Di Maio – De Mita

1963, comizio di Ciriaco De Mita a Nusco

Sono passati ormai dieci anni dal primo VaffaDay, quello del gran vaffanculo ai politici tutti ladri. Per cinque anni sono stati in più di 160 in parlamento gridando contro gli sprechi, dicendo che bisognava tagliare di qui e di là, e restituire i soldi agli italiani. Promettendo che presto sarebbero arrivati loro a farlo. Avevano fatto il loro bel progetto di legge sul reddito di cittadinanza e lo sventolavano gridando: Guardate qua, son 17 miliardi e abbiamo indicato tutte le coperture, fino all’ultimo euro. Al Governo, al Governo!

Ora che al Governo ci sono arrivati, non han tagliato niente, non han recuperato neppure un euro, neppure gli spiccioli dei vitalizi dei deputati, accantonati in attesa dei ricorsi. E ora cominciano ad avere paura e diventano cattivi. “Un ministro serio i soldi li deve trovare”, intima Di Maio a Tria. “Pretendo che il ministro dell’Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi”.

E se i soldi non si trovano, facciamo un po’ di deficit, perché “una legge di bilancio non si fa per ridurre il debito ma per cominciare ad avviare iniziative importanti, mantenere le promesse”. Esattamente quel che faceva un altro intellettuale della Magna Grecia, Ciriaco De Mita, oggi celebrato come uno statista e che nel 1973 era ministro dell’Industria, commercio e artigianato, quando il quarto governo di Mariano Rumor inaugurò la stagione delle baby pensioni, che consentì di andare in pensione a dipendenti pubblici poco più che trentenni. Oggi in quel ministero c’è un nipotino di Ciriaco, e la giostra ricomincia.