IL GIALLO DEL FINANCIAL TIMES

Chi ha fatto sparire la notizia (e che notizia) data ieri dal Financial Times, uno dei più autorevoli giornali economici internazionali? Da settimane i maggiori Media italiani dilatano la tensione: è in arrivo la Procedura di Infrazione contro l’Italia, la Troika incombe, ampi schemi e grafici sulle conseguenze per le tasche di ciascuno. Ma ieri il Financial Times rivelava che invece No. Qualsiasi decisione è spostata a Luglio, in realtà ad Agosto, poi ancora un lasso di mesi che spingerebbe la decisione sino all’autunno, quando però si insedierà la nuova Commissione. Insomma: eccome che la notizia c’è. Ma non per i giornaloni italiani: se i fatti non corrispondono ai propri desideri vanno tenuti nascosti. Se non corrisponde al racconto nazionale dominante, la mannaia della censura cade anche su ciò che scrive il FT .

Ma c’è altro. Dopo la notizia data dal quotidiano della City, oggi sono stati resi pubblici i verbali della riunione del 5 giugno della Commissione Ue, in cui si decise che la procedura di infrazione contro l’Italia era “giustificata”. Dal verbale emerge molta prudenza, per “evitare che la posizione della Commissione venga sfruttata a fini politici da qualche parte in Italia”. Usare un “linguaggio sfumato ma chiaro, rigido ma senza essere eccessivamente severo”, ha raccomandato a tutti i commissari il presidente Jean-Claude Juncker.

E soprattutto, niente fretta. Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici, ha proposto di dare all’Italia sei mesi di tempo per iniziare a correggere al ribasso la traiettoria del debito, contenendo il deficit, “per permettere al governo italiano di adottare misure efficaci” nella legge di Bilancio per il 2020. Il suo collega Valdis Dombrovskis, che si è ritagliato il ruolo del poliziotto cattivo, ha proposto invece dai “tre ai sei mesi”. Insomma, ottobre o dicembre. Solo che a fine ottobre questa Commissione termina il suo mandato e quindi, senza dirlo forte, si sta passando la palla alla futura Commissione, riconoscendo la propria mancanza di legittimazione per una procedura del genere.

Basta? Macchè. Dal verbale della riunione emerge pure che per la Commissione europea ”la decisione di lanciare la procedura è responsabilità del Consiglio e che sarà presa, nel caso, dagli Stati membri il 9 luglio”. Osservazione formalmente corretta, e quindi superflua, non fosse che alla riunione del Consiglio di pochi giorni fa, come riporta l’HuffingtonPost, molti interlocutori hanno detto a Conte che la responsabilità di un’eventuale procedura di infrazione sarebbe della Commissione. Insomma, è iniziato il gioco del cerino. Quindi niente di più facile che alla riunione dell’Ecofin del 9 luglio i rappresentanti degli Stati facciano come la Commissione: rinvio. La verità è che nessuno pare volersi scottare le mani con questa patata bollente.

Eppure non c’è un solo giornalone che faccia un ragionamento, che racconti un retroscena. E dire che i fatti, uno dopo l’altro, rappresentano altrettante prove. A Bruxelles non c’è alcun accordo sui nuovi vertici UE. È saltato il metodo istituzionale, secondo cui il presidente della Commissione avrebbe dovuto essere il leader del partito più votato e quindi il popolare tedesco Weber. E’ tutto rimesso agli Stati dove, però, con la crisi della Grande coalizione tedesca che sopravvive ma non esiste più, i problemi di Macron in patria, i rapporti franco-tedeschi ridotti al lumicino, non si sa più chi comanda. Intanto a novembre Draghi se ne va dalla Bce.

In questo quadro l’Ue si trova a dover gestire una Gran Bretagna che si dichiara pronta a uscire dall’Unione a fine ottobre senza alcun accordo e quindi senza pagare nulla, con un costo per l’UE che potrebbe rivelarsi ben più rilevante di quanto sin qui immaginato. Aggiungere anche una rottura con l’Italia, che di fronte a una procedura di infrazione potrebbe ritrovarsi con elezioni anticipate, sarebbe davvero un azzardo. Meglio quindi rinviare, adottare linee morbide, in attesa di passare la patata bollente alla nuova Commissione che si insedierà a novembre.

Ma la UE in piena tempesta ai giornaloni non interessa. Né interessa la doverosa presa d’atto che un qualsiasi Conte è riuscito a produrre rinvio e flessibilità né più né meno che un Monti, un Letta o un Renzi. Meglio continuare con lo schema dell’Italia populista, fatta di ladri e lazzaroni, che sta per essere condannata a una miliardaria procedura di infrazione da parte dell’inflessibile, equa, civile e giusta Europa. Anche a costo di censurare il Financial Times.