ORMAI SI EMIGRA. 2 MILIONI IN UN DECENNIO

Tra il 2006 e il 2018, sono 2,2 milioni gli italiani che sono emigrati e hanno trasferito la residenza all’estero.  Complessivamente si è passati dai 3,1 milioni di italiani all’estero registrati nel 2006 ai 5,1 milioni nel 2018. Nell’ultimo anno sono 123.193 quelli che hanno deciso di trasferire la residenza all’estero. E la quota di giovani è significativamente in aumento: quelli tra i 18 e i 34 anni sono il 40,6% e i giovani adulti tra i 35 e i 49 anni sono il 24,3%. Nel 19% dei casi si tratta di minorenni, il che indica come siano interi nuclei famigliari a espatriare. E il grado di istruzione di chi se ne va è più alto rispetto al passato: il 34,6% ha la licenza media, il 34,8% è diplomato e il 30% è laureato. La meta preferita è il Regno Unito, seguito dalla Germania.

I dati sono stati forniti oggi dalla Fondazione Migrantes, organismo della Conferenza episcopale italiana, che nel suo rapporto denuncia come continui “la dispersione del grande patrimonio umano giovanile italiano. Capacità e competenze che, invece di essere impegnate per il progresso e l’innovazione dell’Italia, vengono disperse a favore di altre realtà nazionali che, più lungimiranti del nostro Paese, le attirano a sé, investono su di esse e le rendono fruttuose al meglio, trasformandole in protagoniste dei processi di crescita e di miglioramento. Questo clima di fiducia rende i giovani (e i giovani adulti) espatriati italiani sempre più affezionati alle realtà estere che li valorizzano e li rendono attivi sostenendo le loro idee e assecondando le loro passioni”.

E il rapporto di Migrantes sottolinea come l’espatrio non si possa assimilare alla fuga di cervelli visto, che “il 60% circa di chi vive all’estero non ha la laurea”.

Ma nel corso degli ultimi anni la politica, oltre che non far nulla, è riuscita solo a insultare i giovani e meno giovani che non riescono a trovare lavoro in Italia e alla fine se possono se ne vanno. Si è cominciato con quella che poi è diventata la vulgata secondo cui abbiamo bisogno degli immigrati per fare i lavori che i nostri connazionali non vogliono più fare. In mezzo ci fu il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa che nel 2007 disse in parlamento: “Mandiamo i bamboccioni fuori di casa”. Nel 2012 arrivò il ministro del Lavoro Elsa Fornero che invitò i giovani a “non essere troppo choosy (schizzinosi, ndr) nella ricerca del primo impiego”. L’anno dopo fu il suo successore a quel ministero, Enrico Giovannini, che definì gli italiani un popolo “poco occupabile”, che “non costituisce capitale umano su cui investire”.

Queste sono le “carezze” che sono arrivate ai giovani e non giovani in difficoltà, mentre nulla si è fatto per rendere l’Italia un paese dove tutto è difficile, macchinoso, incerto, precario, soprattutto al Sud e nelle zone periferiche. L’unica risposta è stata l’Abolizione della Povertà con il Reddito di cittadinanza.

Se calcoliamo che intorno a ciascuna dei 2,2 milioni di persone che dal 2006 al 2018 hanno trasferito la residenza all’estero ce ne sono almeno altre sei (genitori, fratelli, sorelle, zii e zie) che stanno intorno a loro e che del loro esserne andati parlano in famiglia, ci si rende conto che questo è un fenomeno di cui discutono almeno 12 milioni di persone da anni. Ma non la politica, non l’informazione dei giornali e dei talk show, tutti ripiegati sull’ombelico delle piccole beghe quotidiane del mondo politico. Un’incapacità totale di leggere il paese, i suoi fenomeni e problemi profondi, che dura da troppi anni. Fino a che poi arriva il 4 marzo 2018 e tutte le previsioni di giornalisti, osservatori e politologi franano travolte da una realtà a loro sconosciuta. E d’improvviso scoprono un paese “mostruoso”.

Basta vedere la giornata di oggi, dove la notizia del giorno del pensiero unico conformista pare essere la fotografia dell’allegra brigata giallorossa in Umbria. Orgasmo mediatico collettivo. E gli italiani se ne vanno a centinaia di migliaia l’anno. Perché a quelli che trasferiscono la residenza all’estero vanno aggiunti quelli, non quantificabili, che emigrano mantenendo la residenza in Italia e che costituiscono una platea socialmente ancora più instabile e precaria rispetto a chi decide di trasferire la residenza all’estero. E nessuno sembra accorgersene, nessuno se ne occupa, nessuno fa nulla per cambiare un Paese in costante declino, in cui è ormai difficile vivere.