IL GENTILINO DI BERLINO

Adesso è ufficiale. La profezia del ministro tedesco Oettinger si è avverata: “Quando il nuovo governo italiano entrerà in carica lo sapremo ricompensare”. Ecco, la ricompensa è arrivata, anche se un po’ pelosa e molto interessata.
Sino a un anno fa la sola idea di un italiano Commissario agli Affari Economici circolava nelle cancellerie europee come la barzelletta che ipotizzava Giacomo Casanova posto a guardia di un collegio di giovani vergini immacolate. Un’ipotesi grottesca insomma, una scelta confinata nell’irrealtà. E invece oggi, con la nomina di Paolo Gentiloni in quella casella così cruciale per i conti pubblici, tutto diventa reale e tutto appare più chiaro.

Appare chiaro, intanto, che il dire che questo governo sia stato confezionato a Berlino corrisponde non a una maliziosa supposizione ma alla verità nuda e cruda. La cancelleria della Grande Coalizione – persa la maggioranza in Germania e in attesa di essere formalmente sloggiata dal Bundestag – ha dapprima contrattato con il PD e i Grillini l’elezione di Ursula Von der Leyen alla guida della Commissione, poi ha cucinato il ribaltone di maggioranza non solo a Bruxelles ma anche a Roma , infine ha messo a punto il baratto finale. Un italiano agli Affari Economici con un unico scopo: decretare la fine del Patto di Stabilità divenuto ormai insostenibile non per la stremata economia di Atene o la precaria condizione dei conti pubblici italiani , ma proprio per l’ex locomotiva tedesca, ferma da mesi sui binari e bisognosa di urgente riparazione .

Ecco perchè – esattamente come nei giorni del Governo Monti – gli italiani devono ancora una volta avere un governo minoritario nel loro Paese e possono solo guardarsi allo specchio ripetendosi che “Anche per oggi non si vota”.
Berlino non voleva . E voleva Gentiloni, o meglio Gentilino che con Berlino fa rima ancor meglio.

Lui, il neo commissario, potrà raccontarne un’altra, di barzelletta. Insomma potrà provare a balbettare che “grazie all’Italia l’Europa cambia marcia” e dice addio al Patto stupido di una Stabilità che da Atene a Londra, da Roma a Helsinki, nessuno ha visto. E chissà chi gli crederà. Forse solo chi non ha compreso che il buco senza fondo di Deutsche Bank – la crisi finanziaria più grave dai tempi di Lehman Brothers – la recessione ormai conclamata, l’export falcidiato, la fiducia ai minimi storici e i consumi sempre più contratti , ha obbligato la Germania a inventarsi il Gentilino.

Un re travicello per la bisogna, visto che non potevano essere nè Angela Merkel nè Ursula Von der Layen a proclamare la fine di quella che fu la colonna portante dell’Economia UE, pena il vedere ulteriormente sprofondare i consensi di una Grande Coalizione fattasi ormai piccina piccina , alta come il Gentilino, il neocommissario utile a Berlino.