IL TORTELLINO DI FRANCESCO

Ci sono importanti ragioni per continuare a ragionare intorno alla decisione di bandire la carne di maiale dalla preparazione dei tortellini in occasione della festa del santo patrono di Bologna, che riguardano alcuni decisivi indirizzi di fondo della Chiesa cattolica, scrive oggi sul Corriere Ernesto Galli della Loggia, che osserva preliminarmente come la Curia bolognese non abbia mai avuto questa preoccupazione di “accoglienza” nei confronti degli ebrei, sparuta minoranza, mentre se la pone verso i musulmani, presenza numerosa e che a livello mondiale ha una notevole capacità di pressione, anche finanziaria, e di minaccia.

In gioco c’è molto di più della rinuncia al maiale nel tortellino. “È la tendenza, ormai avvertibile per mille segni, a confondere l’universale con l’indistinto. A interpretare l’intima vocazione del cattolicesimo verso il mondo, la sua storica indole missionaria ad accogliere tutto il mondo dentro di sé, come equivalente alla necessità di confondersi con il mondo stesso, di recepirne esigenze, prospettive, lessico, punti di vista”.

Insomma, c’è una chiesa che annacqua tutti i suoi tratti distintivi pur di inseguire il mondo del politicamente corretto, perdendo ogni forza di messaggio proprio. L’aspetto del sacro, che dovrebbe caratterizzare il messaggio della Chiesa, viene a tal punto annacquato da sparire, per finire nel discorso puramente politico.

Ne ha fornito ieri un esempio eclatante l’arcivescovo di Monreale, Michele Pennisi, che è intervenuto nella polemica sul crocifisso a scuola, sostenendo che toglierlo “servirebbe solo ad aiutare il leader della Lega Matteo Salvini. Quel partito utilizzerebbe la vicenda per la sua battaglia contro il governo che, oltre ad aumentare le tasse, urterebbe la sensibilità di gran parte degli italiani”. Argomentazioni più adatte a Lilli Gruber e al suo salotto che a un arcivescovo e alla sua Chiesa.

È solo l’arcivescovo di Monreale, potrebbe obiettare qualcuno: non ingigantiamo. Ma anche a San Pietro sono affacendati in ben altro che in pensieri religiosi.

«Come spiegheremo ai fedeli che il Vaticano di Papa Francesco abbia un edificio di lusso a Sloane Square, nel cuore di uno dei quartieri più costosi di Londra, sul quale sono stati investiti avventurosamente duecento milioni di euro?». È questa, racconta il Corriere, la domanda che circola senza risposta al di là del Tevere dopo lo scoppio del nuovo scandalo che certifica il fallimento delle riforme finanziarie annunciate da Bergoglio e mai realizzate a sei anni dalla sua elezione. “Abortite”, sintetizza un cardinale a lui vicino. Intanto, due alti dirigenti e tre impiegati del Vaticano sono stati «sospesi cautelativamente dal servizio» e tra questi Tommaso di Ruzza, direttore dell’Autorità vaticana che dovrebbe vigilare su trasparenza e antiriciclaggio. Oltre che a Londra, si parla di palazzi anche a Parigi e di un uso maldestro di fondi destinati in teoria a opere benefiche, con il coinvolgimento di alti prelati. In Vaticano è l’eterno ritorno del sempre uguale.

In tutto questo, oggi il nostro ministro dell’Economia Gualtieri ha detto che mancano 14 miliardi per la manovra. Ecco, potrebbe fare un salto in Vaticano e andare a riscuotere finalmente i cinque miliardi di Ici arretrata e non versata dalla Chiesa, come gli ha ingiunto di fare la Corte di giustizia dell’Unione europea. Sicuramene, vendendo qualche palazzo a Londra e a Parigi e mettendo ordine nelle malversazioni vaticane, Bergoglio non dovrebbe faticare a trovarli.