NON C’È BERGOGLIO IN DANIMARCA

Non sta suscitando molto entusiasmo qui in Italia, ma in Danimarca i socialdemocratici hanno vinto le elezioni e lo hanno fatto adottando una posizione di controllo dei flussi migratori che ha tolto alla destra il monopolio su questo tema, sfatando l’idea che solo la destra sappia fare qualcosa per far rispettare le regole alle frontiere. In questo modo i socialdemocratici, guidati dalla quarantunenne Mette Frederiksen, governeranno la Danimarca.

“Per me – ha detto Mette Frederiksen – è sempre più evidente che il prezzo di una globalizzazione senza regole, dell’immigrazione di massa e della libertà di movimento dei lavoratori viene pagato dalle classi meno abbienti”.

“Eh sì, dovevo nascere in Danimarca”, ha commentato su Facebook Filippo Penati. “Lì si può essere socialisti e rigorosi sul governo dei flussi migratori senza essere bollati di “leghista di sinistra” come è capitato a me più di 10 anni fa.”

Ciò che è avvenuto in Danimarca non è un fatto isolato, osserva Federico Rampini su Repubblica, ma riflette “un dibattito che si è aperto anche negli Stati Uniti, dove nella sinistra oggi si parla sempre di più di ritornare, per certi aspetti, a quell’epoca d’oro di una socialdemocrazia americana, tra Franklin Roosevelt e John Kennedy, in cui si costruì un modello sociale molto avanzato, molto più equo di quello attuale – Welfare State, diritti dei lavoratori, tasse alte sui ricchi e molto redistributive – e al tempo stesso i flussi migratori erano fortemente regolati. Dopo le frontiere si aprirono, e iniziò lo smantellamento di tante conquiste sociali”.

“Un segnale della riflessione autocritica sugli errori del passato è su una delle riviste più autorevoli della sinistra americana, The Atlantic. David Frum vi ha pubblicato un saggio sulle politiche migratorie con questo titolo-shock: “Se i progressisti non fanno rispettare le frontiere, ci penseranno i fascisti”. Nel lungo articolo tornava più volte sul concetto: se la sinistra si ostina a dire che governare l’immigrazione è una cosa da fascisti, spinge verso l’estrema destra tanti cittadini che vogliono il rispetto delle leggi. Un’altra firma del giornalismo liberal, Thomas Friedman, ha scritto sul New York Times che il Muro al confine non va demonizzato (peraltro iniziò a costruirlo Bill Clinton): ciò che deve distinguere la sinistra da Donald Trump sono altre cose, dai percorsi di sanatoria legale per i clandestini alle misure di aiuto verso i paesi del Centramerica.

“Il più radicale di tutti i candidati alla nomination democratica per la Casa Bianca, quel Bernie Sanders che non esita a proclamarsi socialista, ha sempre voluto norme rigorose sull’immigrazione. Consapevole di una legge ferrea del mercato del lavoro: l’afflusso di manodopera povera fa bene ai profitti delle imprese, riduce il potere contrattuale dei lavoratori. Non a caso il grande capitalismo americano e gli editorialisti del Wall Street Journal non perdonano a Trump la propaganda sul Muro. Sanders non è un caso isolato. Joe Biden, per ora in testa ai sondaggi fra i democratici, da senatore approvò la costruzione di pezzi di Muro.”

Insomma, Rampini ricorda che la sinistra, sull’immigrazione, ha avuto delle storie molto molto diverse da quelle degli slogan “No Border”.

Ma in Italia l’orizzonte della sinistra si ferma sempre Oltre Tevere e finché il Pd e suoi satelliti continueranno ad avere come proprio ideologo di riferimento papa Bergoglio e il suo accoglientismo indiscriminato e senza limiti, difficilmente andranno lontano. Salvini ringrazia e manda un bacio.