La Stampa contro il referendum. Buon segno

“L’errore di chi deride il Reddito”. Così oggi La Stampa titola un commento di Francesco Bei, ammonendo a fare “attenzione a fare spallucce e attaccare un provvedimento come questo”. Sarà “davvero un bel problema, per la sinistra, mettersi di traverso” perché “attenzione, i grillini con il Reddito di cittadinanza si stanno connettendo con la pancia profonda del Paese”. “E poi siamo proprio sicuri che anche al Nord una legge come questa dispiaccia così tanto?”, avverte il quotidiano torinese.

È lo stesso giornale secondo il quale il referendum renziano del 4 dicembre 2016 sarebbe stato un trionfo. Quello che, insieme agli altri Giornaloni, fino a un mese prima delle elezioni del 4 marzo era sicuro della vittoria di Renzi e Berlusconi, che avrebbero fatto la nuova Unità nazionale. Adesso ci fanno la predica, ammonendoci a non irridere chi si fa carico della povertà, mentre fino al 4 marzo ci dicevano che il problema era lo ius soli e deridevano come razzista chi diceva loro che erano ciechi, perché non vedevano il mondo della povertà dilagante e del dolore sociale

Noi non ironizziamo e non deridiamo niente. Il fatto è che La Stampa guarda al referendum allineandosi alla demagogia grillina, che lo denuncia come un’iniziativa “contro i poveri” proprio mentre si sta “sconfiggendo la povertà”, un referendum contro gli italiani che non hanno neanche un pasto caldo, come diceva Casaleggio padre.

In realtà, il Reddito di Cittadinanza si chiama Achille Lauro, che dava una scatola di spaghetti prima del voto e un’altra dopo. Non si chiama Stato sociale che dà un pasto caldo a chi non ce l’ha.

Noi abbiamo un’altra opinione degli italiani e pensiamo che, se chiamati a dire se lo Stato deve dare a una fetta di cittadini un po’ di soldi in cambio di niente, avranno la dignità di dire che lo Stato può dare solo in cambio di prestazioni d’opera, e che lo Stato non regala soldi a nessuno.

Il confronto serio di questo referendum è sul rapporto tra il cittadino e lo Stato, sul fatto se noi tutti dobbiamo pagare qualcuno perché non faccia nulla o se dobbiamo pagarlo perché fa qualcosa per la collettività. È un referendum sulla dignità del lavorare, non sulla povertà. Siamo rooseveltiani, diciamo che in un periodo di crisi lo Stato deve investire in opere pubbliche e dare lavoro. E siamo convinti che, posto su questo piano, i difensori del Reddito di Cittadinanza il referendum lo perderanno.