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La Bce ha concluso l'ispezione in Mps lo scorso febbraio. L'ispezione ha riguardato la classificazione dei crediti, i livelli di copertura e la valutazione delle garanzie dei crediti deteriorati.
Malgrado Mps abbia già modificato metodologie e parametri utilizzati per il calcolo nel bilancio 2016, l'esito dell'ispezione comunicato nei giorni scorsi recentemente ai vertici di Mps ha fatto emergere perdite diverse da quelle calcolate che si ripercuoteranno inevitabilmente sulla portata complessiva dell’intervento statale inizialmente valutato a 6,6 Miliardi di euro 

Un altro vulnus scoperto dagli ispettori risiede nella cessione delle sofferenze. La Bce ha richiesto che il valore venga fissato nel piano sulla base di offerte puntali di soggetti terzi, senza sovrastimare l'entità di quanto si attende di ricavare. La maxi operazione lanciata da Unicredit ha avuto un prezzo medio di poco superiore al 17 per cento del nominale. Sulla base dei valori delle sofferenze scritte nei bilanci di Montepaschi (sono il 30%) venderle anche solo al 20 per cento comporterebbe un’ulteriore perdita fino a circa 4,5 miliardi, con il quasi azzeramento del patrimonio netto che al 31 dicembre scorso era di 5,4 miliardi.

La ricapitalizzazione necessaria – calcolata dalla Bce in 8,8 miliardi, di cui 6,6 di intervento pubblico e 2,2 di obbligazioni subordinate di investitori istituzionali convertite in azioni - sarebbe sufficiente per riportare il Cet1 (il principale indicatore di solidità patrimoniale) oltre il limite regolamentare, ma non abbastanza per centrare i target imposti dalla Banca centrale europea. Di qui l’aumento dell’onere per il Tesoro, che però sarebbe ancora oggetto di negoziato con la vigilanza unica e la direzione concorrenza della Commissione europea. Tra le ipotesi avanzate da parte italiana c’è anche quella - in caso di valutazioni eccessivamente basse - di non vendere tutte le sofferenze (30 miliardi lordi) così da non registrare perdite tali da abbattere il capitale. Ma questa soluzione, secondo quanto ricostruito, non piace a Francoforte.

Bruxelles e la Banca centrale europea sono divise sul salvataggio di Monte dei Paschi. La proposta di Roma per ricapitalizzare l’istituto è in un limbo dalla fine di dicembre perché la Bce (alla quale spetta la supervisione del sistema bancario) e la Commissione europea (che sovraintende alla disciplina degli aiuti di Stato) hanno «visioni differenti» sulle proprie responsabilità nel caso e sulle finalità del salvataggio. Lo stallo che perdura ormai da mesi lascia aperte questioni fondamentali, come l’ammontare delle risorse pubbliche necessarie, delle perdite a carico dei creditori e la dimensione della ristrutturazione che serve a rendere l’istituto nuovamente profittevole. Al momento, l’Ssm (Single supervisory mechanism, il braccio della Bce che si occupa della vigilanza bancaria) ritiene di dover aspettare il via libera di Bruxelles agli aiuti di Stato e al piano di ristrutturazione. Mentre la Commisione ritiene di dover aspettare l’ok della Bce al capital plan di Mps prima di finalizzare i termini della ristrutturazione.

Una situazione «surreale», in quello che è il primo vero test delle nuove regole europee sulla soluzione delle crisi bancarie approvate dopo la crisi finanziaria. Un portavoce della Bce ha precisato che «un accordo sulla ricapitalizzazione preventiva è responsabilità esclusivamente delle autorità italiane e della Commissione europea». Sullo sfondo di questa trattativa c’è il malumore diffuso di alcuni ambienti continentali sulla «eccessiva disponibilità» – così la definiscono fra Cancelleria e Bundesbank – mostrata dall’Europa nei confronti delle ragioni italiane per evitare le conseguenze del cosiddetto bail in (salvataggio interno) e forti perdite ad azionisti ed obbligazionisti nel caso di Mps e le due Banche venete dopo la richiesta della Dg Comp (l'Antitrust europeo) sulle modalità di rimborso della nuova tranche di bond garantiti dallo Stato che Bpvi e Veneto Banca, hanno chiesto di poter emettere (a Vicenza servono 2,2 miliardi) così da fronteggiare la crisi di liquidità generata dalla perdurante emorragia di depositi.

L’Italia non si è mossa quando le regole permettevano aiuti statali alle banche.
Oggi è tardi, essendo cambiato radicalmente il quadro normativo, e non vale più nemmeno ricorrere all'esempio della famigerata Hsh di Amburgo, come esempio di doppiopesismo teutonico perché beneficiaria da un aiuto pubblico autorizzato, fondata nel 2003 dalla fusione tra la Hamburgische Landesbank e la Landesbank Schleswig-Holstein, ora è la quinta banca regionale tedesca. Colpita dalla crisi economica e dal fallimento della Lehman Brothers, la HSH Nordbank ha goduto di numerosi piani di salvataggio garantiti dallo Stato tedesco. Nel 2011 la commissione europea ha dato il via libera ad una ricapitalizzazione da 3 miliardi a garanzia pubblica precisando che questa tipolgia di aiuti di Stato fosse comunque compatibile con le regole europee a patto che la Germania rispettasse alcuni impegni e condizioni. La ricapitalizzazione ha praticamente azzerato il valore del capitale detenuto da due soci di minoranza, gli investitori lussemburghesi HSH Investment Holdings Coinvest-C e HSH Investment Holdings FSO che hanno visto il loro capitale passare dal 25,67% al 9,19%. Così hanno fatto ricorso al tribunale dell’Unione Europea chiedendo alla commissione di tornare sui suoi passi. Il 12 novembre scorso è arrivata la decisione dei giudici UE che hanno rigettato il ricorso degli azionisti, ribadendo che è legittimo il salvataggio di una banca anche tramite aiuti di Stato a determinate condizioni. Non è ancora chiaro quali siano queste “determinate condizioni”, ma l'impressione è che la Germania ne sia l'unica detentrice. Ora la HSh è in vendita. A privati.


In quattro anni di crisi nera l'Italia ha stanziato 130 miliardi di euro per le proprio banche usandone solo 15. Tra questi ci sono i soldi utilizzati per acquistare i famosi Tremonti bond comprati dallo Stato per salvare Monte dei Paschi di Siena, ma successivamente rimborsati con pesanti interessi. Giusto per capirci, negli anni della crisi la Germania ha messo a disposizione delle proprie banche in difficoltà circa il 25% del proprio Pil e ne ha usato il 10%; mentre l’Italia ha stanziato l’8% del Pil usando soltanto l’1%.

Giulio Galetti