UE . LA SPAGNA SENZA REGOLE 

Viene dato per scontato che oltre la fine di settembre non sia possibile andare a elezioni anticipate perché si entra nel periodo della sessione di bilancio, cominciando con la scadenza del 15 ottobre, entro cui il governo deve inviare alla Commissione europea il progetto del bilancio.

Eppure, il caso della Spagna indica che non è così e si può votare quando si vuole, perché prima dell’eurocrazia viene la sovranità democratica nazionale. Dopo due votazioni in cui non ha ottenuto la maggioranza, se Sanchez non otterrà la fiducia neppure al terzo tentativo in settembre la Spagna andrà a elezioni anticipate il 10 novembre. Quindi niente progetto di bilancio, visto che il 15 ottobre si sarebbe in piena campagna elettorale, e Bruxelles dovrà aspettare.

Ma con la Spagna l’Ue sembra essere molto più tollerante che con l’Italia. L’anno scorso, entro il termine del 15 ottobre richiesto da Bruxelles, Psoe e Podemos approvarono il progetto di bilancio per il 2019 da inviare all’Ue, che fu presentato come la manovra più di sinistra mai concepita. Solo che quel progetto di bilancio non è mai diventato realtà perché fu bocciato dal parlamento spagnolo a metà febbraio (ben oltre il termine del 31 dicembre) e così la Spagna ha proseguito con le misure previste dal bilancio dell’anno precedente. Come scrisse il Foglio, nella finanziaria bocciata c’erano “le nuove tasse che servivano per ribilanciare il deficit, che adesso potrebbe crescere al 2,4 per cento del pil, contro una prospettiva dell’1,3″. Eppure da Juncker, Moscovici e Dombrowski non si levò alcuno strepito e la Spagna andò tranquillamente alle elezioni dello scorso aprile, senza alcuna scure minacciosa di Bruxelles sulla testa. La Spagna era comunque buona e l’Italia cattiva e così gli spagnoli ci hanno sostituito nel salotto buono di Merkel e Macron.

Ora c’è il rischio che il prossimo 15 ottobre la Spagna sia nuovamente in piena campagna elettorale, e quindi niente progetto di bilancio per Bruxelles, a meno che si pensi a un pezzetto di carta senza valore, in attesa delle elezioni di novembre e poi della formazione del nuovo governo di Madrid.

E noi, invece, sempre a dare per scontato che in autunno non si può votare perché le regole di Bruxelles ce lo vietano e che il bilancio provvisorio per uno o due mesi sarebbe una sciagura nazionale, con la Commissione Ue, uscente ed entrante, pronta ad azzannarci.

Ora, è vero che tra Germania e Spagna c’è un rapporto speciale da decenni, che cominciò con gli aiuti economici e politici della Spd di Willy Brandt al gracile Psoe spagnolo del dopo Franco e che poi è culminato con il salvataggio delle banche spagnole ad opera di quelle tedesche. Una docilità, quella di Madrid, ben comprata da Berlino.

Ma con la Brexit, la gigantesca crisi di Deutsche Bank e Draghi che parla di situazione di nuovo critica, di taglio tassi e di nuovo Quantitative Easing, la tranquilla subalternità spagnola a una Berlino che se la passa male dal punto industriale e finanziario, con la Grande Coalizione della Merkel che sopravvive a se stessa, è possibile che gli assetti che durano da decenni crollino pure lì. C’è odore di terremoti.