TUTTAUN’ALTRAEUROPA

Un lucido Panebianco

“Anche se sostenerlo può essere utile (ma lo è davvero?) alla polemica politica, è troppo comodo limitarsi a puntare il dito contro i rinascenti nazionalismi. Perché essi non ci sono arrivati addosso da chissà dove, sono la conseguenza dei limiti della costruzione europea. Questi limiti sono per lo più antichi, anche se solo oggi la storia ci sta presentando il conto”, scrive oggi Angelo Panebianco in un editoriale sul Corriere della Sera.

Tra i limiti culturali all’integrazione, Panebianco si sofferma sulla mancanza di una lingua comune che consenta di comprendersi e sulla confusione tra federalismo e statualità. La negazione di questi problemi ha alimentato sproloqui su fantomatiche democrazie sovranazionali. Scrive Panebianco: Ci sono, nella storia dell’integrazione, limiti culturali e limiti politici. Un limite culturale è stata l’idea, a lungo propagandata dagli euro-entusiasti, secondo cui sarebbe stato possibile prima o poi sostituire le democrazie nazionali con una «democrazia sovranazionale» europea. Ma una tale democrazia non potrà mai nascere. Nessuno potrà mai fidarsi di, e votare per, un qualsiasi candidato a una qualsiasi carica europea se continuerà ad avere bisogno dell’interprete per capire che cosa quel candidato dica e prometta. Le cosiddette «élites cosmopolite», sproloquiando di fantomatiche democrazie sovranazionali, hanno involontariamente favorito la reazione nazionalista in atto. Un altro limite culturale — ma con pesanti ricadute istituzionali e politiche — è stato a lungo quello di pensare all’integrazione europea (soprattutto sotto l’influsso della cultura politica francese) come a un processo di costruzione di uno «Stato» (sovranazionale), confondendo così il federalismo con la statualità”.

Tra i limiti politici all’integrazione europea, Panebianco indica “una assai poco accorta gestione dell’integrazione monetaria che ha finito per esasperare le divisioni fra europei. O l’altrettanto poco accorta gestione della questione dell’immigrazione: da un lato, Schengen (la libera circolazione delle persone) ma, dall’altro, l’assenza di un controllo comune delle frontiere europee”.

Ma il più grave limite politico viene individuato da Panebianco “nella «rimozione» del ruolo degli Stati Uniti. Per non urtare i sentimenti anti-americani di una parte degli europei, si è cercato a lungo di minimizzare l’importanza dei legami interatlantici. Ma furono gli Stati Uniti il principale sponsor (in funzione antisovietica) dell’integrazione europea. Furono gli Stati Uniti che garantendo la sicurezza militare agli europei in cambio del riconoscimento della loro leadership, permisero alla Comunità/Unione di investire solo in sviluppo e welfare anziché in sicurezza. Per inciso, chi nasce gatto non può diventare cane: l’impossibilità di dare vita a una «difesa europea» si spiega in questo modo”.

“Oggi la crisi in atto dei legami interatlantici rende ancora più grave la crisi europea. Minimizzare l’importanza di quei legami non ha mai aiutato gli europei a pensare in modo realistico e convincente la loro impresa comune.”

Sono questi limiti, che hanno alla fine favorito l’emergere di movimenti il cui successo potrebbe comportare la dissoluzione dell’Unione”, scrive Panebianco.

Le riflessioni di Panebianco aiutano a leggere la Brexit non come il risultato emotivo di un referendum che andrebbe ripetuto, sperando in un 52 a 48 ribaltato, e alcune prese di posizione di Trump – dalla polemica con Macron sulla proposta di un esercito europeo in chiave anti-americana ai dazi imposti di fronte al perdurare del surplus commerciale della Germania, di fronte al quale l’Ue non fa nulla – non come le bizzarrie di uno strano animale di cui non ci si capacita come possa essere arrivato alla Casa Bianca, ma come conseguenze di un mutato scenario geo-politico globale, all’interno del quale l’Europa deve trovare un nuovo senso. Cominciando col pagare le proprie quote delle spese della Nato, perché la festa degli Usa che pagano per tutti è finita.

In questo quadro di problemi ignorati per troppo tempo e di scenari nuovi, si colloca la proposta della Marianna di costruire Tutta un’Altra Europa, che parta da un accordo politico e programmatico per una Comunità Europea per la Difesa e lo Sviluppo. Così come si fece nel 1951, quando si diede vita alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio. E senza pensare di poter fare a meno della Gran Bretagna, collocando il proprio centro a Berlino.