NUOVA REPUBBLICA . SE LEGA E PD….

“La Prima Repubblica non è finita il 27 marzo 1994 con la vittoria di Silvio Berlusconi: è finita domenica sera a Perugia. Finisce adesso. Perché solo adesso, solo domenica sera, sembra essersi esaurita ogni possibilità di sopravvivenza e di adattamento di ciò che in un modo o nell’altro apparteneva ancora al passato.” Così scrive Ernesto Galli della Loggia in un interessante editoriale sul Corriere della Sera,

Quella che è stata chiamata Seconda Repubblica è stata di fatto un proseguimento della Prima Repubblica, con Forza Italia che si è fatta erede del pentapartito e dall’altra parte con l’Ulivo prima e il Pd poi, che hanno tentato la fusione a freddo del vecchio Pci, poi Pds, e della sinistra Dc. In mezzo è nato fragorosamente il M5S, la cui repentina ascesa e il precipizio successivo ricordano molto da vicino la parabola dell’Uomo Qualunque nel 1944-46.

Con il voto di domenica in Umbria, scrive Galli della Loggia, “Forza Italia è consegnata alla storia una volta per sempre” e “sembra definitivamente tramontata ogni possibilità di rivitalizzare quel blocco cattolico-postcomunista, erede della vecchia accoppiata Dc-Pci”. “Così pure si è rivelata impossibile la rivitalizzazione del blocco cattolico-postcomunista mediante l’alleanza con i 5 Stelle”.

Sin qui Galli della Loggia, che sottolinea come “stiamo vivendo una drammatica fase di rifondazione del nostro sistema politico, un vero e proprio passaggio di fase storica”.

E in effetti, i Cinquestelle versano in una crisi gravissima, con la sindaca di Imola che dice che il Movimento è finito con la morte di Gianroberto Casaleggio. Sul fronte Pd si pensa addirittura ad un cambio di nome, certificando il fallimento del sogno veltroniano. Ma a questa crisi di decrescita di Pd e M5S corrisponde una crisi di crescita della Lega, che è anch’essa crisi perché la obbliga a dare delle risposte e a reinventarsi.

Per dare uno sbocco positivo e non disperato sull’onda della crisi sociale e del degrado, è necessario evitare il rischio di deriva peronista rappresentato da un sistema elettorale proporzionale, che in presenza di partiti deboli esporrebbe il Paese a una situazione di confusione senza fine e adi dissoluzione.

La sfida che ha di fronte il Pd non è tanto quella di fare un congresso, di riorganizzarsi e magari cambiare nome, ma di fare propria una riforma elettorale per un sistema maggioritario uninominale, facendo propria la proposta referendaria presentata dalle Regioni. È questo l’unico sbocco possibile per rifondare davvero il sistema politico e la Repubblica, dopo la morte della Prima e della cosiddetta Seconda.