RADIO LONDRA – GIUSEPPE CONTE O BORIS JOHNSON: QUAL È LA PIÙ PORCATA DEL REAME?

“Un intollerabile tentativo di mettere a tacere il Parlamento”, ha titolato il Financial Times, secondo il quale “Alla sede della democrazia britannica, a lungo ammirata in tutto il mondo, è negata la possibilità di esprimersi su una delle questioni più importanti che ha dovuto affrontare il paese in più di quattro decenni”.

Per il Guardian, invece, “Questo è un cinico e premeditato colpo contro il principio della democrazia parlamentare, ma non è una sovversione totale dell’ordine costituzionale alla pari di un golpe militare”.

E in Italia è tutto un coro di scandalizzati difensori della democrazia britannica e dei suoi diritti calpestati da Boris Johnson – così simile a Donald Trump e a Matteo Salvini – proprio mentre da noi sta avvenendo una cosa mai vista in alcuna democrazia parlamentare e cioè un Capo del Governo che mentre è ancora in carica per gli affari correnti viene incaricato di formare un altro governo con i suoi oppositori, dichiarandosi pronto a guidare una politica opposta a quella sinora adottata sotto la sua guida e responsabilità. Il tutto per impedire che gli italiani siano chiamati a votare in libere e democratiche elezioni.

Dall’alto di questa scuola democratica, in Italia si riassume la richiesta avanzata dal Premier Boris Johnson alla Regina, e da questa accordata, come la “chiusura del Parlamento”. Ma in realtà cosa sta succedendo in Gran Bretagna? Proviamo a vederlo, con lo spazio necessario a capire, senza cedere alla brevità degli slogan da social. Chi ha fretta può fermarsi qui e gridare al golpismo e al fascismo che va bloccato in Gran Bretagna, dopo che con la resistenza agostana è stato sconfitto in Italia.

Come spiega bene Il Post, la questione è piuttosto complicata, anche per la particolarità della Costituzione britannica, che non è una Costituzione codificata in un unico documento: è piuttosto un insieme di statuti, trattati e decisioni giuridiche, ma anche di norme consuetudinarie e prerogative reali, che lasciano ampio spazio a interpretazioni e forzature.

Tanto è vero che il ricorso presentato al Tribunale di Edimburgo dall’ex Premier conservatore John Major contro la decisione di Boris Johnson è stato respinto oggi dalla Corte scozzese.

Anzitutto c’è da capire cosa sia la sospensione del Parlamento, che ha un nome preciso: si chiama “proroguing” e non è una pratica eccezionale nella politica britannica.

La sospensione, che serve per ravvivare l’attività del Parlamento, è quel periodo di tempo compreso tra la fine di una sessione parlamentare e l’inizio di un’altra. Solitamente si tiene una volta all’anno, verso aprile o maggio, anche se non c’è una data precisa e nemmeno l’obbligo di rispettare la cadenza dei 12 mesi: prevede il blocco delle attività parlamentari e la cancellazione di tutte le leggi che non hanno completato il loro iter parlamentare (con qualche eccezione). Termina con la cerimonia di apertura della nuova sessione, la cui parte principale è occupata dal Queen’s Speech, il discorso della Regina, che però è scritto dal governo in carica ed è una specie di presentazione delle politiche che il primo ministro ha intenzione di portare avanti durante l’anno successivo. In passato la durata della sospensione – cioè la questione al centro del dibattito di questi giorni – è stata variabile, ma da più di 70 anni inferiore alle cinque settimane chieste da Boris Johnson. Nel 2016, per esempio, il Parlamento rimase chiuso per quattro giorni feriali, nel 2014 per 13. Quest’anno i giorni feriali di chiusura saranno 23.

Inoltre, il governo britannico fa osservare che nel Regno Unito è consuetudine che i lavori parlamentari vengano sospesi all’insediamento di un nuovo governo, e Johnson ha preso il posto dell’ex prima ministra Theresa May poco prima della chiusura estiva del Parlamento. Secondo, perché l’attuale sessione parlamentare dura dal giugno 2017 ed è la più lunga nel paese negli ultimi 400 anni.

Boris Johnson ha chiesto e ottenuto dalla Regina la sospensione delle attività parlamentari per cinque settimane, in un periodo che inizierà tra il 9 e il 12 settembre e terminerà il 14 ottobre, giorno del Queen’s Speech.

Parlamento imbavagliato? Non proprio. Il Quotidiano Nazionale spiega cosa può succedere da martedì 3 settembre, fine della pausa estiva, e il 31 ottobre, data ufficiale della Brexit.

Il leader del partito laburista d’opposizione Jeremy Corbyn potrà presentare o meno una mozione di sfiducia a Johnson. Se Corbyn presenta la sfiducia e Johnson viene sfiduciato, Corbyn e le opposizioni hanno 14 giorni di tempo per mettere insieme una maggioranza alternativa. Il leader laburista ha proposto di mettersi alla guida di un governo ad interim con due soli compiti: chiedere alla Ue un nuovo rinvio della Brexit e indire nuove elezioni.

Una possibilità ulteriore è che i deputati approvino una legge che vincola Johnson a chiedere un rinvio della Brexit se non riuscirà a rinegoziare un accordo con la Ue. Nel caso ciò avvenga, il premier potrebbe semplicemente ignorarli oppure indire nuove elezioni sotto la bandiera “il popolo contro il parlamento”.

Se Corbyn non presenta la sfiducia o questa viene bocciata, nella settimana che inizia il 9 settembre i lavori parlamentari vengono sospesi fino al 14 ottobre, inizia la stagione dei congressi di partito e i negoziati con la Ue proseguono.

A seguire, il 14 ottobre, il Parlamento si riunisce nuovamente per ascoltare il discorso programmatico del governo letto dalla regina Elisabetta II. Passo successivo, il 17 ottobre, Johnson va a Bruxelles e cerca di chiudere un nuovo accordo sulle Brexit al vertice europeo. Se non ce la fa: la Gran Bretagna il 31 ottobre esce dall’Unione Europea senza un accordo. Se i leader Ue accettano di ratificare un nuovo accordo: il 21-22 ottobre il parlamento britannico dibatte e vota il nuovo accordo.

Se l’accordo viene approvato dai Comuni, il 31 ottobre la Gran Bretagna esce dalla Ue alle nuove condizioni concordate e Johnson indice in tempi brevi nuove elezioni. Se l’accordo non viene approvato dai Comuni, il governo dice che l’opzione legale di default è la Brexit senza accordo e il 31 ottobre il Regno unito esce dalla Ue senza un accordo.

Un’ultima possibilità è che Corbyn presenti la sfiducia dopo l’eventuale bocciatura dell’accordo da parte dei Comuni, con un spazio di manovra minimo per evitare la Brexi no-deal.

Ecco, le opinioni sulla mossa di Boris Johnson possono essere diverse, ma decenza vorrebbe che dal Paese della porcata del Conte bis per impedire agli elettori italiani di esprimersi non ci si mettesse a fare lezioni di democrazia al Paese che ne è la culla, dove le elezioni, a scadenza naturale o anticipata, sono la normalità democratica, e dove se si fa un referendum non si aggira la volontà popolare facendone un altro, sperando che dia un risultato diverso, e neppure ci si accorda tra maggioranza e opposizione per approvare leggi truffa che ne contraddicano il responso.