Alitalia, allacciamo le cinture

Lo scorso 19 luglio l’occhiuto Toninelli aveva annunciato che Alitalia sarebbe tornata compagnia di bandiera italiana al 51% “e con un partner che la faccia volare”. E il suo capo politico Di Maio aveva assicurato che si sarebbe speso “in prima persona con tutti i player internazionali per trovare un futuro all’azienda”.

E invece l’Alitalia a Cinque Stelle sarà pubblica al 90% e non si sa chi la farà volare. Easyjet si è defilata e la statunitense Delta acquisterà solo il 10%, con possibilità di raddoppiare la quota se i risultati corrisponderanno alle attese. Tutto il resto ce lo metterà lo Stato, direttamente o indirettamente.

Il 40% sarà delle Ferrovie dello Stato, un concorrente sulle rotte interne di maggior interesse, il 15% sarà del Tesoro attraverso la conversione di tutto o parte del prestito-ponte di 900 milioni concesso dal governo Gentiloni, Fincantieri dovrebbe farsi carico di un altro 10-15 per cento, e il restante 20% dovrebbe essere ripartito dal governo tra alcune partecipate dirette o indirette, come Quattro R, il fondo che ha come sponsor la Cassa depositi e prestiti ma anche Poste Vita per conto della quale potrebbe intervenire, Fintecna e Leonardo.

Insomma, nessuno che operi nel campo aereo, tutti che mettono i soldi dei contribuenti mentre si occupano d’altro. Si avvia così a conclusione l’ultimo capitolo di una vicenda che in quarant’anni, dal 1974 al 2014, è già costata 7,4 miliardi di euro allo Stato e alla collettività in interventi diretti per salvataggi e operazioni di varia natura.

Come ha calcolato Il Sole 24 Ore, sono undici i governi che hanno iniettato soldi in Alitalia, da Moro ad Andreotti, da Cossiga a Spadolini, Craxi e De Mita, Prodi, Berlusconi, Letta, Renzi e Gentiloni. Il governo del cambiamento è il 12°.

Non più tardi di un mese fa, il ministro dell’Economia Giovanni Tria aveva escluso la nazionalizzazione di Alitalia, aprendo a una partecipazione del Tesoro al capitale se la compagnia si fosse dotata di un efficiente piano industriale. “Non c’è quindi in campo la questione della rinazionalizzazione… la soluzione non può che essere di mercato, trainata da soggetti che hanno una posizione di rilievo nel campo dell’aviazione civile”, aveva detto Tria.

“Non vogliamo mettere altri soldi dei contribuenti”, diceva Giggino il 7 agosto dell’anno scorso. E invece finisce proprio con la nazionalizzazione, la cosa peggiore, con tutte le ragioni per cui Alitalia è fallita che rimangono intatte. Verso lo schianto.