Francia e Italia litigano come due vecchie zitelle

Francia e Italia si punzecchiano deliziosamente da otto mesi, sempre sull’orlo di una crisi solo di nervi. Niente di serio, solo una lunghissima campagna elettorale.

Ha cominciato il 12 giugno il portavoce del partito di Macron, definendo la posizione del governo italiano sui migranti “vomitevole” e “immonda”, subito seguito dallo stesso Macron: “Dall’Italia cinismo e irresponsabilità”.

Passano nove giorni e Macron torna alla carica contro i populisti: “Li vedete crescere come una lebbra, un po’ ovunque in Europa, in Paesi in cui credevamo fosse impossibile vederli riapparire”.

Questa volta Salvini non se la fa scappare e bolla il presidente francese come “un signorino educato che eccede in champagne”. “Ma io lezioni da un paese che ha l’esercito alla frontiera italiana non ne prendo. Se la Francia si prende dieci barconi dalla Libia, ne riparliamo”.

E cinque giorni dopo il ministro degli Interni torna alla carica: “Macron fa il matto perché è ai minimi della popolarità nel suo Paese. La carezza al Papa è una cosa che non si è mai vista”.

A metà ottobre scoppia il caso dei migranti riportati oltre il confine francese dalla Gendarmerie francese. “Un deplorevole errore” dovuto alla scarsa conoscenza del luogo da parte dei gendarmi, provano a scusarsi le autorità d’oltralpe. A Salvini non par vero e chiede l’intervento dell’Onu: “Abbandonare degli immigrati in un bosco italiano non può essere considerato un errore o un incidente Quanto successo a Clavière è un’offesa senza precedenti nei confronti del nostro Paese, e mi chiedo se gli organismi internazionali, a partire dall’Onu fino all’Europa, non trovino ‘vomitevole’ lasciare delle persone in una zona isolata, senza assistenza e senza segnalazioni”.

L’Eliseo la butta sul personale e denuncia una “strumentalizzazione politica individuale”“Bisogna relativizzare le cose”,

Intanto scoppia la polemica con Bruxelles sulla manovra del governo italiano, e il commissario europeo, socialista francese, Pierre Moscovici va giù leggero, parlando di una “deviazione senza precedenti nella storia del Patto di stabilità”.

In Francia scoppia la rivolta dei Gilet Gialli e Salvini affonda il coltello rispolverando l’asse Roma-Berlino, “fondamentale per rilanciare l’Europa. Farò di tutto per rilanciarlo visti anche i problemi che ci sono in Francia”.

A Natale torna Dibba il guatelmateco, che sulle nevi delle Dolomiti mette a punto con Giggino la nuova strategia. “Ci sono decine di Paesi africani in cui la Francia stampa la sua moneta, il franco coloniale, e finanzia il suo debito estero sfruttando questi Paesi”, attacca il 21 gennaio il vicepremier pentastellato. “Quello che avviene nel Mediterraneo è dovuto alle azioni di alcuni Paesi che poi cercano di darci lezioni”. Subito torna in capo Moscovici: dichiarazioni il cui “contenuto è vuoto o irresponsabile”, tuona il francese.

IL governo francese giudica le parole di Di Maio “inaccettabili e senza fondamento“ e convoca l’ambasciatore italiano a Parigi

Ma Salvini non ci sta a farsi scavalcare dall’altro vicepremier e torna a menar fendenti pure lui: “Non prendiamo lezioni dalla Francia che ha respinto in questi anni decine di migliaia di migranti alla frontiera di Ventimiglia, compresi donne e bambini, riportandone alcuni di notte nei boschi piemontesi e lasciandoli, come se fossero bestie. Quindi lezioni da Macron non ne prendo”.

Allora entra in campo pure Toninelli e svela il vero obiettivo dei Cinquestelle: “Se si dovesse arrivare all’incidente diplomatico con la Francia credo sia un bene”.

Ma l’incidente non arriva e allora, tempo una settimana, e Di Maio torna alla carica: “Macron. Tu devi incominciare a decolonizzare quegli Stati che impoveriscono gli africani, che poi partono verso di noi”. “La Francia stampa una banconota per circa 14 Paesi africani, e questa moneta consente a Macron di avere un diritto di prelazione sulle risorse di questi Paesi. Macron, prima di fare la morale all’Italia, dovrebbe liberare da questa prelazione, da questo neocolonialismo, gli Stati africani”.

Ma Macron non si abbassa: “Non risponderò, è la sola cosa che si aspettano. Tutto questo è irrilevante”.

“Le nostre parole saranno irrilevanti per lui, ma non per gli italiani e gli europei”, rilancia Giggino.

Ma Macron lo schizza: “Il popolo italiano è nostro amico e merita dei leader all’altezza della sua storia”.

E allora Di Maio ci manca poco che dica al presidente francese di candidarsi in Italia, che poi vediamo quanti voti prende: “Macron dice che io e Salvini non siamo all’altezza? Questo lo lasci decidere al popolo italiano”.

Macron pensi a restituirci i terroristi e gli assassini che la Francia accoglie da troppi anni, poi ne riparliamo”, tuona Salvini, che poi torna a dichiarare il suo amore per Berlino: “Tra Francia e Germania scelgo la Germania tutta la vita”.

Giggino e Dibba intanto fanno un giro a Parigi, dove incontrano senza fortuna alcuni rappresentanti dell’ala dura dei Gilet Gialli.

E si arriva a oggi, con la giornata che si apre con una polemica contro la Francia che ritarda i treni: “Sempre più frequentemente alcuni agenti salgono a bordo dei treni italiani, a Modane, per operazioni di controllo che tengono fermi i convogli. Il risultato sono forti ritardi che danneggiano i viaggiatori e le imprese”, denunciano fonti del Viminale.

Poco dopo arriva la notizia che Parigi ha richiamato il suo ambasciatore in Italia, perché “la Francia è stata, da vari mesi, oggetto di accuse ripetute, di attacchi senza fondamento, di dichiarazioni oltraggiose che tutti conoscono e hanno presenti. Questo non ha precedenti, dalla fine della guerra. Avere disaccordi è una cosa, strumentalizzare la relazione a fini elettorali è un’altra cosa. Le ultime ingerenze costituiscono una provocazione aggiuntiva e inaccettabile”.

Gongola il sottosegretario pentastellato agli Esteri, Manlio Di Stefano, per l’obiettivo raggiunto: “Nessuna crisi diplomatica, almeno da parte nostra. La loro semmai è una provocazione. Erano abituati ad avere sudditi in Italia, certo che ora notano la differenza”.

Isterie di una lunga, lunghissima campagna elettorale.