Quando la penna è intinta nel sangue

Il Venezuela e l’agonia politica di un regime criminale ripropongono uno dei quesiti più imbarazzanti del ‘900, che a quanto pare si ripresenta identico nel 2000. Perchè la maggior parte delle grandi penne, intelligenze profonde e anime possenti, hanno spesso messo la propria opera al servizio dei dittatori più sanguinari? Prendete il Sudamerica. Il premio Nobel Garcia Marquez è stato oltre ogni senso del decoro e del pudore una fervida colonna del regime Castrista; e l’altrettanto Nobel Pablo Neruda tesse gli elogi di Stalin mentre la straordinaria penna di Jorge Amado è a sua volta Premio Stalin per la pace. Un brodo di cultura ambiguo che bolla come fasciste e criminali le dittature (fasciste e criminali) alla Videla per invece fermarsi in silenzio o inginocchiarsi davanti ai Castro e ai Chavez. Del resto non è solo una storia europea: lo stalinista Sartre è il padre nobile di questo lungo rosario di penne e pennelli intinti nel sangue, da Pablo Picasso a Bertolt Brecht, da Louis Aragon a Rafael Alberti, da Giacomo Manzù a Renato Guttuso. Non importa affibbiare colpe ex post a questo o quel Grande Nome, quanto piuttosto porsi due domande: quanto i cento Maduro sudamericani hanno potuto profittare di questa attiva e consapevole complicità? Perchè l’establishment culturale o i suoi maggiori esponenti – così generosi nel firmare appelli di ogni genere e tipo – non hanno mai sentito il bisogno di lanciare un appello a questi loro colleghi? E infine, visto che ci siamo, non sarebbe il caso di organizzare un Premio internazionale dedicandolo al sudamericano forse più grande di tutti – Jorge Luis Borges – colpevole soltanto di non essere mai stato nè fascista nè comunista, oltre che di non prostrarsi dinnanzi a nessun potere costituito?

(Giovanni Negri)