la Repubblichina

Sessantamila copie perse in due anni. L’obiettivo delle 200.000 copie ridotto a sogno irraggiungibile. La prospettiva, avanti di questo passo, dell’estinzione in meno di un lustro. L’editore che dà pubblicamente del rincoglionito al padre fondatore. Gli editoriali domenicali del padre fondatore ormai oltre la soglia dell’imbarazzante (memorabile l’inserimento di Piero Fassino tra i grandi pensatori ottocenteschi del socialismo delle origini). La carta straccia pubblicitaria più voluminosa del cartaceo fatto di articoli. Un quotidiano ingessato più di un ministero. Ma soprattutto il peso politico ridotto al lumicino, quasi che con l’estinzione del Pci anche la storica testata fiancheggiatrice non abbia saputo reinventarsi. Solo Berlusconi, a ben vedere, nell’ultimo decennio ha fatto da tenda a ossigeno della Repubblica. Ma anche l’antiberlusconismo ha fatto il suo tempo, insieme a Berlusconi. Palafreniere di Prodi per accompagnare Prodi alla catastrofica corsa al Quirinale, Palafreniere di Napolitano per accompagnare il Governo Monti al disastro elettorale e il Governo Letta alla sua fine inconsistente, Palafreniere di Renzi e della sua sgangherata coalizione sino alla Caporetto del 4 marzo, il quotidiano di Scalfari in queste ora aveva annunciato la sua ultima battaglia. Il “grande movimento” promosso dall’ex ministro Carlo Calenda, destinato secondo i titoli di scatola a raccogliere a breve “almeno il 24% dei voti”. E forse è stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso degli editori e a far suonare la fine della ricreazione. Licenziato il direttore Calabresi, messo probabilmente a riposo il Padre Fondatore, sarà comunque dura per il nuovo direttore Verdelli. O quel giornale Verdelli lo snatura per rifarlo sul modello della sua Gazzetta dello Sport, oppure il destino è segnato. La Repubblica è stato un Partito, la Repubblichina rischia di non essere nemmeno un giornale.