“PARLA LONDRA”. Prima Puntata (di Fabio Ghiberti)

La vulgata eurista o scarsamente informata vuole che gli Inglesi siano in preda al panico per la Brexit e che adesso stiano facendo di tutto per evitarla avendone compresa la disastrosa portata economica. Altri riducono la spinta autonomistica (se di autonomismo si tratta) a mero sovranismo d’oltremanica pericoloso ed ignorante.

La situazione, vista dal vero e seguita quotidianamente sui media inglesi appare molto diversa.

In primo luogo la battaglia parlamentare che infuria da qualche giorno non ha mai avuto per un attimo ad oggetto le conseguenze della eventuale Brexit; non se ne occupa il parlamento, non se ne occupano i giornali, non se ne occupa la gente nei bar. La discussione avviene, quantomeno in superficie (ma in Inghilterra la superficie conta), tra chi vuole l’uscita con accordo e chi la vuole senza accordo. Tra chi, come Boris Johnson vuole trattare da una posizione di forza, minacciando il “no deal”, e chi invece non ha il coraggio di scontrarsi così frontalmente con Bruxelles. Il tutto condito da una buona dose di lotte e regolamenti di conti, soprattutto interni ai partiti, che poco hanno a che fare con il tema dell’uscita dall’Unione Europea.

Quanto invece agli scenari in caso di eventuale exit, apocalittici secondo le analisi che leggiamo in continente, si sa poco e se ne occupano poco sia i giornali, che i politici. Si va da un recente report della Bank of England, nel quale si spiega che ci sarebbe già un accordo con il porto di Calais quanto alle merci e con la BCE quanto ai mercati finanziari, ad una più risalente analisi dell’OBR (Officer for Budget Responsibility) un po’ meno tranquillizzante e che prospetta un impegno annuo di 30 miliardi di sterline per sostenere l’Inghilterra nel dopo Brexit.

Precisa il Times, che non a caso se ne occupa poco, che le analisi sono tutte poco accurate e credibili e ricorda di quando il Tesoro stimò che, in caso di vittoria di un voto “pro-brexit” al referendum, si sarebbero persi 820.000 posti di lavoro: ebbene, a distanza di tre anni il livello di occupazione in Inghilterra ha raggiunto livelli record. L’esatto contrario.

L’impressione generale è che non sia chiaro a nessuno cosa significhi “Brexit” nel medio-lungo periodo e che la cosa non desti particolari parossismi: il paese è democratico, forte e sa guardare al mondo intero. Quel che è certo è che essa è uno dei tanti frutti avvelenati che nascono dall’albero di questa Europa Unita. Un frutto che è prosperato per via delle politiche di immigrazione incontrollata, dell’assenza di democrazia e di crescita, del decisionismo dell’asse Franco-Tedesco, che un grande paese come l’Inghilterra non può tollerare. La frittata va senz’altro rigirata: quando il miglior allievo abbandona la scuola, sono il preside, i professori ed i compagni a dover riflettere sul perché ciò sia avvenuto. E allo stesso modo dovrebbero riflettere sulle sorti di quelli rimasti indietro. Perché la scuola-EU fa scappare i bravi e distrugge i più deboli. Bella scuola. Una metafora per dire che Brexit non è sovranismo, è semmai il contrario. È voglia di Occidente, da San Francisco a Tel Aviv, di scelte veloci per l’economia, di democrazia. Voglia di contare. Sì, di contare, perché l’espresso Berlino-Parigi ha una tratta troppo corta. Non a caso, in questi giorni, a parlare di Medioriente, di Iran e di nucleare in Israele c’è Boris Johnson, da solo, non c’è l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. C’è Boris a parlare, perché UK conta, EU no.

Ci si sofferma sempre su cosa succede o succederebbe stando fuori Europa, e certo non sono mai belle cose, ma poco su quello che succede facendone parte. Si pensi alla tragedia della Grecia o ai sovranismi-populismi insorti contro quei parametri imposti da Bruxelles, che oggi, a distanza di decenni, la Germania stessa scopre essere buoni per controllare l’inflazione, ma non per la crescita. Ammesso che l’inflazione non sia una cosa buona essa stessa. Si pensi a ciò che sta capitando nella stessa Inghilterra, nella quale, i rapporti con l’Europa hanno radicalizzato il confronto interno e trasformato Labour e Tory in due partiti “extreme” o “very extreme”. Il Times rivela che, secondo un sondaggio di YOUGOV, il 52% degli aventi diritto al voto considera la formazione progressista come estremista e il 24 % come molto estremista; per i conservatori le percentuali sono un po’ più contenute e si attestano sul 46% e sul 16%.  In effetti i Laburisti sono passati da Blair, un socialdemocratico di mercato, a Corbyn, un semi marxista, e nel paese si è fatto largo spazio Nigel Farage con il suo Brexit Party, il quale coglie voti nel terreno Tory costringendo questi ultimi a qualche forzatura per non perdere terreno. Si pensi altresì alle lievi incrinature che si registrano nella più antica e grande democrazia del mondo quando si discute di Europa: con da una parte Johnson che sospende il parlamento (tutto legittimo) e purga i dissenzienti e dall’altra gli oppositori che non votano la sfiducia perché hanno paura delle elezioni generali. Si guardi alla Francia ed ai suoi gilet gialli e alla Germania che deve fare i conti con la mega-banca fallita, l’economia in calo e l’estrema destra che avanza. Da noi, sarà meglio sarà peggio, ma c’è un governo che perderebbe le elezioni di certo contro il partito sovranista. Qualcosa vorrà pur dire tutto ciò.

Nessuno sa se ci sarà Brexit e dove porterà, ma essa è un buon viatico per riflettere se abbia senso un luogo come questa Unione Europea: con un parlamento che non conta, senza una vera banca centrale, senza esercito, senza politica estera e peso internazionale, senza solidarietà. Un luogo nel quale i più deboli muoiono, i più bravi se ne vogliono andare, e nella terra di mezzo, la nostra, si veleggia verso un declino irrefutabile.

L’Europa probabilmente serve, anche all’Inghilterra, ma tutta un’altra Europa.

#tuttaunaltraeuropa.

Fabio Ghiberti