• “L’Africa ci riguarda da vicino”, così si intitola l’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di oggi, che analizza quella che è forse la più grande delle sfide simultanee con cui è alle prese l’Europa, oltre a quella della crisi dei legami interatlantici, le ricadute negative su vasti settori dell’opinione pubblica dovute alla constatazione dei difetti dell’Unione, la crisi di leadership che ha colpito tutte le grandi democrazie europee. La sfida più grande è quella che Panebianco chiama il “paradosso della società aperta”, cioè “fondata sul primato della libertà individuale, sull’economia di mercato, sulla democrazia politica, eccetera”. Di fronte al fenomeno dell’immigrazione, una società aperta pare poter reagire in due soli modi. Il primo è chiudere, o tentare di chiudere, ermeticamente le frontiere alle persone, con il rischio di trovarsi poi a doverle chiudere anche alle merci e alle idee, perdendo la capacità di innovarsi e rinnovarsi, diventando una società chiusa, con un’economia statalizzata e un autoritarismo mascherato da democrazia plebiscitaria. Il secondo modo di reagire è quello di aprire le frontiere consentendo una massiccia immigrazione, a cui seguiranno una svolta autoritaria o feroci e interminabili conflitti di civiltà. Una strada senza uscita, parrebbe, con la società aperta destinata ad una inevitabile distruzione, a meno che l’Europa non decida di investire in Africa, non attraverso i soliti “aiuti allo sviluppo” e i meccanismi di cooperazione, che servono e servirebbero “solo a riempire di quattrini le tasche di ras locali corrotti, signori della guerra e simili”. Secondo Panebianco, “quello che gli europei possono fare per l’Africa (e quindi per se stessi) è non lasciare alla Cina campo libero negli investimenti. Conviene ai Paesi europei scommettere sul futuro dell’Africa e investirvi molte risorse. Per un vantaggio a breve scadenza: ampliare la propria presenza in un mercato in espansione. E per un vantaggio a lungo termine: tutelare la società aperta europea”. È quel che diciamo quando affermiamo che ci vuole Tutta un’Altra Europa, capace di raccogliere il testimone di una UE ormai priva di ruolo. Una Comunità Europea per la Difesa e lo Sviluppo che garantisca al continente la Sicurezza dei propri confini esterni/interni e una forte politica di interventi europei per la Vita e lo Sviluppo nei paesi del Sud del mondo, altrimenti destinati ad essere focolai permanenti di tensioni, povertà endemiche, migrazioni di massa, sottosviluppo. Così come i Padri dell’Europa diedero vita al sogno europeo attraverso la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (che garantì l’uso pacifico di risorse non più disponibili nè destinabili alla guerra), allo stesso modo oggi l’Europa può giocare un ruolo cruciale per se stessa ed il mondo.

Stefanini

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