• Quando dirigeva l’Economist, nel 2001 dedicò una celebre copertina a Silvio Berlusconi, sostenendo che era inadatto a governare l’Italia. All’inizio di quest’anno,in un editoriale su Project Syndicate, non escludeva che Berlusconi potesse rivelarsi il salvatore politico dell’Italia, prevedendo, e sbagliando come tutto l’establishment del politically correct, che dopo le elezioni del 4 marzo avrebbe potuto “scegliere direttamente il premier o, più probabilmente, essere l’uomo chiave nei negoziati per un governo di coalizione tra centrodestra e centrosinistra”. In ogni caso, dichiarava Bill Emmott, se fosse stato costretto a scegliere tra Berlusconi e Di Maio, lui avrebbe scelto il secondo, come rappresentante del futuro, che avrebbe anche potuto rivelarsi un leader, pur essendo giovane e inesperto, come successo con Justine Trudeau e Matteo Renzi. Ora, sempre su Project Syndicate, Bill Emmott scrive che, assumendo una linea dura contro la legge di bilancio presentata dal governo italiano, la Commissione europea “condanna l’Italia a continuare la stagnazione economica, rischiando una crisi politica molto più ampia”. Per l’ex-direttore dell’Economist, bisognerebbe “dare al governo italiano una possibilità” e non perché la coalizione gialloverde sia particolarmente simpatica, cosa che non è, ma perché “ci sono buone ragioni per riservarsi il verdetto sul governo”, che “sta sfidando regole fiscali che dovevano essere comunque riformate”. È un governo che “ha appena sei mesi”, scrive Emmott, e “nessun governo dovrebbe essere giudicato così rapidamente, a meno che le sue azioni siano così imprudenti da mettere in pericolo la Costituzione, la sicurezza o la stabilità del paese. La coalizione M5S-Lega non l’ha ancora fatto”. Il governo italiano “sta proponendo principalmente un aumento della spesa pubblica e delle riduzioni fiscali destinate a mantenere le promesse elettorali dei suoi membri. Misure che possono rivelarsi inutili o inefficaci, ma non arrivano al livello di essere spericolate”, scrive Emmott, che invita anche a non ignorare il fatto che, a differenza di molti nuovi governi, quello italiano sta vedendo crescere la propria popolarità, che ha superato il 60%. “Piuttosto che rischiare una vera e propria crisi bloccando il bilancio italiano del 2019, la Commissione europea farebbe meglio a spingere per riforme strutturali più mirate nel 2020, dopo che i partiti della coalizione avranno rispettato le loro promesse elettorali. Tassi di interesse più elevati sul debito pubblico italiano e uno scontro con l’UE potrebbero portare a una recessione e persino a un disastro – se provocano minacce di una “Italexit” dall’euro – mentre un approccio più accomodante potrebbe prevenire il peggio.” “Nel frattempo – scrive Emmott – i restanti 18 Stati della zona euro dovrebbero valutare se il Fiscal Compact del 2012, che hanno forgiato nel pieno della crisi del debito sovrano dell’euro, non debba essere aggiornato”, ricordando come Mario Monti avesse a lungo insistito affinché le spese per investimenti fossero trattate in modo diverso rispetto alle spese correnti, in modo che paesi come l’Italia potessero realizzare le spese per infrastrutture di cui hanno assoluto bisogno. Dopo aver ricordato come un altro ex-primo ministro italiano, Romano Prodi

Stefanini

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