ULTIMA SFIDA (Parla Londra – V puntata)

Il 17 ottobre scorso, il Regno Unito e l’Unione europea hanno raggiunto un “reasonable fair outcome” riguardo la Brexit, così come definito dal premier Boris Johnson. L’accordo rispecchia in buona parte quello precedentemente discusso da Theresa May, ma è sulla possibilità di un ‘confine rigido’ tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord – il cosiddetto ‘backstop’ – che è arrivato il punto di svolta.

Attualmente, sia il Regno Unito, sia l’Irlanda del Nord sono parte del mercato unico e dell’unione doganale comunitari, pertanto le merci scambiate tra i due paesi non sono soggette a particolari restrizioni o controlli. Con Brexit, però, detto scenario è destinato a mutare, andando a compromettere la volontà dell’Irlanda del Nord e della Repubblica d’Irlanda di non ritrovarsi con regimi differenti lungo la frontiera. Dopo la bocciatura di un primo backstop esclusivamente per l’Irlanda del Nord, ne è seguita una ancor più netta riguardo la proposta di un backstop per l’intero Regno Unito. Quest’ultima opzione, che ha suscitato ferventi proteste all’interno del ramo conservatore, ha condotto all’annullamento per tre volte consecutive dell’accordo pattuito da Theresa May, la quale ha poi annunciato le proprie dimissioni lo scorso 24 maggio 2019: “I had the opportunity to serve the country I love”.

Lo scorso 2 ottobre, il nuovo primo ministro Johnson ha paventato la possibilità di istituire una zona di regolamentazione unica sull’isola d’Irlanda. Di seguito i punti salienti della proposta.

Dogana. L’intero Regno Unito – Irlanda del Nord compresa – lascerà l’unione doganale dell’UE al termine del periodo di transizione, senza che ciò pregiudichi la stipula di accordi commerciali futuri con altri partner. Legalmente, sarà prevista una frontiera doganale tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda (che rimane allineata alle norme del mercato unico dell’UE), ma saranno soltanto le merci che transitano dal Regno Unito all’Irlanda del Nord ad essere ispezionate, non quelle che dalla Repubblica d’Irlanda si spostano all’Irlanda del Nord.

Merci. L’Irlanda del Nord si atterrà alle norme comunitarie anziché a quelle del Regno Unito nella regolamentazione delle merci. Un’unica zona di regolamentazione insulare eviterà ogni controllo su quelle al confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. In breve, è come se immaginassimo di traslare il confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda nel tratto di mare che divide quest’ultima dalla Gran Bretagna. Dette disposizioni dovranno essere approvate dalla Northern Ireland Assembly ogni 4 anni.

IVA. L’imposta europea non si applicherà più al Regno Unito. Sui beni e non sui servizi ne sarà invece soggetta l’Irlanda del Nord, la quale potrà però godere di aliquote IVA diverse rispetto al resto del Regno Unito (cosa che non sarebbe consentita dal diritto comunitario).

Rimangono invece invariati dall’accordo concluso dalla May il periodo di transizione sino a fine dicembre 2020, entro cui le norme attuali rimangono tali così che sia possibile per Regno Unito e UE negoziare le loro relazioni future, i diritti dei cittadini di residenza, previdenza sociale e libera circolazione e i termini entro cui UK dovrà adempiere ai propri obblighi finanziari verso l’UE.

Questi sono i punti principali contenuti nel Deal che Boris Johnson ha presentato alla Camera bassa del Parlamento lo scorso 19 ottobre. In quello che è stato definito come il ‘Super Saturday’ – era dal 1982 che la House of Commons non si riuniva di sabato -, si sono svolte due votazioni cruciali. La prima, quella sull’emendamento proposto dall’ex conservatore ed ora deputato indipendente Oliver Letwin, nell’intento di trattenere l’approvazione del Deal di Boris Johnson fino a che non sarebbe stata approvata la legge di recesso dall’UE. L’emendamento è passato con 322 voti favorevoli e 306 contrari. Secondariamente, in poche ore il premier Johnson ha vinto la partita sul proprio accordo – votato e approvato da 329 voti favorevoli contro 299 – e perso la sfida della ‘3-days timetable’, con la quale si sarebbe dovuto approvare in toto il nuovo Deal dall’intera House of Commons. I membri del Parlamento hanno però votato contro tale tempistica, perché ritenuta insufficiente per un adeguato vaglio del testo.

In questo scenario, non avendo ricevuto approvazione al proprio accordo entro il 19 ottobre, il Primo Ministro è stato costretto per legge dal cosiddetto ‘Benn Act’, approvato lo scorso settembre, a richiedere all’Unione europea un ulteriore rinvio di Brexit. Nello stesso giorno, Boris Johnson ha quindi inviato, tramite lettera da lui non firmata, una richiesta di proroga a Bruxelles per la Brexit. Lunedì 28 ottobre, l’UE ha concesso tale ‘flextension’, così come definita dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, sino al 31 gennaio 2020. Si tratta di un rinvio flessibile, che consentirà comunque alla Gran Bretagna di uscire dall’Unione prima di tale data, previa approvazione del Parlamento.

Il 29 ottobre, con 438 voti favorevoli e 20 contrari, i membri della House of Commons hanno appoggiato la richiesta di elezioni anticipate avanzata da Boris Johnson, dopo che quest’ultimo aveva incassato tre rifiuti consecutivi. Con la seguente e necessaria approvazione della House of Lords e il Royal assent della regina tramite il Early Parliamentary General Election Act 2019, il 12 dicembre il Regno Unito tornerà alle urne – è dal 1923 che non si tengono elezioni nell’ultimo mese dell’anno. Mentre il primo ministro Johnson ha affermato che “it was time for the country to come together to get Brexit done”, il leader del partito laburista, Jeremy Corbyn, ha definito queste elezioni quali “a once-in-a-generation chance to transform our country”.

Questo l’iter formale. Quanto invece al dato politico una prima cosa va sottolineata: il dibattito parlamentare sul Deal stretto da Boris Johnson ha avuto poco a che fare con lo scontro tra europeisti ed occidentalisti (perché in UK il sovranismo è mondialismo e non autarchia). Anzi, il progetto del Primo Ministro ha subìto uno stallo dovuto ai mancati voti del partito unionista Nord Irlandese, il quale ha lamentato un’eccessiva attrazione del territorio rappresentato all’EU. A stoppare il percorso Johnsoniano sono stati dunque degli anti-Euro; questo è il primo dato che i nazionalisti euristi debbono digerire.

Il resto è schermaglia e strategia da sondaggi, i quali però paiono rappresentare la costante prevalenza del sentimento pro-Brexit differentemente declinato.

Da febbraio ad ottobre si è registrato il seguente andamento. Almeno fino a maggio Tory al 40%, Labour al 35%, Lib Dem al 10% e Brexit Party su percentuali più basse. Con l’approssimarsi della data prevista per la Brexit (quella in allora stabilita) e delle elezioni europee, si assiste ad un calo vertiginoso dei due principali partiti ed al correlativo aumento di consenso per i rivali, con Lib Dem, che si avvicina ai Labour lambendo il 20% e Brexit Party che addirittura si appaia ai Tory, superando il 20% intorno a giugno. Alle europee di maggio il risultato del Brexit Party fu straordinario: oltre il 30%.

Da maggio ad ottobre, dicono i sondaggi, Labour e Lib Dem si sono stabilizzati viaggiando paralleli: i primi intorno al 25%, i secondi intorno al 20%. Nel frattempo, con BoJo e la sua politica sulla Brexit, i Tory hanno ripreso quota sino al 35%, a scapito di Brexit Party che è tornato poco sopra il 10%.

Sondaggi che lasciano l’immagine di un popolo serio, che premia la coerenza. Hanno compreso che uscire ha più vantaggi che svantaggi, ma bisogna farlo in ‘stile BoJo’; quest’ultimo, in fondo, ha concluso un accordo estremamente conciliante e rivolto al mondo. Di certo, una larga fetta di elettori non guarda agli indecisi Labour, perfetti democratici contemporanei, o all’estremismo Farageiano.

Ed è proprio questa rimonta di Boris su Nigel che attualmente sta ostacolando il patto di desistenza annunciato tra i due. Secondo YOUGOV, negli ultimi giorni i Tory avrebbero guadagnato altri tre punti percentuali sui Brexiteers estremi. Da che Farage annunciava con Trump che l’alleanza con i Tory li avrebbe resi “unstoppable”, si giunge all’intervista al Sunday Times nella quale dice “non mi faccio comprare” e “il Deal di Boris Johnson è un tradimento per oltre 17 milioni di votanti”. Tanta tattica probabilmente: ognuno cerchi di prendere più voti che può, un po’ di desistenza in certi collegi e poi insieme dopo.

Più unito appare il fronte anti Brexit, anche grazie al lavoro dell’associazione “Unite to remain”, finanziata dal magnate Julian Dunkerton. Più unito, ma con meno consenso: c’è chi dice siano sotto di sette-otto punti percentuali (YOUGOV e ORB International), chi, addirittura, di oltre 15% (OPINIUM).

Queste la situazione fotografata dai sondaggisti d’oltremanica: fronte Brexit-conservatore in vantaggio, ma in uno scenario volatile. Cosa accadrà dopo le elezioni dipende dall’alchimia che si creerà tra i principali partiti, i quali hanno espresso il seguente programma in materia di Brexit.

CONSERVATIVES – 288 parlamentari

Portare a termine il Deal così come concordato ed approvato dal Parlamento.

LABOUR – 244 parlamentari

Rinegoziare il Deal ed indire un nuovo referendum che permetta ai cittadini di scegliere tra una “credibile” uscita o il rimanere nei confini europei.

SNP (Scozzese) – 35 parlamentari

Rimanere in Europa, indire un nuovo referendum.

LIB DEM – 19 parlamentari

Cancellare la Brexit con legge (peccato che vi siano norme sovraordinate che legano UK a EU).

DUP (Nordirlandese) – 10 parlamentari

Procedere con la Brexit, ma con un diverso Deal

BREXIT PARTY  – non ha parlamentari, ma ne avrà nel prossimo Parlamento

Procedere con Brexit senza accordo.

Una cosa è certa, cosa vogliano i Labour si capisce poco: dirsi contro Brexit no perché molti collegi red sono pro-brexit (infatti, il Deal di Boris è passato con 19 loro voti); dirsi pro-Brexit no perché fa tanto “pescatore gallese per carità”. Soluzioni nessuna: lasciare tutto in mano agli elettori, che hanno già votato e che sono stufi di una saga che crea l’unico vero problema per l’economia del paese: l’incertezza. Al di là delle alleanze, forse è questo il dato che alla fine peserà sulle possibilità di successo della formazione progressista.

Spiace essere monotoni, ma ancora una volta viene da dire che tutto il mondo (sedicente democratico) è paese, e che l’Europa ogni giorno si entropizza tra spinte, contrapposte ed ineluttabili, di Occidente ed Oriente. E chi lo ha capito, ha già cominciato la corsa per collocarsi dalla parte giusta. Chi lo ha capito.

#chilohacapito

#dallapartegiusta

Fabio Ghiberti e Davide Tedesco

Fabio Ghiberti – Avvocato, membro dell’Osservatorio Corte Costituzionale dell’Unione delle Camere Penali, membro del consiglio direttivo dell’associazione politica LA Marianna, membro del consiglio direttivo dell’associazione scientifica BUSINESSJUS, consigliere di amministrazione della INCONTRO SOCIETÀ EDITRICE S.R.L.

Davide Tedesco – Laureato in Scienze Internazionali dello Sviluppo e della Cooperazione dell’Università di Torino, sta terminando il percorso magistrale in European Legal Studies. Dal 2015, direttore di MSOI thePost, la rivista online di affari internazionali di MSOI Torino.