Bersani vuota il sacco. E chiama in causa Napolitano

Dicevamo due giorni fa che finalmente è crollato il Muro del Pensiero Unico di Bruxelles, quello dell’austerità che ha dominato questi dieci anni di crisi economica in Europa. I segnali sono tanti in una manciata di giorni: Juncker che recita il Mea Culpa sulla Grecia, il Corsera che con Fubini scrive che il Fiscal Compact è stato un errore e con Taino che l’asse Parigi Berlino fa male all’Europa, La Stampa che con Alpa dice basta all’austerity e che ci vuole Keynes, Il Sole 24 Ore che con Alessandro Penati scrive che “la vera svolta sarebbe la rinuncia tedesca all’avanzo di bilancio per sostenere la domanda interna con investimenti pubblici e minori tasse, perchè le nubi minacciose di recessione dovrebbero allertare la Germania e l’Eurozona intera che è arrivato il momento di ripensare modello di sviluppo e gestione della politica economica”.

E oggi è il giorno di Pierluigi Bersani, che racconta a Minzolini sul Giornale cosa successe veramente in quell’autunno del 2011 quando, dopo la lettera con le istruzione della Bce a governo e parlamento italiani e i sorrisini di scherno di Merkel e Sarkozy, Berlusconi decise di dimettersi da presidente del Consiglio, e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nominò prima senatore a vita e subito dopo presidente del Consiglio Mario Monti, che da mesi si stava scaldando tra Bruxelles, il Quirinale e generose ospitate televisive.

“L’austerity fu avventata” e le vittime siamo state “Berlusconi e il sottoscritto”, dice oggi l’ex segretario del Pd, che racconta: «Ricordo ancora la direzione in cui posi i dirigenti del partito di fronte all’opzione governo Monti o elezioni. Mi trovai di fronte un fuoco di sbarramento di sei interventi di esponenti di primo piano che consideravano Monti una scelta obbligata. Poi c’era Napolitano… Da quel momento, tutte le settimane, per un anno, sono stato sottoposto ad un esame di montismo. E anche se avevo qualche dubbio sull’efficacia della politica del loden, dovevo accettare l’impostazione di chi, per far dimenticare il proprio passato comunista, pensa sempre che abbiano ragioni gli altri. La verità è che in molti si ubriacarono di retorica europeista. Trasformarono un’idea buona, l’Europa unita, in un’ideologia…».

Poche frasi, da cui Bersani non esce certo come un gigante ma che restituiscono la verità di quel che accadde, del perché e delle conseguenze che paghiamo ancora oggi.  E non è un osservatore che parla ma un protagonista di primo piano di quella vicenda, che descrive un’operazione eterodiretta da Bruxelles, che ha fatto leva sul comunista che si è sempre vergognato di essere comunista e che dopo il crollo Muro di Berlino ha ritrovato a Bruxelles la stessa logica dei Piani Quinquennali della democrazia dei Soviet, trasformando questa Europa e i suoi dogmi in una nuova ideologia.

I danni di quell’operazione spregiudicata sono stati tanti e gravi. Un’ubriacatura di retorica europeista, come la definisce Bersani, che ha prodotto la sottomissione totale ai parametri e ai vincoli di bilancio di Bruxelles e un generale impoverimento del Paese, creando un diffuso rancore sociale, che ha trovato sfogo nel M5S. Basti ricordare che al momento dell’insediamento del governo Monti i sondaggi davano ai grillini l’8%, diventato il 22% poco più di un anno dopo alle elezioni del 2013 e oltre il 32% lo scorso 4 marzo. Un capolavoro.