UN PETROLIO DELLA MADONNA

Per più di un anno il Vaticano ha valutato se investire 200 milioni di dollari in una società dell’Angola, la Falcon Oil del finanziere africano Antonio Mosquito, che ha il 5% dei diritti per costruire una piattaforma petrolifera offshore con Eni e la statale angolana Sonangol al largo delle coste del Paese africano. Alla fine, visti i rischi legati alle variazioni di prezzo del greggio, il Vaticano ha preferito investire nell’acquisto di un palazzo nel centro di Londra.

Come rivela L’Espresso sulla base dei documenti dei pm della Santa Sede, il tutto con i fondi extrabilancio dell’Obolo di San Pietro, pari a circa 650 milioni di euro, gestiti dalla Segreteria di Stato. 650 milioni “derivanti in massima parte dalle donazioni ricevute dal Santo Padre per opere di carità e per il sostentamento della Curia Romana”. Il cosiddetto Obolo di San Pietro, che il Vaticano invece di girare ai poveri e ai bisognosi investe in spericolate operazioni speculative.

Il Vaticano è fatto così: da una parte la Segreteria di Stato valuta se investire nelle piattaforme petrolifere in Africa, dall’altra papa Francesco scrive «Laudato si’», la sua enciclica sull’ecologia integrale, che è diventata il Manifesto degli ambientalisti politicamente corretti, agitata come una volta il Libretto Rosso di Mao Tse-tung.

Insomma, una moderna interpretazione dell’insegnamento evangelico “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”. (Matteo 6,1-6.16-18)

Le carte petrolifere del Vaticano – entrate in un’inchiesta dei pm d’Oltre Tevere per corruzione, peculato e truffa – erano ancora segrete il 14 giugno scorso quando Francesco convocò in udienza in Vaticano i vertici delle compagnie petrolifere mondiali per parlare loro sul tema “La transizione energetica e la tutela della casa comune” e chiedendo “costante impegno a lavorare insieme in uno spirito di solidarietà al fine di promuovere passi concreti per la tutela del nostro pianeta”.

E sempre in tema di “passi concreti” e fondi extrabilancio da mettere in chiaro, sarebbe ora che i porporati vaticani, a cominciare dal loro capo, racimolassero e consegnassero velocemente allo Stato italiano i 5 miliardi dovuti per l’Ici non versata dagli immobili commerciali della Chiesa tra il 2006 e il 2011.

E sarebbe ora che il nostro governo, invece di inventarsi una tassa al giorno per punire e rendere la vita difficile a quanti più cittadini possibile, trovasse il coraggio di disturbare Sua Santità. Non è un optional, glielo ha ingiunto ormai da quasi un anno la Corte di giustizia europea.

Forza Giuseppi, fai vedere che tu gli evasori fiscali li combatti a muso duro. Tira fuori l’immaginetta e attraversa il Tevere. Vedrai che Padre Pio ti proteggerà dalle ira vaticane. Qui sono in ballo 5 miliardi. Nostri.