no non ci sarebbero più stati i soldi per gli insegnanti. Poi il bonus bebé, gli asili nido (che non ci sono in gran parte d’Italia) gratis per tutti, il bonus Befana, la tassa sulla fortuna, la tassa sulle auto aziendali, l’eliminazione degli sgravi fiscali ambientalmente dannosi, l’aumento delle marche da bollo per combattere i cambiamento climatici, la riduzione delle partite Iva beneficiarie della flat tax, un po’ di nuovi adempimenti amministrativi per render loro la vita difficile. E via di questo passo. Tasse annunciate, cancellate, rimodulate, rinviate.

Un continuo far di conto, senza riuscire a far tornare i conti. Senza una bussola. Senza un progetto politico. Fino a dover trovare in poche ore 900 milioni per salvare la Popolare di Bari, da cui rischia di sprigionarsi un verminaio.

Due mesi e mezzo fino a stamattina, con la legge di bilancio che approda finalmente in Aula al Senato e il governo che presenta un maxi-emendamento, su cui pone la fiducia. Non si discute. Tutti zitti e votare. Poi alla Camera con il testo del Senato blindato. Zitti e votare. Sotto il ricatto del rischio dell’esercizio provvisorio.

La legge di bilancio è il momento fondamentale di una democrazia, quello in cui il parlamento esercita in misura massima la sua sovranità. Un parlamento che non discute la legge di bilancio e la vota a scatola chiusa non è un parlamento. Ma questo è il parlamento che è vietato sciogliere, dove domina il partito trasversale del mutuo, delle centinaia di parlamentari che mai torneranno su quelle poltrone e che senza lo stipendio da deputato e senatore non saprebbero come pagare il mutuo della casa acceso a condizioni di favore presso la banca di Camera e Senato. E poi quelli senza mutuo, che comunque sanno che lì non torneranno.

“No taxation without representation” era il motto dei coloni inglesi durante la guerra d’indipendenza americana. Ma erano altri tempi. Oggi siamo nelle mani di quelli che dovevano aprire il parlamento come una scatoletta di tonno e si sono fatti anch’essi tonno, chiudendosi bene nella scatoletta insieme ai vecchi tonni, diventati alleati di governo. E intanto le piazze si riempiono di sardine, che contestano l’opposizione, mica il governo. Un governo che zittisce il parlamento sulla legge fondamentale sembra preoccupare solo vecchi romantici della democrazia, apparentemente fuori tempo. Gli altri sono troppo preoccupati della pulizia del linguaggio. Un Paese da rieducare al politicamente corretto, sul cui altare tutto viene cancellato e sacrificato. A cominciare dal parlamento.